Dottore Carlo D'Angelo: "Signori e Signorini, Quando il consenso viene evocato per coprire il potere"

Dottore Carlo D'Angelo: "Signori e Signorini, Quando il consenso viene evocato per coprire il potere"
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C’è qualcosa che inquieta profondamente quando adulti, inseriti, esperti del mondo del piacere, del desiderio e delle sue dinamiche, arrivano a raccontarsi – o a essere raccontati come vittime “inermi”, senza interrogarsi sul contesto di potere che essi stessi abitano e agiscono.

Il nodo non è il sesso.

Il nodo è il potere che passa attraverso il sesso, e soprattutto l’uso ambiguo del consenso quando è immerso in una relazione asimmetrica.

Quando un adulto entra in una dinamica in cui: una possibilità professionale è implicitamente legata alla disponibilità affettiva o corporea, il desiderio dell’altro è caricato di promesse o minacce, il confine tra scelta e sopravvivenza simbolica diventa confuso, non siamo più nel terreno limpido del consenso libero.

Ma nemmeno in quello della totale inconsapevolezza. Siamo in una zona grigia, che molti non vogliono guardare.

Il paradosso del moralismo postumo

Ciò che colpisce – è la trasformazione successiva: chi ha abitato a lungo un sistema fondato sull’esposizione, sul corpo, sulla seduzione, sul godimento, improvvisamente assume una postura moralistica, giudicante, persecutoria.

È un meccanismo difensivo classico: quando non si regge il proprio coinvolgimento, si sposta tutto sulla colpa dell’altro.

Il moralismo spesso non nasce dalla purezza, ma dalla difficoltà di integrare la propria ambivalenza.

Diventa allora più facile dire: “ mi è stato fatto” che chiedersi: “ in quale gioco ero entrato per non perdere qualcosa di me”.

Il consenso non è una formula magica

Invocare il “senza consenso” tra adulti, senza interrogare il contesto interno ed esterno, rischia di diventare una scorciatoia per non affrontare domande più scomode: Che prezzo ero disposto a pagare per essere visto?
Cosa ho tollerato pur di non essere escluso?
In quale punto ho smesso di ascoltare il mio limite?

Quando ho confuso il riconoscimento con la disponibilità?

Questo non significa giustificare abusi. Significa non infantilizzare l’adulto, perché l’infantilizzazione è l’altra faccia della violenza simbolica.
Il vero scandalo: l’ipocrisia del sistema

Il vero nodo non è il singolo episodio, ma un sistema che: erotizza il potere, promette accesso in cambio di esposizione, normalizza l’ambiguità, e poi si indigna quando quella stessa ambiguità esplode.

Un sistema che vive di desiderio e poi punisce il desiderio quando non è più controllabile.

Qui la questione non è morale.

È antropologica e psicologica.

Una domanda che resta.

Forse la domanda più onesta non è: “ Chi ha fatto cosa?” ma:” Perché tanti adulti accettano di entrare in giochi che li umiliano, pur di non sentirsi esclusi?”

E ancora: “Perché, una volta feriti, diventano giudici feroci dello stesso mondo che li ha sedotti?”
Restare su questo piano – quello dei meccanismi, non delle crociate – è l’unico modo per non trasformare il dolore in ideologia e la complessità in caccia alle streghe.

Ed è anche l’unico modo per non continuare a mentire a noi stessi.

Quando il potere chiama consenso ciò che è ricatto.

C’è un punto in cui il discorso sul consenso smette di essere psicologico e diventa politico.

È il punto in cui il potere strutturato, mediatico, economico, simbolico, si traveste da relazione, opportunità, “scelta personale”.

Quando una carriera, una visibilità, un futuro vengono implicitamente subordinati alla disponibilità affettiva o sessuale, non siamo più nel campo del desiderio né dell’ambiguità umana.
Siamo dentro una dinamica di dominio.

Il potere forte non ha bisogno di usare la forza: usa l’asimmetria.

Chi è sopra non deve imporre: lascia intendere.

Chi è sotto non viene costretto: viene messo all’angolo del “se vuoi davvero…”.

È qui che avviene la manipolazione più subdola: quando la responsabilità viene spostata sulla vittima, quando il consenso viene letto a posteriori come colpa, quando il silenzio viene scambiato per complicità.

E il paradosso più violento è questo: gli stessi ambienti che vivono di esposizione, desiderio, mercato dei corpi, diventano improvvisamente moralisti e persecutori nel momento in cui il meccanismo viene nominato.

Il sistema tollera tutto, tranne che qualcuno dica: qui non era un gioco tra pari.

Perché nominare l’abuso di potere significa togliere l’alibi all’intero impianto. Significa dire che non tutti partono dalla stessa altezza, che non tutte le “scelte” sono libere, che il consenso, senza simmetria, è spesso una finzione utile ai forti.

Non è un processo alle intenzioni.

È una lettura strutturale. Finché continueremo a individualizzare ciò che è sistemico,
a psicologizzare ciò che è politico,
a chiedere maturità a chi è stato esposto a ricatto, il potere continuerà a lavarsi le mani nella morale.

La vera domanda non è: perché sei andato? La domanda è: chi aveva il potere di farti credere che non potevi permetterti di dire no?

E finché questa domanda resterà scomoda, sarà proprio per questo l’unica necessaria.

Quando il potere erotizza il consenso, la libertà dell’altro è già stata violata, anche se il corpo non ha ancora detto no.

Chi vive di piacere senza limite e poi brandisce la morale, non difende l’etica: difende il proprio dominio.

La vera violenza non è solo l’atto, ma il sistema che ti convince che devi accettare per non sparire.

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