<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Samuele Baricchi - ilPostScriptum]]></title><description><![CDATA[News, calcio, sport, società, cultura, economia, diritto, innovazione e molto altro]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link><image><url>https://www.ilpostscriptum.it/favicon.png</url><title>Samuele Baricchi - ilPostScriptum</title><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link></image><generator>Ghost 2.31</generator><lastBuildDate>Sun, 05 Apr 2026 17:37:26 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.ilpostscriptum.it/author/samuele-baricchi/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[Il Tiranno in decadenza - da Shakespeare a Tolkien]]></title><description><![CDATA[<p><strong>IL TIRANNO IN DECADENZA</strong><br></p><p>Luciano di Samosata, nei <em>Dialoghi dei Morti</em>, scritti nel II secolo d.C., immagina trenta dialoghi tra dei, personaggi dell'epica e del mito, ambientati nell'oltretomba. 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Analizzando meglio le parole utilizzate dai personaggi e l'atmosfera troviamo addirittura uno scopo filosofico e riflessivo, come spesso accade andando al di là delle apparenze giocose della satira. Essa serve anzi tutto come spunto di riflessione critica.</p><p>Nei <em>Dialoghi dei Morti </em>troviamo un concetto assai caro ai greci antichi, la morte, la caducità. La gloria può essere raggiunta in vita, la ricchezza, ma ogni cosa è soggetta al mutare degli eventi e del Fato, la divinità Tyke.</p><p>La tragedia offre esempi a non finire, e proprio dalla tragedia Luciano prende alcuni suoi personaggi mitici, ribaltandone la solennità, mostrandone il lato più umano e meno eroico secondo i canoni della Grecia classica.</p><p>Sono passati molti secoli infatti dal “kalòs kai agathòs” dell'epica di Omero, e i canoni letterari ed estetici di Luciano di Samosata si distaccano molto dalla Grecia delle poleis e di Solone come si è soliti pensare in un primo sguardo di riferimento alla Grecia antica.</p><p>Luciano è un autore fantastico. “<em>Storia vera”</em>incarna topoi letterari che saranno poi ripresi da Ariosto – Astolfo sulla Luna -  e in buona parte da quella branca di fantasy che si occupa dell'assurdo e dell'avventuroso inteso in senso proprio surreale. Influenza anche Jonathan Swift e i suoi <em>Viaggi di Gulliver</em>.</p><p>Nello specifico, i Dialoghi dei Morti mostrano come un grande re, o un personaggio illustre, o un eroe, sia poi poca cosa di fronte all'ineluttabilità della morte.</p><p>Alessandro, in uno dei dialoghi a lui dedicati, trovandosi da poco all'Inferno, incontra il filosofo Diogene. Già tra i due vi era stato un precedente incontro quando entrambi erano in vita: Alessandro si recò a visitare il filosofo cinico che viveva mendicando e vivendo in una botte, ma sempre mantenendo un aspetto fiero. Quando Alessandro gli chiese di cosa aveva bisogno, visto che gli appariva come un mendicante, Diogene rispose se il re poteva scostarsi visto che gli faceva ombra e lui voleva essere illuminato dal Sole, ossia dalla luce della sapienza.Questo per dire che non cercava ricchezze materiali, ma bensì interiori, conoscenza, che nell'antichità coincideva con un'intima connessione con quello che l'Idealismo tedesco chiamerà Geist, Spirito, Assoluto, Infinito, o quello che Plotino aveva denominato come l'Uno. Il Sole fuori dalla caverna di Platone.</p><p><br></p><p>Diogene si riferisce ad Alessandro chiedendogli come mai fosse morto così giovane e in un modo così inusuale per un guerriero del suo calibro, inoltre era stato dichiarato dall'oracolo di Amon come figlio di Zeus e vi erano dicerie sul fatto che sua madre Olimpiade d'Epiro si fosse accoppiata con un serpente, ossia Dioniso incarnato. In ogni caso era quindi chiaro e palese che Alessandro in vita era considerato il figlio di un dio.</p><p>Il giovane conclude dunque che tutto ciò che gli era stato raccontato dagli oracoli fosse falso, essendo morto di malattia o di avvelenamento, e quindi, si rende conto di essere sempre stato un mortale qualunque. Il senso dei Dialoghi dei Morti di Luciano di Samosata è proprio quello di mostrare, tramite il paradosso tipico del genere satirico, un importante e ricorrente concetto tipico della letteratura e dell'ethos greci : il rispetto per il Destino, per il Fato, quindi per la morte stessa. E' un concetto che riecheggia nella cultura greca fin dai tempi dell'Odissea di Omero, quando il protagonista, l'eroe, spesso si abbandona allo sconforto pensando di non tornare mai più a rivedere Itaca. Solo quando si lascia andare completamente alla Tyke, allora Odisseo riesce a tornare a casa, per poi affrontare ancora diverse prove. Vi è nella grecità questa contrapposizione tra rispetto per la Tyke, la Sorte, e quindi per tutto ciò che è divino e trascende la comprensione umana mortale, e la Hybris, ovvero la tracotanza, l'arroganza nei confronti degli dei, il voler porsi al pari di un dio, dimenticandosi della propria natura umana, come per esempio fece Alessandro il Grande.</p><p>Anche se è da considerare la ragione strategica e militare dietro all'affermazione dell'oracolo di Amon. L'impero di Persia poteva cadere solo se a farlo capitolare fosse stata qualche potenza titanica, divina, il figlio di Zeus, per l'appunto, Alessandro. La storia è anche fatta di mito. Nell'immaginario collettivo della gente dell'epoca per essere accettato come sovrano Alessandro doveva necessariamente apparire come un dio, essere un dio, non c'erano alternative, al fine di governare un popolo abituato ad essere sottomesso soltanto da un dio Re.</p><p>Vi erano quindi ragioni storiche profonde dietro alla profezia dell'oracolo di Amon.</p><p>Alla domanda di Diogene se lui ogni tanto si ricordasse di tutte le sue conquiste e di tutti i suoi momenti più belli della vita, Alessandro scoppia in pianto, maledicendo inoltre gli insegnamenti di Aristotele che gli aveva impartito da ragazzo, visto che il filosofo puntava solo a far spiccare la bravura letteraria di Alessandro, frenandolo nei suoi progetti ambiziosi di conquista.Diogene consiglia allora al sempre più sconvolto giovane tiranno decaduto di bere l'acqua del fiume Lete, il fiume infernale della dimenticanza, le anime che ne bevevano le acque scordavano tutti i loro ricordi della vita mortale.</p><p>Sempre in maniera satirica, Diogene invita Alessandro a far presto, perchè stanno arrivando nei pressi del fiume anche le anime di Clito il Nero e di Parmenione, entrambi accusati e messi a morte da Alessandro, durante i frequenti scatti d'ira del sovrano, gli storici dicono dati forse da una mania presente in lui fin dalla tenera età, altri a causa delle stregonerie e degli strani rituali della madre, altri ancora a causa dell'abuso di vino e bevande alcoliche miste a oppio e altre piante di natura psicotropa che nell'antichità, anche tra i macedoni, i re e le loro corti erano soliti utilizzare in abbondanza.</p><p><br></p><p>La figura del re in decadenza ricorre spesso nella letteratura.</p><p><br></p><p>“Piena di scorpioni è la mia mente” - Macbeth, W. Shakespeare</p><p><br></p><p>Il connubio tra potere e maledizione viene esplicato in maniera del tutto sublime nella tragedia <em>Macbeth</em>di Shakespeare. La trama e l'atmosfera influenzeranno tutta la letteratura Romantica e di conseguenza anche buona parte della primigenia letteratura fantastica.</p><p><br></p><p>Ci troviamo in una cupa Scozia di Basso Medioevo. Le Sorelle Fatali, tre Streghe, ispirate dalla figura delle Norne della mitologia norrena e delle Parche di quella greco romana, decidono che la loro prossima apparizione sarà a Macbeth. Quest'ultimo e Banquo, generali dell'esercito di re Duncan di Scozia, hanno appena sconfitto le forze congiunte di Norvegia e Danimarca, guidate dal ribelle Macdonwald.</p><p><br></p><p>Sulla via del ritorno verso i loro castelli, Macbeth e Banquo fanno un'affermazione sull'atmosfera della Scozia, un tempo meteorologico “brutto e bello insieme”, che indica l'ambiguità e lo sguardo sull'oltre dalle quali molte storie <em>weird </em>o fantasy prendono piede, come se qualcosa di sovrannaturale fermasse il tempo e la pioggia e le nubi nere delle brughiere ventose. Da lì a poco, come se i due personaggi avessero intuito cosa sarebbe accaduto, appaiono le tre streghe ispirate al mito delle Norne, le Sorelle Fatali.</p><p>Una si rivolge a Macbeth definendolo “il soldato”, un'altra lo chiama “il generale”, e la terza lo chiama “il re”. Le streghe parlano anche a Banquo, che le sfida, sebbene sia intimorito dall'atmosfera magica e straniante della situazione e dall'aspetto terrificante delle tre sorelle. Profetizzano che egli sarà capostipite di una stirpe di re.</p><p>Poi le tre streghe svaniscono, lasciando Macbeth e Banquo sgomenti.</p><p><br></p><p>Macbeth, convinto dalla moglie e dalla profezia delle streghe, arriverà addirittura a uccidere il suo migliore amico a causa della brama di potere, e diventerà folle, tormentato dalla visione dello spettro di quest'ultimo. Tuttavia, come moltissime profezie e segnali provenienti dall'oltre, da qualcosa di sovrannaturale e umanamente incomprensibile, la stessa apparizione delle Moire, o delle Sorelle Fatali, come sono state riadattate da Shakespeare trasferendo le figure in un'ambientazione medievale, diventa causa di qualcosa d'infausto. Macbeth è causa della sua stessa rovina.</p><p><br></p><p>Macbeth presenta una certa ambiguità: la sua sete di potere lo induce al delitto, ma ne prova anche rimorso pur essendo incapace di pentimento.</p><p>Il sovrannaturale è presente con apparizioni di spettri, fantasmi, che rappresentano le colpe e le angosce dell'animo umano, nonché dalla presenza, forse reale o forse solo immaginata, delle tre streghe, quali emissarie di un Fato incombente e ineffabile, giustificazione e al tempo stesso ineluttabile sovrano delle sorti degli uomini.</p><p>Nella follia sanguinaria Macbeth ha un solo conforto attraverso il contatto con il soprannaturale e, all'inizio del IV atto, egli si reca nuovamente dalle streghe per conoscere il proprio destino. Il responso è solo in apparenza una rassicurazione, in realtà è molto enigmatico, ma Macbeth vi si appiglia con convinzione ed affronta i nemici (V atto) fino al momento in cui scopre il vero significato di quelle oscure profezie.</p><p>Tra i vari presagi elencati dalle tre streghe vi era quello che il tiranno sarebbe stato sconfitto solo quando il bosco si sarebbe messo a camminare, e si sarebbe spostato, una cosa che rassomiglia a un paradosso, qualcosa d'impossibile, di conseguenza è come affermare che Macbeth non avrebbe mai conosciuto la sconfitta.</p><p>In Inghilterra MacDuff e Malcolm pianificano l'invasione della Scozia. Macbeth, adesso identificato come un tiranno, vede che molti baroni disertano dal suo fianco. Malcolm guida un esercito con MacDuff e Seyward, contro il castello di Dunsinane, fortezza associata al trono di Scozia dove Macbeth risiede. Ai soldati, accampati nel bosco di Birnam, viene ordinato di tagliare i rami degli alberi per mascherare il loro numero. Con ciò si realizza la terza profezia delle streghe: tenendo alti i rami degli alberi, innumerevoli soldati rassomigliano al bosco di Birnam che avanza verso Dunsinane. Alla notizia della morte della moglie (la cui causa non è chiara; si presume che ella si sia suicidata, oppure che sia caduta da una torre in preda a un delirio da sonnambula) e di fronte all'avanzata dell'esercito ribelle, Macbeth pronuncia il famoso monologo (<em>"Domani e domani e domani"</em>), sul senso vacuo della vita e di tutte le azioni che la costellano, vani atti insignificanti che puntano al raggiungimento di obiettivi che non hanno alcun reale valore.</p><p><em>"La vita non è che un'ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla"</em></p><p><br><br></p><p>Nella letteratura italiana troviamo l'esempio di “<em>Saul</em>” di Vittorio Alfieri. La tragedia narra un episodio biblico e tratta le ultime ore di Saul, nell'accampamento militare di Gelboè durante la guerra contro i Filistei.</p><p>Saul incarna l'archetipo del guerriero coraggioso e valoroso, forte, invincibile. Fu voluto come re di Israele e benedetto da Samuele, il sacerdote. Col tempo, però, Saul si allontanò da Dio finendo per compiere diversi atti di empietà. Allora Samuele, su ordine del Signore, consacrò re un umile pastore: Davide. Questi fu chiamato alla corte di Saul per placare con il suo canto l'animo del re, e lì riuscì ad ottenere l'amicizia di Gionata, figlio del re, e la mano della giovane figlia di Saul, Micol.</p><p>David generò però una forte invidia nel re, che vide in lui un usurpatore e al tempo stesso vi vide la propria passata giovinezza. David venne perseguitato da Saul e costretto a rifugiarsi in terre dei filistei (e per questo accusato di tradimento).</p><p>La vicenda del Saul narra le ultime ore di vita del re e vede il ritorno di David, che da prode guerriero è accorso in aiuto del suo popolo in guerra con i Filistei, pur sapendo bene il rischio che ciò poteva comportare per la sua vita. David è pronto a farsi uccidere dal re, ma prima vuole poter combattere. Saul vedendolo lo vuole uccidere, ma dopo averlo ascoltato si convince a dargli il comando dell'esercito. David ad un certo punto commette però un errore, parlando di “due agnelli” in Israele, e ciò genera il delirio omicida di Saul verso il giovane. Saul poi spiega a Gionata la dura legge del trono, per la quale “il fratello uccide il fratello”. Da questo momento in poi della trama la follia di Saul diventerà sempre più crescente e incontenibile e selvaggia, fino ad arrivare al culmine della tragedia nel quale il re, solennemente, dopo essersi ridestato, nell'ultimo atto, e aver previsto in sogno la morte propria e dei suoi figli, si uccide, l'esercito dei Filistei sta avendo la meglio su quello d'Israele. La figura del tiranno impazzito recupera la sua dignità tramite il gesto tragico del suicidio. Dall'ultima parte del Romanticismo e dal Decadentismo Alfieri eredita questo gusto per il titanico, per la solenne morte di un re, che però gli restituisce il suo onore. Come se l'onore fosse, per un glorioso re dell'antichità, più importante della vita stessa, la morte è qualcosa che toglie, non che restituisce, eppure nella visione tragica di molti autori pare che vi siano cose che vanno oltre la morte stessa, visioni d'immensità, intuizioni d'infinito.</p><p><br><br></p><p>La letteratura fantasy eredita dalla cultura tragica il gusto per il titanismo e per l'estetica eroica ed epica.</p><p>Ne “<em>Il Signore degli Anelli”</em>di J.R.R. Tolkien vediamo Grampasso, un ramingo, ultimo ered e della stirpe di Isildur e Elendil, il trentanovesimo, rifiutare per buona parte della trilogia il suo ruolo e fato indissolubile.</p><p>Passa i primi anni della sua vita in esilio, vagabondando tra le Terre Selvagge. Dopo aver combattuto nella guerra dell'Anello, viene incoronato re di Gondor e tutti i regni degli uomini. La sua vera identità gli sarà svelata solo all'età di vent'anni da re Elrond, a Gran Burrone, dove Aragorn fu adottato, avendo perso il padre in un inseguimento di orchi nelle terre del Nord insieme ai figli di Elrond.</p><p>Quest'ultimo dai frammenti di Narsil, la Lama che fu Spezzata, forgia Andùril, Fiamma dell'Ovest. Aragorn diviene insieme a Gandalf il Grigio il capitano della Compagnia dell'Anello. Viene incoronato col nome di “Elessar”, che significa gemma elfica.</p><p>Aragorn non è un sovrano decaduto, bensì fa parte di una linea regale decaduta, di un sangue maledetto. Isildur rifiutò di gettare l'Anello nel Monte Fato, quando ne ebbe l'occasione, e questo fu causa indiretta della sua rovina, e della rovina della Terra di Mezzo tutta. Se Aragorn rappresenta il superamento delle insicurezze e delle paure umane per il conseguimento di un obiettivo ben preciso, con un senso molto umano, ossia proteggere gli Hobbit partiti dalla Contea, Isildur invece raffigura il cuore corruttibile degli esseri umani.</p><p>Un animo colto dalla cupidigia e dalla sete di potere, dalla voglia di avere ancora più gloria, ancora più prestigio, ancora più forza. Tolkien, figlio del suo tempo, insegna una lezione d'umiltà al lettore. La gloria autentica, ovvero, il massimo compimento della natura umana, e dell'essenza della Terra di Mezzo, non si raggiunge di certo tramite l'Anello di Sauron, ovvero tramite la forza facile, immediata, brutale, ma attraverso la saggezza e la calma elfica. Un'altra figura interessante dal punto di vista della cupidigia, vista sotto l'aspetto della brama di conoscenza, è quella di Saruman il Bianco. Capo dell'ordine di Gandalf, Saruman si lascia corrompere, alleandosi con il Nemico, dando la stirpe degli uomini per sconfitta e bramando con uno strano luccichio negli occhi, proprio come lo descrive Tolkien, un potere sinistro. La veste, una volta immacolata, rifletteva ora tutti i colori, talvolta assumendo una tonalità, talvolta un'altra, come se l'essenza stessa di Saruman stesse cambiando, velocemente, in qualcosa di sempre più simile al Caos.</p><p>Parlando di Caos il tiranno decaduto per eccellenza della letteratura fantastica spada e stregoneria è Elric di Melnibonè di Michael Moorcock, che possiede due spade legate intimamente al Caos del multiverso dell'autore, in contrasto con la Legge. Albino, costretto ad assumere continuamente pozioni per mantenere la sua forza, differente dagli altri Melniboneani per via del suo carattere, troppo sensibile agli occhi dei compatrioti, imperatore di un impero in decadenza da cinquecento anni. Dopo lo scontro con il cugino Yrkoon, Elric lascerà il trono e inizierà a errare per i cosiddetti Regni Giovani, sorti da appena cinque secoli, mentre Melnibonè è un impero millenario.</p><p><br><br></p><p>In Robert E. Howard troviamo una citazione che rende benissimo l'idea del concetto di sovrano che hanno i personaggi creati dall'autore statunitense, troppo liberi per accettare i compromessi della vita regale di corte.</p><p><em>"Quand'ero uomo d'arme suonavano i timballi, il popolo dorava le strade ai miei cavalli. Ora che sono Re, è irto il mio cammino, di perfidi pugnali, veleno nel mio vino."</em></p><p><br><br></p><p>Nel fantasy troviamo quindi una rappresentazione allegorica delle dinastie e dell'atmosfera dell'Impero Romano, o che si rifanno addirittura ai popoli Egizi o Babilonesi e Sumeri, oppure una rievocazione dei regni del Medioevo e della Guerra dei Cent'Anni tra Francia e Inghilterra, a livello sempre di substrato di fondo, di humus sopra al quale prende vita la storia. Nel fantasy mediterraneo, che sta prendendo piede negli ultimi anni, rifacendosi alle opere primigenie e più simili al classico romanzo d'avventura del genere fantastico, leggiamo proprio di ambientazioni prese da un contesto storico e culturale ben preciso e fuse insieme a miti e leggende del folklore tipico del territorio a cui si fa riferimento.</p><p>Un buon esempio di fantasy mediterraneo è il romanzo “La Stirpe di Herakles” di Andrea Gualchierotti, “Rodi – Il Sorriso del Colosso” e “Mediterranea”, tutti editi da Italian Sword &amp; Sorcery Books.</p><p><br><br></p><p>Si tratta di opere che mischiano il fantastico con lo storico, il mito con il vero, richiamando un po' l'essenza vitale stessa dell'uomo antico, che viveva sempre in mezzo a forze titaniche mitologiche, ma anche alla concretezza della vita e delle esperienze quotidiane.</p><p>Gli antichi, con la loro peculiare sensibilità, vivevano perennemente in mezzo alla loro medesima cultura, mantenendo un'identità collettiva molto forte e ben marcata.</p><p>Il tiranno in decadenza è il simbolo dell'uomo che osa troppa, a causa della sua tracotanza nei confronti degli dei, ma anche nei confronti degli uomini, e per colpa del suo orgoglio, o della sua eccessiva brama di potere, finisce per cadere nelle tenebre. Tuttavia il genere tragico lo decanta ancor oggi, facendosi voce di Dioniso e Apollo insieme, razionalizzando l'irrazionale e addomesticando le visioni e le paure più ataviche della natura umana, come intuì ne “La Nascita della Tragedia” F.W. Nietzsche. Tragedia è addomesticamento del terribile, scrive il filosofo tedesco. Essa ci mostra esempi da non seguire, da non imitare, così come, al contrario, l'epica ci mostra esempi da fare nostri.</p><p>Colui che addomestica il terribile è il tragediografo, insieme al pubblico, in un atto collettivo e catartico, quasi sciamanico, vengono evocate forze antiche, energie ataviche, emozioni ancestrali.</p><p>Nel fantasy abbiamo lo stesso tipo di coinvolgimento emotivo da parte delle figure più carismatiche. Gli eroi e i re, sebbene decaduti, nella letteratura fantastica non sono mai decadenti, non sanno mai di stantio, di polvere, o di andato a male, sono sempre luminosi e vitali, come una costellazione, vecchia di miliardi di anni, ma che racconta sempre la medesima, potente, storia.</p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br><br></p><p><br></p><p><br></p><p><br></p><p><br></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Riscoprire il valore dell'immaginazione e del pensiero magico]]></title><description><![CDATA[<p><strong>RISCOPRIRE IL VALORE DELL'IMMAGINAZIONE E DEL PENSIERO MAGICO – BREVE RIFLESSIONE SULLA CADUCITA' DEL REALE, LA SALVEZZA DELL'ARTE, DELLA LETTERATURA FANTASTICA</strong></p><p><br></p><p>L'immaginazione crea miti, titaniche visioni, crea dei, e li precipita nell'abisso. Prometeo cade nel Tartaro, preferendo il vuoto cosmico alla servitù delle leggi di Zeus, padre di tutti gli dei,</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/riscoprire-il-valore-dellimmaginazione-e-del/</link><guid isPermaLink="false">6131ce0b938e830dcbed3dba</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[Libri e Fumetti]]></category><dc:creator><![CDATA[Samuele Baricchi]]></dc:creator><pubDate>Mon, 06 Sep 2021 06:45:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><strong>RISCOPRIRE IL VALORE DELL'IMMAGINAZIONE E DEL PENSIERO MAGICO – BREVE RIFLESSIONE SULLA CADUCITA' DEL REALE, LA SALVEZZA DELL'ARTE, DELLA LETTERATURA FANTASTICA</strong></p><p><br></p><p>L'immaginazione crea miti, titaniche visioni, crea dei, e li precipita nell'abisso. Prometeo cade nel Tartaro, preferendo il vuoto cosmico alla servitù delle leggi di Zeus, padre di tutti gli dei, elemento ordinante del mondo.</p><p><br></p><p>Nella contemporaneità l'elemento governante del mondo non è nessuna entità legata al mondo dell'invisibile, si può tranquillamente affermare che non vi sia alcun punto di riferimento dal punto di visto psichico per le persone.</p><p><br></p><p>Il Fato degli antichi Greci, il Mos Maiorum dei Romani, la figura del druido e dello sciamano presso le culture tribali, le filosofie orientali e le dottrine legate alla sapienza dell'Oltre non sono presenti nella contemporaneità.</p><p><br></p><p>Questa mancanza svuota l'uomo del suo intimo legame con l'infinito. La psiche umana ragiona in termini di progettualità.</p><p><br></p><p>Questa progettualità deve necessariamente essere portata in una direzione, dal punto di vista logico, ogni ragionamento portato ad un alto livello di astrazione porta al concetto della “causa finale non causata”, aristotelicamente.</p><p><br></p><p>Senza questo tipo di ragionamento e questa prospettiva dell'Oltre, di un punto fermo nel caos apparente delle manifestazioni del cosmo e del reale, la mente e la personalità umana si chiude in sé stessa, annichilendosi.</p><p><br></p><p>Il bisogno umano fondamentale, spiritualmente, è di immaginare, sospendere l'incredulità. Percepire l'infinito.</p><p><br></p><p>Il “pensiero magico” costituisce un tipo di processo mentale in cui le associazioni tra un soggetto e un oggetto non rispondono ad una relazione di causa-effetto come nella logica deduttiva, ma risultano collegati tra loro per somiglianza, simpatia, oppure contiguità in quanto parti di un tutto.</p><p><br></p><p>Teoria psicologica e studi elaborati da James George Frazer, antropologo e studioso delle religioni e Bronislaw K. Malinowski, anch'egli antropologo, e sociologo.</p><p><br></p><p>Furono tra i primi a studiare il tipo di pensiero “magico” proprio in quelle popolazioni in cui il sovrannaturale è strutturato nel tessuto sociale a livello profondo e radicato.</p><p><br></p><p>Il “magico” si baserebbe su un'errata individuazione delle <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Causa_(filosofia)">cause</a>, attribuendo alla realtà oggettiva dei legami associativi che apparterrebbero esclusivamente della mente umana.</p><p><br></p><p>Dal punto di vista della manifestazione estetica, e della manifestazione interiore dell'io, la pura attività della riflessione e del meditare, viene svalutata e devitalizzata dalle conclusioni di questo tipo.</p><p>La potenza creativa rappresentata dal pensiero “magico”, un tipo di pensiero tipico dell'età infantile, ma che le teorie psicologiche di Jung, avvalorano proprio quel periodo infantile, e anche di Sigmund Freud, dal punto di vista della formazione della personalità di individuo, sotto ogni aspetto.</p><p><br></p><p>Carl Gustav Jung ammise più volte di aver fatto una profonda analisi delle “immagini interiori” della sua infanzia per giungere alla teorizzazione di un modello psicologico ancora oggi accettato e condiviso, l'intuizione riguardante la sincronicità, elaborata col fisico David Bohm, e la teoria degli archetipi e dell'inconscio collettivo.</p><p><br></p><p>Jung, combattente della prima guerra mondiale, ogni sera, disegna un mandala tibetano, e in base al mutare delle sue forme, che ogni giorno sembrano mutare, capisce che non è il mandala da lui disegnato a trasformarsi, ma lui stesso, il suo animo, la sua interiorità, esplicata tramite la facoltà immaginativa e l'atto artistico del disegno.</p><p><br></p><p>Tramite un'espressione artistica e creativa è possibile conoscere la manifestazione interiore di un'artista, scrittore, musicista, pittore o scultore che sia. Un diverso modo di esprimersi riguarda l'architettura, che segue una facoltà immaginativa inconscia collettiva, più che personale e individuale. Basti pensare all'architettura gotica del Medioevo, cattedrali ampie e riecheggianti dei passi dei fedeli, con vetrate solenni, e una simbologia sia interna sia esterna tesa verso una divinità irraggiungibile, una dimensione dell'Oltre neanche lontanamente percepibile, le stesse guglie di una cattedrale in stile gotico riflettono l'inconscio collettivo della popolazione europea nel periodo storico del Medioevo intorno all'anno Mille.</p><p><br></p><p>Durindala, la leggendaria spada, poco serve a Orlando nell'omonimo poema cavalleresco, che sacrificandosi per salvare l'esercito di Carlo Magno, diviene “infinito” egli stesso non per la sua spada, o per il valore in battaglia o l'abilità militare, ma per l'azione eroica.</p><p><br></p><p>L'eroe medievale cerca la dimensione del non visibile, facendola coincidere con quella del mistico, immolandosi per essa e al fine di essa.</p><p><br></p><p>Il fenomeno delle “crociate” ne è la prova, sotto ogni punto di vista di rapporto con l'Ideale, inteso in senso fichtiano e hegeliano.</p><p><br></p><p>Conan il Cimmero di Robert E. Howard è spesso definito “infantile” nel suo approccio ad un mondo antico e infantile anch'esso, nel senso di primordiale, giovanissimo, e antichissimo nel medesimo istante. “Infantile” è quindi anche “magico”, dal punto di visto della funzione del pensiero e della psiche.</p><p><br></p><p>Il pensiero “magico” rappresenta la forza vitale dell'arte e dello spirito creativo, che si manifesta sotto svariati aspetti.</p><p><br></p><p>La letteratura fantastica trae origine per lo più dal romanzo medievale, e dalla percezione profonda del valore della mitologia e del folklore. In una sorta di visione “animista” del reale il fantasy si dispiega su svariati argomenti e tematiche, rimanendo ben saldo alla terra, e alla magia stessa. Sembrerebbe un paradosso che il pensiero “magico” infantile possa risultare in realtà concreto. Epicuro scrisse riguardo alla filosofia, in età ellenistica, durante la quale a causa di guerre e pestilenze e del repentino cambio dalla democrazie delle città – stato greche si passò alla dominazione dispotica di Alessandro il Grande, figlio di Filippo II re di Macedonia, che il ruolo del pensatore e del filosofo era cambiato rispetto all'età “libera” delle “poleis” in età classica.</p><p><br></p><p>Il filosofo diventava non più protagonista della vita politica, ma della vita personale e privata. L'epicureismo si basa infatti su di una visione atomistica del reale derivata da Democrito, secondo cui ogni cosa è divisibile in “atomi”, letteralmente “entità non divisibili”, se dal punto di vista logico ogni elemento è divisibile all'infinito, entra in gioco quella che Aristotele chiamerà “causa non causata” o “causa finale”, per Democrito, e poi per Epicuro, l'atomo.</p><p><br></p><p>I piaceri dell'esistenza, secondo l'epicureismo, si dividono in due : catastematico, ossia, stabile, e cinetico, o dinamico, ovvero, “in movimento”. I piaceri dinamici sono visti negativamente da Epicuro e, successivamente, nel “De rerum natura” da Lucrezio, poeta romano, che preferisce la sfera del “catastematico”, la riflessione, la meditazione, e l'amicizia, uno dei valori fondamentali dell'epicureismo.</p><p><br></p><p>Quando la libertà decisionale dell'azione viene meno, l'immaginazione può essere secondo la visione di Epicuro non solo liberata dalle catene dei piaceri dinamici, la realizzazione professionale, l'attività politica e la vita pubblica in genere, ma può giovare di questa liberazione, quest'elevazione, questo distaccamento, ma non verso il basso secondo Epicuro, ma verso l'alto, da una “civitas” greca e romana in cui la libertà personale decisionale politica tipica della democrazie delle città – stato scomparve.</p><p><br></p><p>La letteratura è una manifestazione artistica collettiva, e in quanto tale, può essere usata secondo la visione del mondo epicureo, e anzi, deve esserlo, come spunto meditativo, come oggetto di contemplazione e riflessione, senza mai dimenticarsi della pura contemplazione della terra e della natura. Questo concetto è infatti legato alla visione dell'universo e teorizzazione di quest'ultimo dell'atomismo di Democrito.</p><p>La conclusione morale di Epicuro deriva da una riflessione profonda sulla natura del reale.</p><p><br></p><p><br></p><p>Il pensiero “magico” è energia vitale, viscerale, eviscerata nell'atto artistico estetico dello scrivere, per quanto concerne la letteratura, e nello specifico, la letteratura fantastica è mossa dal fuoco dell'immaginazione e del pensiero, il “logos” nella sua migliore e più potente e vitale forma e rappresentazione, coadiuvato dall'Ombra e dagli archetipi della teoria psicologica junghiana, danzando insieme nel Tao del dualismo yin / yang.</p><p><br></p><p>Elric di Melnibonè è un personaggio fantastico ideato da Michael Moorcock nella sua saga di racconti e romanzi pubblicati tra gli anni settanta e novanta.</p><p><br></p><p>Di famiglia reale, albino, fragile, disilluso, Elric è l'ultimo imperatore, in linea di sangue, dell'antichissimo impero di Melnibonè che ha governato tutto il mondo per diecimila anni. Nel momento dell'inizio della saga, sono sorti da cinquecento anni i Regni Giovani che, progressivamente, hanno limitato l'impero alla sola sua capitale: l'isola del Drago.</p><p>La degenerazione dei melniboneani (da sempre cinici e crudeli ma nei secoli divenuti sempre più indolenti) minaccia, costantemente, di causare un'invasione dei popoli giovani e barbari, tenuti a bada unicamente dalla paura della leggendaria crudeltà dei melniboneani, dalla potenza della loro flotta e dal fatto che gli abitanti dell'impero sono gli unici a poter utilizzare in battaglia i draghi.</p><p>Gli abitanti di Melnibonè, a differenza di Elric robusti ed abili in battaglia, sono devoti a divinità (in grado di materializzarsi) denominate "Signori del Caos"; lo stesso patrono di Elric è Arioch, conosciuto come il duca di spade o il duca delle sette tenebre.</p><p>Elric, per mantenere il potere quale imperatore dell'isola, si avvale di pozioni magiche in grado di fornirgli temporaneamente la forza fisica che non ha a causa del suo fisico esile e cagionevole. Inoltre, egli si distingue ancora di più dal resto del suo popolo per la capacità di provare sentimenti, ad essi estranei, quali rimorso e carità.</p><p>L'intero scenario del mondo di Elric è dominato dallo scontro cosmico fra le <em>forze del Caos </em>(legate alla magia, al cambiamento ed alla soggettività) che hanno come massimi esponenti i "Signori del Caos" (detti anche "Sovrani Scuri") e le <em>forze della Legge </em>(legate alla logica, alla stasi ed all'oggettività) che hanno come massimi esponenti i "Signori della Legge" detti anche i "Sovrani Bianchi". La lotta tra le due fazioni è eterna e non potrà mai finire.</p><p><br><br></p><p>“<em>Noi viviamo per alimentare la lotta cosmica, non per vincere” </em>- Il fato del lupo bianco, Michael John Moorcock</p><p><br><br></p><p>A sua insaputa Elric è il “<em>Campione Eterno”</em>, ossia il prescelto per scatenare il conflitto finale fra Legge e Caos sul suo mondo. Il conflitto finale su un mondo dà la possibilità di indirizzare le sorti del mondo successivo: infatti esso sarà più "cosmos" o più "caos" a seconda di quale delle due forze risulterà vincitrice nello scontro avvenuto nel mondo precedente.</p><p>Elric è tuttavia legato al Caos tramite la sua spada, “Stormbringer”, che risucchia le anime dei nemici sconfitti conferendogli maggior forza, è senziente e anela uccidere e lo porterà ad assassinare la sua stessa amata e tradire la sua patria, gettandolo nello sconforto, ma anche nella profonda riflessione sulla caducità del reale e dell'esistenza, nella manifestazione fisica e corporea, mortale, decadente.</p><p>“<em>Questa è la storia di Elric prima che venisse chiamato Uccisore di Donne, prima dello sfacelo finale di Melniboné. Questa è la storia della sua rivalità con il cugino Yyrkoon e del suo amore per la cugina Cymoril, prima che la rivalità e l'amore facessero sì che Imrryr, la Città Sognante, precipitasse tra le fiamme, violentata dai devastatori venuti dai Regni Giovani. Questa è la storia delle due spade nere Tempestosa e Luttuosa, e della loro scoperta e della parte che ebbero nel destino di Elric e di Melniboné: un destino foriero di un destino più grande, quello del mondo stesso. Questa è la storia di quando Elric era re, comandante dei draghi, delle flotte e di tutto il popolo di quella razza semiumana che aveva dominato il mondo per diecimila anni.</em><br><em>È una storia tragica, questa storia di Melniboné, l'Isola del Drago. Questa è una storia di emozioni mostruose e di ambizioni eccelse. Questa è una storia di stregonerie e di tradimenti e di ideali onorevoli, di sofferenze e di piaceri spaventosi, di amore amaro e di dolce odio. Questa è la storia di Elric di Melniboné. Gran parte di questa storia, lo stesso Elric l'avrebbe ricordata soltanto nei suoi incubi.” - </em>Elric di Melnibonè, Michael John Moorcock</p><p><em>“<em>Il destino di Elric è stato forgiato e fissato, così come eoni addietro erano state forgiate e fissate le spade infernali. C’è mai stato un punto in cui lui avrebbe potuto abbandonare questa strada di disperazione, di dannazione e di distruzione? Oppure è sempre stato predestinato al disastro, ancor prima di nascere? Predestinato a conoscere, attraverso mille incarnazioni, poco più della tristezza e della lotta, della solitudine e del rimorso… eternamente campione di una causa ignota? - </em>Elric di Melnibonè, Michael John Moorcock</em></p><p><br><br></p><p>Il coraggio e il valore dell'eroe sta nel non fermarsi nella sua ricerca interiore, di innalzarsi, nel senso del Sublime tragico della cultura greca antica, ripreso dal Romanticismo ottocentesco inglese. “<em>Striving for the infinite”</em>. Concetto elaborato e teorizzato nella prefazione alle “Lyrical Ballads”, di Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth. Rifiutando gli stantii stilemi a lui contemporanei, Wordsworth annuncia il programma poetico che guida le “<em>Lyrical Ballads”</em>, e che dovrebbe guidare la poesia in generale : l'utilizzo di una lingua sobria, comprensibile, che rispecchiasse la rivalorizzata rappresentazione della vita semplice, rustica. All’immaginazione, sosteneva il poeta, si accede da semplici elementi.</p><p>Inoltre, nelle situazioni quotidiane della vita rustica, le passioni dell'animo umano, libere da più stringenti restrizioni, trovano un terreno migliore in cui maturare ed esprimersi. Nella sua “Briographia Literaria”, Coleridge descrive il processo di composizione delle “<em>Lyrical Ballads”</em>, che erano state scritte in due modi molto diversi. Punto di partenza di Coleridge era stata una dimensione invisibile, legata al mondo dell'Ideale in senso fichtiano e hegeliano e in senso sovrannaturale, archetipico, simbolico, mitico, la vita ordinaria aveva guidato invece Wordsworth.</p><p>“<em>Nei fugaci periodi tra veglia e sonno, molti di noi hanno avuto la sensazione di udire voci, frammenti di conversazione, frasi pronunziate in toni non famigliari, alieni.</em><br><em>Talvolta cerchiamo di affinare la mente in modo da poter udire di più, capire meglio: ma di rado il tentativo ha successo.</em><br><em>Queste sensazioni si chiamano allucinazioni ipnagogiche: l'inizio dei sogni che poi vivremo, una volta addormentati.” - </em>Il Campione Eterno, Michael John Moorcock</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'estetica dell'eroe antico - tra fantasia e realtà]]></title><description><![CDATA[<p><strong>L'ESTETICA DELL'EROE ANTICO – TRA FANTASIA E REALTA'</strong></p><p><br></p><p>Alessandro il Grande poco più che ventenne si accingeva a conquistare l'impero più vasto e potente nel mondo allora conosciuto.</p><p>La storia si mescola con la leggenda, e la fantasia si mischia con il reale quando parliamo di Alessandro. Il mito diviene il</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/lestetica-delleroe-antico-tra-fantasia-e-realta/</link><guid isPermaLink="false">6131ceb5938e830dcbed3dc2</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Samuele Baricchi]]></dc:creator><pubDate>Mon, 06 Sep 2021 06:30:00 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><strong>L'ESTETICA DELL'EROE ANTICO – TRA FANTASIA E REALTA'</strong></p><p><br></p><p>Alessandro il Grande poco più che ventenne si accingeva a conquistare l'impero più vasto e potente nel mondo allora conosciuto.</p><p>La storia si mescola con la leggenda, e la fantasia si mischia con il reale quando parliamo di Alessandro. Il mito diviene il substrato, così come era per la cultura greca tutta, della storia vera e propria, della cronaca storica a cui l'avventura e campagna di conquista di Alessandro il Grande fa riferimento.</p><p>Figlio di Filippo II di Macedonia, Alessandro si recò nel deserto, nel nord Africa, al tempio di Amon, la rappresentazione di Zeus presso i popoli del sud del Mediterraneo. Parlò con l'oracolo di Zeus Amon perchè voleva sapere una cosa fondamentale per la sua campagna militare, ma soprattutto per la sua storia personale, per la sua vita stessa.</p><p>Alessandro chiese alla parte mistica della realtà che tutti gli uomini conoscevano e vivevano durante i suoi tempi, ovvero a un oracolo, se fosse il figlio di un dio, proprio di Amon.</p><p>Già si diceva e si tramandava che da parte di madre Alessandro discendesse da Neottolemo, e quindi anche da Achille. Più avanti durante la sua campagna di conquista venne anche considerato discendente di Eracle, o addirittura di Dioniso, visto che la madre Olimpia era solita praticare rituali di natura dionisiaca.</p><p>Da questa nebbia mistica tra mito e realtà nasce la figura di Alessandro Magno.</p><p>Figlio di un dio, figlio di Amon, ritorna dalle sabbie del tempio in mezzo al deserto, dopo un viaggio che già di per sé era proibitivo, e dichiara al mondo di essere il discendente di Achille e di Zeus Amon, pronto a far cadere l'impero di Persia e a prenderlo con la forza, senza alcuna ulteriore discussione.</p><p>Dietro alle ragioni dell'invasione di Alessandro, che più che di un'invasione vera e propria come quella di Serse durante le guerre Persiane, si trattava di un'impresa militare e di una vera e propria avventura ai limiti della razionalità umana, ai limiti della follia.</p><p>Forte dell'appoggio degli ateniesi e delle poleis greche tutte, che Alessandro soggiogò con la forza, si ricordi l'incendio di Tebe e la furia con cui rase al suolo la città, partì alla volta del vastissimo Oriente, ma prima fece tutta una serie di cose abbastanza singolari.</p><p>Forse si trattava di semplice propaganda, ma la propaganda ai tempi di Alessandro il Grande non esisteva nel senso moderno, magari poteva influenzare i suoi soldati, un gesto forte poteva dare coraggio alle truppe, più convinzione, forse, ma non era la propaganda nel senso di meccanismo di condizionamento dell'opinione pubblica come la intendiamo noi oggi.<br></p><p>Alessandro cercava una storia, la sua storia. Alessandro creava con le sue azioni, pragmaticamente, tassello dopo tassello, il mosaico di leggenda, mito e storia che gli garantirà l'accesso e al vasto mondo orientale, precluso ai Greci dai tempi della guerra di Troia.<br></p><p>E proprio per questo Alessandro si rifaceva alla figura di Achille dell'Iliade di Omero. Achille era, nella narrazione che Alessandro voleva dare della sua campagna, il suo avo e soprattutto precursore, un grande greco che si confrontò con le potenze dell'Oriente, a quei tempi, la città di Troia, simbolo dell'Oriente tutto, in realtà molto più vasto, come poi lo stesso Alessandro ebbe modo di scoprire nei suoi viaggi.<br></p><p>Prima di dare inizio alla campagna militare di conquista dell'impero Persiano Alessandro si recò a Troia, a rendere omaggio ai tumuli di Achille, Patroclo, Protesilao, e a rendere omaggio alla grecità tutta che combattè contro l'Oriente gloriosamente.<br></p><p>Alessandro provava in un certo senso con quel gesto a rievocare gli stessi spiriti di Achille e di Patroclo, in modo che gli avrebbero fatto da nume tutelare. E soprattutto, voleva che il suo esercito si sentisse guidato da un vero e proprio semidio, dal discendente di Achille, l'eroe leggendario.</p><p>Si spogliò nudo, si unse di oli sacri, e corse attorno alla tomba di Achille, ed Efestione, il suo amante e più fidato compagno, fece la stessa cosa intorno al tumulo di Patroclo.<br></p><p>Alessandro creò, ed era già presente nella narrazione generale delle persone che lo seguivano, nella visione della campagna militare, questo parallelismo, lui e Achille, Efestione e Patroclo.<br></p><p>Senza una valida storia gloriosa dietro di sé, e senza una discendenza divina Alessandro forse non sarebbe mai riuscito a conquistare l'impero Persiano.</p><p>O per lo meno non sarebbe riuscito a convincere migliaia di uomini a seguirlo in un'impresa che appariva agli occhi di qualsiasi uomo razionale completamente folle, in quanto l'impero Persiano era immensamente grande ed era dotato di forze davvero ingenti.</p><p>Anche se il discorso va più approfondito di così. Alessandro non insistette così tanto sulla sua discendenza divina solo per manipolare la realtà, solo per spianarsi la strada verso la gloria, di modo da impressionare il nemico. Il nemico era l'impero di Persia, il più grande al mondo allora conosciuto, non era facilmente impressionabile. C'era di più.</p><p>E' proprio della natura dei greci quella di ricordare, di immortalare la propria storia, tramite l'atto della scrittura e l'atto pratico della tradizione orale soprattutto.<br></p><p>Alessandro stava creando una leggenda, stava scrivendo la sua storia immortale con le sue gesta, in un modo ben preciso.</p><p>Innanzi tutto i Persiani centocinquant'anni prima dell'avventura di Alessandro il Grande invasero la Grecia, e la motivazione ufficiale del portar guerra all'impero di Persia era la vendetta e il recupero del prestigio del popolo ellenico.<br></p><p>Ma in realtà era il suo sogno, il suo scopo, la sua identità, la sua leggenda. I Greci avevano quest'attitudine, a vivere tramite le proprie storie, almeno tra la nobiltà funzionava così, erano le grandi storie e le leggende gloriose che venivano ricordate per sempre, con prestigio, e immortalate per sempre nella memoria collettiva. Un re pavido, tranquillo, che non aveva compiuto nessuna impresa, o aveva una qualche discendenza prestigiosa, oppure, di per sé, non era poi ricordato dalla popolazione, se non magari per un episodio o per qualcosa di particolare che era accaduto, ma la storia, la narrazione che dava di sé un re era tutto per i Greci.<br></p><p>Questo non perchè la popolazione fosse facilmente influenzabile e manovrabile, questo perchè le leggende e i miti greci parlano più che di semidei ed eroi, di essenze. Achille era l'essenza distillata del coraggio in battaglia.<br></p><p>Alessandro voleva rappresentare questo con le sue azioni, infatti spesso si esponeva moltissimo e in un modo quasi sconsiderato durante le battaglie, tant'è che spesso veniva ferito, anche gravemente talvolta. Molti re e condottieri, e questo lo vediamo già nell'Iliade con la diatriba tra Alessandro e Agamennone, che gli rimprovera a quest'ultimo di non combattere in prima fila, appunto, non si esponeva come faceva Achille, o come faceva Alessandro.</p><p>Questo dava forza alle truppe, dava forza ad Alessandro stesso, e conferiva sostanza alla leggenda che si stava formando, un misto di storia ed epica, di poesia e realtà.</p><p>Infatti quando si pensa ad Alessandro il Grande si pensa più che ai suoi capolavori di strategia militare, riuscì infatti a conquistare l'impero di Persia con poche abilissime “mosse”, si considera la grandezza del coraggio e della voglia d'avventura del personaggio storico, che ottenne, così, grazie alla sua ispirazione di avventurarsi al di là dei confini del mondo, un posto nell'immortalità della storia dell'occidente e del mondo tutto.</p><p>Senza dubbio entra qui in gioco la fascinazione dell'esotico mondo orientale, dal quale lo stesso Alessandro venne inghiottito, infatti adottò ben presto le usanze e i modi di vestire e di comandare tipici di un tiranno dell'Oriente, una cosa che ben presto gli provocò mancanza di consenso da parte dei suoi generali più fidati, tra i quali Clito il Nero, che fu ucciso da Alessandro, fuori di sé per il vino e per i suoi frequenti attacchi d'ira.<br></p><p>Oggi non possiamo stabilire con certezza un profilo preciso della figura di Alessandro, essendo così imbevuta la sua storia di misticismo, voglia di scoperta, fascino per l'ignoto e per l'oltre, per lo scavalcare e oltrepassare qualsiasi confine e limite umano. Tuttavia possiamo affermare con certezza che la sua avventura rientra nell'immaginario collettivo come una delle più titaniche imprese che un uomo occidentale compì nell'antichità, entrando a far parte dell'Olimpo degli eroi antichi, leggendari e non.</p><p>Siamo portati a pensare, tramite la tradizione classica e i canoni estetici del “kalòs kaì agathòs”, armonioso, bello e valoroso, che gli eroi antichi siano tratteggiati da queste caratteristiche. Armonia, bellezza, e valore, quindi il buono e il bello coincidono, la prestanza fisica e la forza sono i valori fondanti di una società guerriera come quella dei Greci antichi. Ricordiamoci che erano anche filosofi, storici e poeti, ma soprattutto, per la gran parte, erano combattenti.</p><p>Figure come quelle di Alessandro rappresentano la “summa” di queste caratteristiche di armonia e bellezza e valore in battaglia perchè le rappresentano tutte.<br></p><p>Lo stesso Achille era solito suonare la lira e cantare di antichi eroi. Vi è quindi una comunanza, una stretta correlazione, un nodo, tra le figure degli eroi, la poesia, l'arte e il gusto per il bello in genere.</p><p>Anche se i Greci insieme al gusto del bello combinano sempre il gusto e il fascino per l'ignoto. Come in una sorta di dualismo, l'eroe è anche, nella tradizione tragica questo più che altro avviene, un uomo che compie degli sbagli, a causa della sua tracotanza nei confronti degli dei, e quindi del Fato stesso.</p><p>Nessun uomo può sfuggire ai capricci del Fato, e nella gran parte dei casi, nemmeno nessun dio può sfuggire al Fato e alla Necessità. Tyke e Ananke sono le due divinità corrispondenti.</p><p>Aiace si getta sulla sua spada, suicidandosi, Eracle impazzisce e uccide i suoi stessi figli, Agamennone, ritornato in patria, viene assassinato a seguito di un complotto ordito da Clitemnestra. Tutto determinato dal Fato.</p><p></p><p>L'eroe antico è bellissimo e valoroso, ma glorioso nella sua tragicità, nel suo titanico opporsi ai limiti umani, trascendendoli in maniera quasi impossibile tramite la sua storia, la sua leggenda, il suo mito. Per questo gli eroi antichi si presentano come figure a metà tra la fantasia e la realtà. Per questo ogni buon condottiero antico sapeva bene l'importanza di portare con sé in una campagna militare uno storico, un poeta, uno scultore, un cantastorie, un'artista in genere.</p><p>E' tramite le opere artistiche che la gente trovava il suo fondamento per la sua vita di tutti i giorni, e tramite esempi gloriosi che la gente trovava la forza di continuare a vivere.</p><p>Erano anche esempi utili per il comportamento e per l'etica comune. Nella mitologia greca troviamo moltissimi esempi pratici di come per esempio va spartito un bottino di guerra, oppure di come si governa un nuovo territorio conquistato, o come si corteggia una donna, o di come si coltiva un campo, e così via.</p><p>Tramite la fantasia gli uomini antichi vivevano la realtà. Questo è molto affascinante, perchè è così distante dalla nostra visione contemporanea del mondo, eppure così vicino, così presente in noi, che non possiamo fare a meno che guardare con ammirazione a opere monumentali come l'Iliade, o l'Odissea, dove nonostante l'eroe sia l'astuto e saggio Odisseo e non l'impulsivo e feroce Achille, la battaglia rappresentata è sempre la medesima, sempre la stessa, la contrapposizione tra uomo e capricci degli dei e del Fato.</p><p>Si capisce bene come, con una tradizione del genere ben presente in sé, Alessandro, prima d'iniziare la campagna di conquista della Persia, si assicurò di essere figlio di un dio, oppure no. Faceva moltissima differenza avere il favore degli dei, e quindi degli astri stessi, del Fato stesso, di tutto ciò che è mistico e al di là della totale comprensione mortale, ma soprattutto, era fondamentale addirittura esserne un discendente.</p><p>Alessandro si pose come diretto discendente di quella grecità eroica che aveva dato origine alla guerra di Troia e quindi anche al senso di ciò che è l'epica.<br></p><p>E se ne fece portatore diretto di un fardello, di un compito, di una missione ben precisa, la sua stessa esistenza era votata necessariamente al superamento di qualsiasi limite, per questo si spinse fin dove solo Dioniso o Eracle si erano spinti, addirittura in India. Guardando le mappe dell'epoca l'India era vagamente rappresentata, con il fiume Oceano che avvolge le terre emerse, ma non era di certo conosciuta, per i più, oltre l'impero Persiano non vi era più nulla, vi era l'ignoto, il vuoto / pieno di un fiume Oceano che si stende fino alle possenti braccia del titano Atlante, che sorregge il mondo sulle sue spalle.</p><p>Alessandro si spinse dove nessun altro, se non nell'epoca del mito, si era spinto, per questo la sua storia si annovera tra quegli esempi estetici tra fantasia e realtà, tra poesia e storia, tra epica e fatti realmente avvenuti di cui la storia antica e medievale è piena e dai quali la letteratura fantastica prende spunto e ispirazione, soprattutto nei generi più legati all'epica, con una mistura di stregoneria, ossia ciò che per i Greci antichi erano gli oracoli e il misticismo tutto, e di spada, ovvero le imprese belliche vissute non nelle retrovie come un qualsiasi pavido re qualunque, ma in prima fila, rischiando la propria stessa vita, per avere un posto nell'immortalità della storia e dell'epica, come fece Alessandro il Grande.</p><p>Erano moltissimi i re e i combattenti valorosi che guerreggiavano tra le prime file del loro stesso esercito, ma non vi era nessun re che era stato proclamato dall'oracolo di Zeus Amon come figlio di un dio.</p><p>Un giovane Alessandro ebbe come precettore Aristotele, il filosofo, che instillò in lui l'amore per gli antichi eroi della grecità, Achille sopra tutti gli altri. Durante la sua immensa avventura verso oriente si tramanda che Alessandro portasse sempre con sé e leggesse quasi tutte le sere prima di coricarsi l'Iliade, come se vivere di una storia gli desse la forza di continuare con la sua personale leggenda, e soprattutto continua e rinnovata ispirazione.</p><p>I suoi stessi uomini, oltrepassati i confini del mondo allora conosciuto, si spaventavano vedendo costellazioni a loro ignote, non riconoscevano nemmeno più il cielo stellato sopra le loro teste, e questo gli provocava smarrimento e sconforto. Alessandro, invece, guardava  quelle stelle sconosciute e pensava di essere nella direzione giusta, oltre.</p><p><br></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'Archetipo dell'Eroe]]></title><description><![CDATA[<p>La teoria psicologica degli archetipi venne formulata per la prima volta da C. G. Jung in “Gli Archetipi e l'Inconscio Collettivo” del 1933.<br>Oggi, viene usata in ambito di marketing e management, ed è applicata in svariati campi che differiscono tanto dalla psicanalisi e dalle dottrine della psicologia.<br>Nemmeno lo</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/larchetipo-delleroe/</link><guid isPermaLink="false">6108c0268432d91264fe956a</guid><category><![CDATA[Libri e Fumetti]]></category><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Samuele Baricchi]]></dc:creator><pubDate>Wed, 04 Aug 2021 15:55:06 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La teoria psicologica degli archetipi venne formulata per la prima volta da C. G. Jung in “Gli Archetipi e l'Inconscio Collettivo” del 1933.<br>Oggi, viene usata in ambito di marketing e management, ed è applicata in svariati campi che differiscono tanto dalla psicanalisi e dalle dottrine della psicologia.<br>Nemmeno lo stesso Jung spiega chiaramente cosa essi siano di preciso, e afferma più volte di “prendere in prestito” simboli da altre culture e da altri ambiti non strettamente legati alla psiche umana, sebbene ne siano una loro manifestazione.<br>Sintetizzando e minimalizzando agli estremi la teoria complessa degli archetipi di Jung troviamo un simbolo che è caro al fantasy spada e stregoneria.<br>L'archetipo dell'eroe, appunto.<br>Pare che durante la nostra esistenza aderiamo, senza neanche deciderlo troppo consciamente, a diversi tipi di archetipi di personalità diverse.<br>Gli junghiani moderni li differenziano in categorie abbastanza precise, che chiaramente sviliscono la ricerca originaria di Jung, ma la chiarificano e la esplicano in maniera per lo meno chiara e concreta.<br>Jung afferma che l'inconscio non è un ammasso di pensieri repressi dalla nostra mente, ma è in realtà qualcosa di vivo e agisce attivamente nella quotidianità umana.</p><p>L'eroe.<br>Cos'è, quest'archetipo, questo simbolo, questo concetto arcaico e antico, quasi innato nella psiche umana? Un'illusione, un'immaginazione, oppure dietro all'immaginario c'è una forza e un'energia ben presente nella mente degli uomini?<br>Jung propende per la seconda ipotesi.</p><p>Elric di Moorcock, Conan di Howard, Jorel di Joiry di C. L. Moore, Waylander dei Drenai di David Gemmell, Geralt di Rivia di Sapkowski, condividono lo stesso simbolo, seppur diversi e caratterizzati da trame e ambientazioni distanti tra loro.</p><p>“Tutte le volte che nella nostra vita siamo alle prese con il "drago"della paura, del dolore, della morte possiamo scegliere di immedesimarci con l'archetipo dell'eroe e scegliere la "vita" di fronte alla "non vita” - C. G. Jung</p><p>L'eroe rappresenta per ogni essere umano la possibilità e la capacità di avanzare nella propria “queste” di realizzazione ed evoluzione personale. Le battaglie contro il mostro, il nemico, non rappresentano nient'altro che le sfide che il nostro io pone continuamente davanti alla facoltà intellettiva umana, la ragione di fronte all'irrazionale cade, e ha bisogno di altro, di un'energia potente e primordiale, e qui entra in gioco il potere dell'archetipo.</p><p>L'eroe può manifestarsi anche sotto forma di guerriero o di cavaliere, ma è mosso da un intento diverso, il cavaliere è spinto da una causa, l'eroe è invece mosso unicamente dalla ricerca di senso di sé.</p><p>“Elric guardò tristemente il mondo, con la testa china sotto il peso della stanchezza e della nera disperazione. "Ormai" disse "vivrò la mia esistenza senza sapere perchè la vivo, se ha uno scopo o no. Forse il libro me l'avrebbe detto. Eppure, anche in tal caso, l'avrei creduto? Io sono l'eterno scettico...non sono mai sicuro che le mie azioni siano veramente mie, non sono mai certo che a guidarmi non sia un'entità suprema.<br>Invidio coloro che sanno. Ormai non posso fare altro che continuare la mia ricerca e sperare contro ad ogni speranza che prima della fine della mia vita mi venga rivelata la Verità" – Michael Moorcock</p><p>“Attraverso eoni di sensazioni precedenti di fame e nuda cupidigia, di terrori aborigeni e follia, esisteva qualcuno o qualcosa che ritornava sempre indietro nel tempo. La morte diventava vita e la vita morte.”  - C. A. Smith</p><p>L'archetipo dell'eroe è la forza vitale che permette all'uomo di risollevarsi dalla caducità del tempo e della morte.</p><p>“Tutto è andato, tutto è finito, ponetemi sulla pira ; la festa è terminata e il lume ora spira” - Robert E. Howard</p><p>Questa fu l'ultima frase scritta da Howard prima di togliersi la vita l'11 Giugno del 1936, all'età di trent'anni e qualche mese.<br>Come nella produzione artistica Conan era invincibile e non temeva nulla, il suo autore nella vita di tutti i giorni si ritrovò a compiere un gesto estremo.<br>E' da considerare il fatto che Howard riconosceva l'importanza del suo lavoro definendosi egli stesso un “pioniere”, come i suoi padri prima di lui, che si spinsero nel West dalle colonie inglesi.<br>E' chiaro che Howard sottovalutava il valore delle sue opere e della sua stessa esistenza perchè non solo definì con precisione scultorea un archetipo presente nei miti e nelle leggende dalla notte dei tempi : la barbarie, facendola coincidere con il senso di ricerca di senso dell'eroe junghiano, ma fu foriero di intuizioni sempiterne.</p><p>La simbologia odierna suddivide la teoria di Jung in dodici archetipi fondamentali, secondo il loro rapporto con il “Drago”, ossia il nemico, l'avversario, la bestia primordiale da sconfiggere, che poi sarebbe nell'inconscio un'immagine chiara e precisa della paura in sé e per sé, dell'ansia e del panico.</p><p>L'intuizione howardiana consiste in un richiamo al pensiero di Nietzsche, “Ich will”, la volontà di potenza.<br>Conan è alla ricerca di un senso, ma è fedele alla terra, godendo dei piaceri e disperando delle sofferenze, figlio di un mondo “fanciullo”, ne è anche lui entusiasmato in maniera ingenua e passionale, quasi lunatica talvolta all'apparenza, impulsiva, è egli stesso versatile e in mutamento, in divenire, come la realtà che lo circonda, da ladro a grande condottiero a re dal pugno d'acciaio. All'apparenza Conan è un barbaro lascivo e irrazionale, ma sta soltanto seguendo gli archetipi della tradizione del suo popolo, la dottrina di Crom, il dio che vive sulla montagna lontano dagli uomini e odia i deboli, in senso spirituale, in senso di “mancanza di sè”, smarrimento, poiché un Cimmero non può permettersi in una realtà come quella howardiana della terra settentrionale dei barbari, di perdere la coscienza di sé, del proprio potere, dell' “Ich Will” di Nietzsche.</p><p>“Tutto ciò che non ti uccide, ti rende più forte” - F. W. Nietzsche</p><p>Questa frase del filosofo tedesco va precisata e dispiegata al lettore. Ha un significato più legato allo spirito che al corpo, Nietzsche fa un discorso legato alla morale, affermando che ciò che non ti “tira in basso”, ti eleva, ti rende appunto più forte, più cosciente, più realizzato nel senso di saggezza e sapienza e conoscenza di sé, a livelli profondi.</p><p>I protagonisti del fantasy sword &amp; sorcery condividono caratteristiche simili e sono mossi, oltre che dalla “queste” tipica del romanzo medievale, anche da una ricerca più profonda, una ricerca di sé, una “queste” eroica per scoprire il senso di tutto, o non scoprirlo, e continuare a combattere, perchè questo fanno soprattutto i protagonisti della letteratura spada e stregoneria, lottano strenuamente per la sopravvivenza, che è strettamente legata all'individualità e alla libertà personale e all'affermazione di sé, in una prospettiva d'immortalità ed infinità dell'opera artistica.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>