Dr. Carlo D’Angelo - Voce delle Soglie Sanremo, la “campana dei bimbi non nati” suonerà ogni sera contro l’aborto, il confine sottile tra testimonianza e strumentalizzazione: Campane e silenzi, il peso dei simboli sulle ferite

Suonare le campane per i bambini non nati è un gesto simbolico, e come ogni gesto simbolico parla sempre su più livelli.

Il problema non è il simbolo in sé, ma come viene abitato e che cosa produce nelle coscienze.

Una prima riflessione necessaria è questa :

Un simbolo che nasce per custodire la vita rischia di diventare ambiguo se non tiene insieme tutte le vite coinvolte.

La vita del bambino non nato, certo.

Ma anche la vita della donna, la sua storia, le sue ferite, le sue condizioni concrete, spesso segnate da solitudine, paura, violenza, precarietà.

Quando un gesto pubblico non riesce a contenere questa complessità, può trasformarsi da invito alla coscienza in atto che divide.

C’è poi una questione pastorale profonda.

La Chiesa ha il diritto – e direi il dovere – di affermare il valore della vita.

Ma il Vangelo non ha mai affidato la conversione al rumore, bensì alla prossimità.

Le campane richiamano, svegliano, ma non accompagnano.

Possono aprire una domanda, ma non possono sostituire l’ascolto, la cura, la presa in carico reale delle situazioni concrete.  

Il rischio più grande è che un gesto simbolico venga percepito come giudizio implicito, soprattutto da chi vive già una colpa interiorizzata, un dolore non elaborato, una decisione subita più che scelta.

In quel caso, il simbolo non genera vita, ma riattiva ferite.

E una pastorale che riapre ferite senza offrire spazi di cura tradisce, anche senza volerlo, la propria intenzione.

C’è infine una domanda che non possiamo evitare :

Che tipo di Chiesa vogliamo essere quando tocchiamo temi così delicati?
Una Chiesa che segnala dall’alto o una Chiesa che sta accanto?
Una Chiesa che afferma principi o una Chiesa che regge il peso delle storie?
Perché la credibilità non nasce dalla forza del gesto, ma dalla coerenza tra gesto e accompagnamento.
Forse il punto non è suonare o non suonare le campane.

Il punto è se, dopo quel suono, qualcuno resta.

Resta con le donne, con le coppie, con le solitudini, con i fallimenti, con le ambivalenze.

Perché la vita si difende davvero solo dove qualcuno è disposto a sporcarsi le mani con la complessità dell’umano.
Su questo, più che dividere, dovremmo interrogarci insieme.
È davvero un tema complesso, e proprio per questo merita una riflessione che non si fermi allo slogan né allo schieramento.
Suonare le campane per i bambini non nati è un gesto fortemente simbolico, carico di intenzioni e di ambiguità insieme.

Le campane, nella tradizione cristiana, non sono mai neutre: chiamano, segnano un passaggio, annunciano una morte o una nascita, convocano una comunità.

Qui però la domanda decisiva non è che cosa si vuole difendere, ma come e a chi si parla.

Un gesto pubblico così potente rischia di ridurre una realtà drammatica e complessa a un segnale univoco, facilmente leggibile come presa di posizione identitaria.

Il dolore legato all’aborto qualunque sia la posizione etica o giuridica non è mai astratto: attraversa corpi, storie, solitudini, paure, condizioni sociali, ferite pregresse.

Quando il simbolo diventa più forte dell’ascolto, c’è il rischio che la coscienza venga colpita ma non accompagnata.

La domanda cruciale è: questo gesto apre uno spazio di parola o lo chiude?

Crea prossimità o rafforza una distanza?

Per molte donne (e coppie) che hanno vissuto questa esperienza, il suono delle campane può non essere annuncio di vita, ma riattivazione di colpa, vergogna, isolamento.

Se il simbolo non è accompagnato da luoghi reali di accoglienza, ascolto, sostegno concreto, rischia di parlare su qualcuno, non con qualcuno.

La profezia, nella tradizione biblica, non alza il volume: scende nel dolore, lo attraversa, lo porta davanti a Dio senza usarlo.

Un gesto profetico non divide il mondo tra giusti e colpevoli, ma espone anche chi lo compie, lo rende vulnerabile, disponibile al confronto.

Quando invece un gesto simbolico diventa: facilmente riconoscibile, mediaticamente  spendibile, moralmente inequivocabile, corre il rischio di trasformarsi in marcatura identitaria, più che in annuncio evangelico.

Forse la questione non è se suonare o non suonare le campane, ma che tipo di Chiesa vogliamo essere davanti a questi drammi: una Chiesa che segnala valori, o una Chiesa che regge storie?

La vita non si difende solo con simboli forti, ma con presenze fedeli, politiche di sostegno reale, accompagnamento psicologico, responsabilità condivisa, anche maschile, anche sociale.

Questo gesto mette tutti davanti a una soglia: tra testimonianza e imposizione, tra annuncio e giudizio, tra simbolo e carne.

Forse la domanda più onesta è questa: il suono delle campane riesce a farsi preghiera che include, o resta un suono che divide?

Non è una domanda contro qualcuno.

È una domanda per la Chiesa.