PRATO – La tragica scomparsa di Giovanni Iannelli, il ciclista pratese di 22 anni che ha perso la vita nel 2019 durante una competizione a Molino dei Torti (AL), continua a sollevare una profonda ondata di commozione e riflessione nel mondo dello sport.
In una toccante lettera aperta indirizzata a Carlo Iannelli, padre del corridore, la madre di un giovane ciclista della categoria Juniores, R. Bianca, ha espresso il proprio dolore e la propria solidarietà, ponendo interrogativi cruciali sul tema della sicurezza e della sensibilità istituzionale.L'appello di una madre:
"Chiediamo verità e rispetto"Nella missiva, la donna descrive il profondo senso di angoscia provato di fronte alle complesse vicende procedurali che hanno accompagnato il caso:
“Leggo questo articolo e sento un gelo dentro. Perché in mezzo a tutti questi nomi, questi ruoli, queste cariche e queste istituzioni, io continuo a vedere una sola immagine: un ragazzo di 22 anni steso sull’asfalto che non tornerà più a casa. E allora mi chiedo come sia possibile che davanti alla morte di un figlio si riesca ancora a parlare più di procedure che di coscienza. Prima delle difese, delle archiviazioni e dei silenzi, dovrebbe esistere qualcosa di più grande: il senso umano della responsabilità”.
R. Bianca sottolinea con forza la dignità della battaglia intrapresa dalla famiglia Iannelli: “Il papà di Giovanni sta continuando a lottare con un coraggio immenso. Non chiede vendetta.
Chiede verità. Chiede rispetto per suo figlio. Perché Giovanni non può essere ridotto a una pratica da chiudere.
Era un ragazzo di 22 anni.
Un figlio. Una vita vera spezzata sull’asfalto”.
La realtà del ciclismo giovanile e le paure dei genitori
La lettera si sposta poi sulla realtà quotidiana vissuta dalle famiglie dei giovani atleti, evidenziando il legame profondo e i sacrifici che caratterizzano le categorie giovanili del ciclismo italiano: “Io sono la madre di uno Juniores di neanche 17 anni.
Un ragazzo che ogni settimana mette un casco, abbassa la testa sul manubrio e parte inseguendo il suo obiettivo. E forse chi non vive questo sport non può capire davvero cosa sia il ciclismo per questi ragazzi. Il ciclismo è sacrificio, disciplina, identità.
È svegliarsi all’alba mentre gli altri dormono, è allenarsi sotto la pioggia, col freddo e col vento. È imparare a soffrire senza smettere di credere nei propri sogni.
Per loro la bicicletta è libertà. Sono compagni che diventano fratelli; sono chilometri, fatica, cadute, paure nascoste dietro un casco e obiettivi costruiti giorno dopo giorno”.
Proprio in virtù di questo affidamento, la firmataria solleva un interrogativo che pesa sul movimento ciclistico: “Ed è proprio per questo che leggere certe cose fa così male. Perché noi genitori affidiamo i nostri figli a questo sport credendo che la loro vita venga protetta sopra ogni cosa.
E allora oggi da madre mi faccio una domanda che pesa come un macigno: la legge è davvero uguale per tutti? Perché davanti alla morte di un ragazzo non dovrebbero esistere nomi importanti o ruoli da difendere.
Dovrebbe esistere soltanto il bisogno assoluto di arrivare alla verità”.
"La vera vittoria è tornare a casa
La conclusione della lettera si trasforma in un appello universale per la sicurezza stradale e l'incolumità degli atleti durante le competizioni, ricordando che la tutela della vita umana deve superare qualsiasi logica di risultato agonistico:
“Questi ragazzi devono tornare vivi.
Devono tornare dalle loro famiglie. Dai loro amici. Dai loro sogni. Dai loro obiettivi.
Devono poter scendere da quella bici vivi. Non importa se in volata, da vincitori o ultimi. Non importa il risultato. La vera vittoria è tornare a casa vivi. Per Giovanni. Per la verità”, conclude R. Bianca.
