Smettete di cercare il “prete omosessuale” del Dott.re Carlo D'Angelo

Dott.re Carlo D'Angelo, smettete di cercare il “prete omosessuale” per una Chiesa che accompagna, non che perseguita

Nel panorama delle ferite aperte nella Chiesa contemporanea, ce n’è una che continua a bruciare e a fare silenzioso rumore: la caccia al prete omosessuale.

Una pratica più diffusa di quanto si voglia ammettere, spesso nascosta dietro il linguaggio della prudenza, della spiritualità o della “discernente” attenzione vocazionale.
Ma che, in realtà, ha ferito e continua a ferire.

A volte fino alla morte.

Ci sono parole pronunciate da persone con potere sulle coscienze, che non si possono ignorare. Non quando diventano strumento di esclusione, di umiliazione, di disperazione.

Psicologia senza psicologia

Da anni, realtà attente — come Silere non possum — documentano ciò che accade dietro le quinte di certi percorsi psicologici all’interno di seminari, case religiose, diocesi:
• Colloqui imposti senza reale libertà;
• diagnosi affrettate e senza basi cliniche;
• intrusioni nella sfera affettiva e sessuale dei candidati;
• violazione del segreto professionale;
• e, in alcuni casi, autentici percorsi di “rieducazione” fondati sull’idea che l’omosessualità sia una patologia da correggere. Ciò che viene chiamato “accompagnamento psicologico” è, in realtà, spesso una forma mascherata di controllo spirituale, dove l’ascolto è subordinato alla conformità, e il sostegno si trasforma in sorveglianza.

Chi ha attraversato questi cammini parla di ferite profonde, mai rimarginate: depressione, rifiuto di sé, perdita della vocazione, autosvalutazione, isolamento.
In alcuni casi, la tragedia: giovani sacerdoti che si sono tolti la vita.

Non perché fragili, ma perché si sono sentiti sbagliati, colpevoli, inadatti a esistere.
Uno stereotipo che uccide

Tra le frasi raccolte nel tempo, ce n’è una che colpisce per la sua volgarità travestita da diagnosi: “ Il vero omosessuale, quello DOC, è quello affamato di sesso.».

Non è solo una frase volgare.

È una dichiarazione pericolosa.

Perché riduce l’identità affettiva a una caricatura. Perché criminalizza non i comportamenti, ma le persone. Perché trasforma l’omosessualità in una minaccia da estirpare, non in una realtà da comprendere, accompagnare, ascoltare. E questo accade ancora oggi, in silenzio. Accade nelle stanze chiuse dei colloqui “vocazionali”. Accade nelle valutazioni sotterranee tra educatori e formatori. Accade in documenti riservati che segnano destini.

Un sistema che seleziona per appartenenza, non per competenza

Il problema, però, non riguarda solo singoli individui “troppo rigidi” o “mal formati”.
Il problema è più ampio: è sistemico.
• È l’assenza di criteri nella selezione di formatori e “esperti psicologici”, alcuni dei quali mescolano spiritualità, teologia e psicologia senza una reale formazione.
• È il silenzio degli Ordini degli Psicologi, che raramente intervengono su pratiche ambigue o dannose.
• È la complicità — talvolta inconsapevole — di diocesi e istituzioni religiose che affidano le coscienze a chi non è realmente preparato.
• È l’assenza di vigilanza episcopale, che dovrebbe proteggere la salute psicologica dei seminaristi, e invece la affida a giudizi soggettivi o a deleghe irresponsabili.

A questo si aggiunge una confusione grave e diffusa nella scelta dei terapeuti: psicologi e psicoterapeuti selezionati non per competenza clinica, ma per vicinanza a certe figure apicali, fedeltà a una linea, appartenenza a un gruppo ecclesiale.

4È una distorsione profonda, che svuota di senso l’accompagnamento e tradisce la vocazione stessa della psicologia: aiutare le persone a diventare se stesse, non a trasformarsi in ciò che altri si aspettano.

Quando un terapeuta viene scelto per “fiducia ideologica” e non per preparazione professionale,
la relazione d’aiuto si trasforma in un rischio.
E chi si affida — nella sua vulnerabilità — si trova a essere osservato, misurato, valutato, a volte segnalato.

Un accompagnamento che ferisce

Tutto questo ha un costo altissimo.
Un costo umano, spirituale, vocazionale.
Molti di coloro che sono stati sottoposti a queste forme di controllo camuffato da aiuto oggi vivono con ferite aperte:
• senso di colpa cronico,
• crisi vocazionali indotte,
• isolamento relazionale,
• disistima profonda,
• e in alcuni casi, perdita totale della fiducia nella Chiesa.

Di fronte a questo, è lecito chiedersi:

• Dov’è il discernimento ecclesiale?
• Che fine ha fatto il rispetto per la persona, per la sua storia, per la sua interiorità?
• Quando la Chiesa riconoscerà di aver usato la psicologia non come strumento di cura, ma come arma di controllo spirituale?

Non è relativismo. È Vangelo.

Qualcuno dirà che qui si cede al relativismo.
No. Si sta ritornando al Vangelo.
Quello che si fa carne nella storia concreta delle persone.

Quello che non scarta, non condanna, non divide.

Quello che riconosce in ogni volto una chiamata unica, irripetibile, sacra.

Una Chiesa madre non può fare la cacciatrice.
Non può trattare i suoi figli come problemi da gestire.

Non può ridurre l’identità di una persona a un rischio.

Non può scegliere la paura al posto della misericordia.
Un appello alla coscienza ecclesiale

Non si tratta di “aprire le porte a tutto”.

Si tratta di chiudere i conti con un approccio inquisitorio che ha prodotto esclusione, sofferenza e, in alcuni casi, veri e propri abusi spirituali.

Non c’è nulla di evangelico nella caccia alle streghe.

Non c’è nulla di spirituale nel giudizio preventivo.

Non c’è nulla di formativo nell’umiliazione delle coscienze.

Se la Chiesa vuole essere madre, deve guardare in faccia questo male, riconoscerlo, chiederne perdono, e cambiare strada.

Non domani.

Oggi.