<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Noemi Stabile - ilPostScriptum]]></title><description><![CDATA[News, calcio, sport, società, cultura, economia, diritto, innovazione e molto altro]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link><image><url>https://www.ilpostscriptum.it/favicon.png</url><title>Noemi Stabile - ilPostScriptum</title><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link></image><generator>Ghost 2.31</generator><lastBuildDate>Wed, 08 Apr 2026 09:37:18 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.ilpostscriptum.it/author/noemi-stabile/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[La paura del bello.]]></title><description><![CDATA[<p>Molte volte nella vita ci si ritrova a doversi proteggere da ciò che di brutto ci succede o ci può accadere ma, molto più spesso di quanto crediamo, siamo costretti a difenderci dal bello.<br>Non avete capito male. Spesso noi umani, così come della felicità, abbiamo paura anche della bellezza.</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/la-paura-del-bello/</link><guid isPermaLink="false">61606407dfb4713920e2c42a</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Fri, 08 Oct 2021 16:04:27 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/10/1633707410872.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/10/1633707410872.jpg" alt="La paura del bello."><p>Molte volte nella vita ci si ritrova a doversi proteggere da ciò che di brutto ci succede o ci può accadere ma, molto più spesso di quanto crediamo, siamo costretti a difenderci dal bello.<br>Non avete capito male. Spesso noi umani, così come della felicità, abbiamo paura anche della bellezza. Ritrovarci a stretto contatto con una cosa per noi incredibilmente bella che sia un'opera d'arte, una piece teatrale, una canzone, o una persona, fa sì che in noi scatti un senso di autoprotezione atto a salvaguardare il nostro cuore e il nostro cervello da un'emozione troppo forte che potrebbero non reggere. Lo facciamo con il dolore, alcune volte rimuovendo il trauma o il ricordo di un evento doloroso e, ancora, con l'immaginazione quando arriva a toccare pensieri terribilmente astratti. A un certo punto dobbiamo fermarci; in pochi hanno la tempra di andare oltre senza impazzire. La sensazione è quella di quando ridi talmente tanto da scoppiare improvvisamente a piangere: ciò che è bello spesso sa essere insopportabile. Per fortuna però la bellezza, per quanto sia variegata e mai assoluta, è un bene collettivo e appartiene a tuttə, anche a chi non se ne cura.<br>"È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro", questo è ciò che dice Umberto Eco nella sua "Storia della bellezza" ( pubblicata in un meraviglioso grande volume da Bompiani per la collana "Bompiani Vintage", 2016). La bellezza è un bene comune e in quanto tale è quasi incontrollabile, alcune volte dimenticato o dato per scontato e altre, invece, portato alla ribalta per i più disparati motivi. Sono molte le riflessioni che scaturiscono dalla paura del bello. Ci basti pensare a quanto oggi siamo spaventatə dalla bellezza che ci viene propinata dai media sottoforma di modelli standard ai quali adattarsi fino, spesso, alla spersonalizzazione o addirittura alla morte o anche a quanto in questo momento i social si stiano proponendo come canale per proporre un'idea molto diversa e soggettiva di bellezza ( #bodypositivity).<br>Insomma, l'idea di fondo è che bellezza e bruttezza siano le due facce di una stessa medaglia, considerando quanto il limite tra le due sia sottile nonostante appaiano come due concetti completamente opposti. Sono davvero opposti o in una persona possono convivere sia bellezza che bruttezza? Siamo davvero, ognuno di noi, un Tutto nel quale il tutto è compreso? Siamo quindi esseri "perfetti", nel senso filosofico del termine? A voi le riflessioni.</p><p>*Se volete potete inviare riflessioni o pensieri in risposta o, ancora meglio, altri spunti critici al seguente indirizzo email <a>noemi.stabile92@libero.it</a> così da permettere la circolazione delle idee.*</p><p>Immagine: John Singer Sargent, Lady Agnew of Lochnaw (1892). </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Donne in viaggio sulla Luna e Barbara Palombelli.]]></title><description><![CDATA[<p>Nel 1857 alla direzione dell'Osservatorio astronomico di Capodimonte a Napoli c'è un personaggio oggi quasi per niente conosciuto, Ernesto Capocci. Solo negli ultimi anni il suo nome è stato sentito raramente su alcune piattaforme grazie ad un curioso scritto ritrovato casualmente nel 2015 conservato nei depositi della Biblioteca Nazionale Sagarriga</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/donne-in-viaggio-sulla-luna-e-barbara-palombelli/</link><guid isPermaLink="false">6147af89dfb4713920e2b699</guid><category><![CDATA[Libri e Fumetti]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Sep 2021 09:29:42 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/09/Screenshot_20210920_001658.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/09/Screenshot_20210920_001658.jpg" alt="Donne in viaggio sulla Luna e Barbara Palombelli."><p>Nel 1857 alla direzione dell'Osservatorio astronomico di Capodimonte a Napoli c'è un personaggio oggi quasi per niente conosciuto, Ernesto Capocci. Solo negli ultimi anni il suo nome è stato sentito raramente su alcune piattaforme grazie ad un curioso scritto ritrovato casualmente nel 2015 conservato nei depositi della Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpi di Bari. Lo scritto in questione si intitola "Viaggio alla Luna fatto da una donna. L'anno di grazia 2057".</p><p>Sì, è forse uno dei primi racconti scientifici napoletani a vedere una protagonista femminile, Urania, che in barba al pensiero dell'epoca sulle donne, spiega, spesso usando complessi tecnicismi, il viaggio che lei e altri suoi colleghi compiono per atterrare sulla Luna.</p><p>La particolarità è inoltre data dal fatto che l'autore colloca gli accadimenti in una fascia temporale che probabilmente a lui sembra distantissima e che per noi invece lo è molto meno cioè il 2057. Capocci dà quindi prova di una spiccata capacità immaginifica e creativa. Lui è nel 1857 ma vive già nel 2057, duecento anni dopo, tanto da poter immaginare che un vaggio sulla luna (che non è il primo!) sia effettuabile senza insormontabili problemi e che la stessa non sia un luogo abitato da strane creature, anzi non solo non ne nomina ma addirittura non sa se ve ne siano in altre parti dell'universo.</p><p>In ogni caso, è davvero curioso e interessante pensare che un uomo di quasi duecento anni fa cresciuto e vissuto in un clima sociale, politico ed econimico in cui le donne erano viste più come oggetto che come soggetto, sia riuscito a concepire un tale pensiero innovativo.</p><p>Va di sicuro messo a confronto con coloro, uomini e donne, che nel 2021 credono ancora che il raptus violento e/o omicida di un uomo nei confronti di una donna non possa dipendere solo ed esclusivamente da un serio problema culturale ma che anche la donna spesso porti l'uomo ad un livello di esasperazione tale da giustificare un femminicidio o uno stupro (ciò in rif. al discorso della conduttrice Barbara Palombelli nel programma tv "Forum" su rete 4; 09/2021).</p><p>Cos'è quindi che molti di noi abbiamo in comune con Capocci? Di sicuro la certezza di vivere in un tempo che è ancora difficile da sopportare soprattutto se sei donna, nerə, omosessuale, disabile, transgender e non rientri nei canoni di bellezza stabiliti da una società che ricorda di essere tale, forse, solo quando si riunisce in uno stadio ma che lo dimentica quando è il momento di contrattare e aggiornare le leggi in base ai cambiamenti della società così da permettere a tutti parità di diritti e di doveri.</p><p>E invece cos'hanno molti in comune con la Palombelli? Di sicuro un metodo di comunicazione errato e la tremenda perché radicata regola (in senso monastico e quindi comportamentale) di inseguire un ideale precedente anche agli anni sessanta del Novecento che vedeva le donne come meri oggetti domestici e sessuali dediti al sacrificio, alla pazienza, al silenzio e alla cura della prole.</p><p>Per ritornare al racconto scientifico di Ernesto Capocci: questo non è stato ripubblicato in versione cartacea ma in formato e-book acquistabile sulle principali piattaforme di vendita di libri online. </p><p>Possiamo quindi dire che la realtà raccontata da Capocci nonostante sia molto facilmente raggiungibile scientificamente parlando, non lo sia umanamente. </p><p>Nel futuro ci si proietta e questo presuppone una capacità di immedesimazione e fantasia che va allenata giorno per giorno, cosa per la quale noi non abbiamo più tempo. </p><p>O almeno crediamo di non averne. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Riti e abitudini e del perché l'uomo ha bisogno di essi per vivere.]]></title><description><![CDATA[<p>"Il mondo è l'insieme dei suoi fatti e delle sue rappresentazioni" secondo Ludwig Wittgenstein, considerato tra i più grandi filosofi e matematici del XX secolo. Se quindi il mondo è l'insieme di ciò che si vede e anche di ciò si immagina, allora l'essere umano è inevitabilmente performato anche da</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/riti-e-abitudini-del-perche-luomo-ha-bisogno-di-essi-per-vivere/</link><guid isPermaLink="false">613f389cdfb4713920e2b022</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Wed, 15 Sep 2021 08:58:45 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/09/PicsArt_09-13-02.27.00.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/09/PicsArt_09-13-02.27.00.jpg" alt="Riti e abitudini e del perché l'uomo ha bisogno di essi per vivere."><p>"Il mondo è l'insieme dei suoi fatti e delle sue rappresentazioni" secondo Ludwig Wittgenstein, considerato tra i più grandi filosofi e matematici del XX secolo. Se quindi il mondo è l'insieme di ciò che si vede e anche di ciò si immagina, allora l'essere umano è inevitabilmente performato anche da ciò che non può vedere! La citazione iniziale ci permette di pensare che in fondo forse è vero che l'uomo è fatto della stessa sostanza dei sogni (citando Shakespeare)  ma il fatto da cui sorge la riflessione che tra poco leggerete parte dalle parole di un personaggio molto più risalente del filosofo Wittgenstein. Il tutto è partito dalla conoscenza fatta, in modo del tutto casuale, con un personaggio che tra gli anni 31 e 47 dell' '800 è stato ministro dell' interno nel Regno delle due Sicilie sotto la dinastia borbonica, Nicola Santangelo il quale fu incaricato di introdurre nel Regno l'uso del nuovo sistema metrico decimale, cosa che però non fu ben accolta nonostante quest'ultimo fosse più semplice dei sistemi metrici in uso a quel tempo. Santangelo arrivò quindi ad una conclusione affermando che "ci sono abitudini che hanno luogo di leggi" e per cambiarle ci vuole tempo. Questo semplice aneddoto ha scatenato la riflessione su quale sia la differenza tra "abitudine" e "rito". La differenza può sembrare palese ma lasciando per un attimo da parte le sfere semantiche a cui le due parole sono connesse, sia l'una che l'altra hanno in comune la ripetizione, la consuetudine a ripetere la stessa azione in un dato momento e per un determinato motivo. </p><p>Sembra quindi che rendere qualcosa abitudinario porti a una sorta di conoscenza, unita a un profondo senso di serenità e soddisfazione. La religione e i rituali religiosi portano, infatti, un senso di appagamento tipico dell'abitudine, che ci relega a quella che oggi chiamiamo "comfort zone". </p><p>È forse per questo che l'essere umano ha bisogno di esprimere la propria fede (qualsiasi forma essa abbia e a qualsiasi ambito o materia sia applicata) attraverso delle azioni ripetute e ripetitive. </p><p>La domanda sorge quindi spontanea: l'abitudine ci salva o ci danneggia? </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nero: assenza di colore o spunto per l'infinito?]]></title><description><![CDATA[<p>‌‌Molto spesso sottovalutiamo l'importanza dei colori, di vedere e riuscire a pensare ai colori. Potrà sembrarvi un discorso strano ma cosa comportano i colori nella nostra vita?</p><p>Il colore oltre che una capacità di percezione dell'occhio umano è anche una caratteristica culturale. È in base ai colori che ci riconosciamo</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/nero-assenza-di-colore-o-spunto-per-linfinito/</link><guid isPermaLink="false">612e5921938e830dcbed3b11</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Mon, 06 Sep 2021 05:30:00 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/PicsArt_08-31-06.41.50.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/PicsArt_08-31-06.41.50.jpg" alt="Nero: assenza di colore o spunto per l'infinito?"><p>‌‌Molto spesso sottovalutiamo l'importanza dei colori, di vedere e riuscire a pensare ai colori. Potrà sembrarvi un discorso strano ma cosa comportano i colori nella nostra vita?</p><p>Il colore oltre che una capacità di percezione dell'occhio umano è anche una caratteristica culturale. È in base ai colori che ci riconosciamo o meno, che ci spostiamo, che impariamo a capire chi siamo o chi gli altri vorrebbero che noi fossimo. La nostra società e la nostra cultura, anche se può sembrare assurdo, ci associa a dei colori e ce ne assegna. Abbiamo un colore in base al nostro sesso ma non solo, ci riconosciamo in un determinato gruppo etnico in base al colore della pelle dando per scontato che la pelle rosa sia bianca e che il bianco è più importante di altri per questioni legate alla cultura e non ad un dato oggettivo.</p><p>È con i colori, ancora una volta, che abbiamo creato e continuiamo creare gerarchie, gerarchizzando anche gli stessi.</p><p>Il mondo dell'arte ci fa comprendere molto bene quali significati l'uomo associ ad ogni colore. Il nero ad esempio è stato molto discusso nel mondo dell'arte. Nel medioevo era associato al male o addirittura al demoniaco. Possiamo ricordare quanto il gotico e la sua teoria della luce ideata dall'abbate Suger di Saint Denis (e poi spiegata superbamente dallo storico d'arte Panofsky) e anche lo stesso Dante Alighieri abbiano rifiutato l'oscurità.</p><p>Così come nell'arte contemporanea dove invece il nero ha assunto più sfumature che qualsiasi altro colore (nella foto "Madonna" di E. Munch).</p><p>In ambito sociale, al nero viene attribuita la ribellione o la sottomissione. Viene in mente il recente movimento di protesta "Black lives matter" e tutto ciò che lo precede o anche quanto nella recentissima questione afgana i talebani stiano imponendo alle donne il burqa intero nero così da impedire o annullare qualsiasi forma di espressione.</p><p>Insomma, il nero, percepito dall'occhio come assenza di colore, è culturalmente recepito come negatività.</p><p>Dimentichiamo però che anche lo spazio che tanto sondiamo alla ricerca di nuovi pianeti su cui impiantare o trovare la vita è avvolto dall'oscurità eppure ciò non ci ferma.</p><p>È incredibile quanto solo pensando ad un colore ci si possa scontrare con l'ambiguità dell'uomo, che è sempre e costantemente diviso tra natura e cultura.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Circe: tra mito e umanità]]></title><description><![CDATA[<p>Il compito della letteratura spesso è anche quello di portare il più vicino possibile alla comprensione umana ciò che umano non è. Ci riporta figure che avevamo relegato in fondo alle nostre menti pensando che mai sarebbero potute esserci d'esempio. È proprio questo che fa la famosissima Madeline Miller autrice</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/circe-tra-mito-e-umanita/</link><guid isPermaLink="false">6118f6358432d91264fe9cd3</guid><category><![CDATA[Libri e Fumetti]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Mon, 16 Aug 2021 07:45:00 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/madeline-miller-libri.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/madeline-miller-libri.jpg" alt="Circe: tra mito e umanità"><p>Il compito della letteratura spesso è anche quello di portare il più vicino possibile alla comprensione umana ciò che umano non è. Ci riporta figure che avevamo relegato in fondo alle nostre menti pensando che mai sarebbero potute esserci d'esempio. È proprio questo che fa la famosissima Madeline Miller autrice del già noto romanzo "La canzone di Achille". La scrittrice è dottorata in lettere classiche alla Brown University e ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi alla Yale. Come potrete immaginare è quindi molto abile nel ripescare dal passato mitico immagini e personaggi pronti a incarnarsi donandoci così il ricordo umano di persone che non avremmo mai considerato tali. Attingere al mito in un'epoca dilaniata dall'ossessione della realtà è senz'altro ciò che ci tiene più in contatto con un mondo immaginario e immaginato facendo sì che con la memoria del passato possiamo sviluppare la speranza e l'immaginazione di un futuro.</p><p>La personaggia di cui si occupa Madeline Miller è la maga Circe ricordata da molti come colei che da egoista amò Ulisse e trasformò il suo equipaggio in porci. Il punto di vista maschilista e unidirezionale del mito non da speranza alla protagonista di essere ricordata in altro modo ma, per fortuna, il nostro tempo permette una doppia visione in grado di cambiare il punto di vista e guardare finalmente l'altro lato della medaglia. Circe diventa donna e i porci non sono altro che le continue punizioni inviatele sull'isola (di cui lei è l'unica abitante) per far sì che si facesse di lei ciò che secondo l'antichità si doveva fare di una donna: un oggetto sessuale o un motivo d'inganno. Circe riscatta tutte noi avvalendosi della sua magia per difendersi e della sua umanità per innamorarsi lasciando andare Ulisse senza trattenerlo. Una donna che non si arrende alla mancanza di un uomo e che vive i suoi secoli, essendo una dea, con la dignità di chi sa di non avere altri che se stessa; sempre, al suo fianco.</p><p>Sono molti i sentimenti umani che emergono da Circe ma non se può dire altro, se non leggetene il mito e poi il libro. In seguito vi guarderete allo specchio, donne o uomini che voi siate, e vi sentirete rinvigoriti nell'animo e non solo.</p><p>"Se la mia infanzia mi aveva insegnato qualcosa, era la RESISTENZA".</p><p>Questa è Circe.</p><p>Pubblicata in Aprile 2021 per Marsilio editore e Feltrinelli universale economica.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Horror vacui: chi ha paura del vuoto?]]></title><description><![CDATA[<p>L'opera nella foto è l'altare di Ratchis, opera scultorea longobarda datata tra 737 e 744 d. C. (oggi al Museo cristiano di Cividale del Friuli) ed è uno degli esempi più antichi di horror vacui nel mondo dell'arte. L'origine del concetto però risale alla fisica aristotelica che affermava l'inesistenza degli</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/horror-vacui-chi-ha-paura-del-vuoto/</link><guid isPermaLink="false">610b1b828432d91264fe9646</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Thu, 05 Aug 2021 09:57:46 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/1628106404949.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/08/1628106404949.jpg" alt="Horror vacui: chi ha paura del vuoto?"><p>L'opera nella foto è l'altare di Ratchis, opera scultorea longobarda datata tra 737 e 744 d. C. (oggi al Museo cristiano di Cividale del Friuli) ed è uno degli esempi più antichi di horror vacui nel mondo dell'arte. L'origine del concetto però risale alla fisica aristotelica che affermava l'inesistenza degli spazi vuoti in natura. Oggi lo ricolleghiamo perlopiù al mondo dell'arte ma, mai come in quest'epoca, quanto può essere utile ragionare sul "vuoto" o comunque in generale su ciò che non possiamo nemmeno percepire oltre che vedere e toccare? L'essere umano fin dalle sue origini ha sempre sentito il bisogno di occupare lo spazio con estensioni o appendici di sé. Dalle caverne, alle città fino a porsi obiettivi extraterrestri (l'uomo sulla luna o gli ultimi esperimenti per approdare su Marte).</p><p>La religione è un altro ambito che ha senz'altro contribuito alla narrazione della "pericolosità" del vuoto, dato che esso avrebbe avuto come fondamento l'assenza di ogni cosa e quindi anche di Dio. Ciò che però ci sfugge è che il terrore del vuoto ha inibito la nostra capacità di ASTRAZIONE, quindi di ragionamento e anche di lungimiranza. Se fossimo stati allenati a ragionare per assurdo e quindi per concetti astratti avremmo potuto probabilmente arginare la diffusione del covid-19 o addirittura evitarla. Non solo, aver perso la capacità di astrazione e ragionamento per assurdo fa sì che l'essere umano sia in grado di produrre un altro tipo di terrore, quello per i suoi simili. Senza la capacità di spogliarsi dei propri preconcetti e delle proprie abitudini non diamo libertà a chi ha pensieri e abitudini diverse dalle nostre.</p><p>È probabilmente questo il motivo per cui tendiamo a riempire ogni spazio facendo sì che sia dentro che fuori di noi non vi sia mai spazio inoccupato: il vuoto ci permette di pensare.</p><p>Saremo in grado di evolverci e raggiungere livelli di consapevolezza tali da concepire naturalmente un "horror plenii" per contrastare e smontare la paura del vuoto che ci affligge?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Eva o Eva futura?]]></title><description><![CDATA[<!--kg-card-begin: image--><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/07/Immagine-2.JPG" class="kg-image"></figure><!--kg-card-end: image--><!--kg-card-begin: hr--><hr><!--kg-card-end: hr--><p>Ritornano nei periodi adatti grazie a chi comprende che quella storia, in quel momento storico, ha qualcosa da dire ai suoi lettori.</p><p>Scritto nel 1886 poi pubblicato in Italia nel 1966 per la collana “ Il pesanervi” di Bompiani tradotto da J. R. Wilcock e Giorgio Agamben con un saggio introduttivo</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/eva-o-eva-futura/</link><guid isPermaLink="false">6100552a8432d91264fe8c40</guid><category><![CDATA[Libri e Fumetti]]></category><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[scienza]]></category><dc:creator><![CDATA[Noemi Stabile]]></dc:creator><pubDate>Wed, 28 Jul 2021 08:11:00 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/07/1627404811034.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<!--kg-card-begin: image--><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/07/Immagine-2.JPG" class="kg-image" alt="Eva o Eva futura?"></figure><!--kg-card-end: image--><!--kg-card-begin: hr--><hr><!--kg-card-end: hr--><img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/07/1627404811034.jpg" alt="Eva o Eva futura?"><p>Ritornano nei periodi adatti grazie a chi comprende che quella storia, in quel momento storico, ha qualcosa da dire ai suoi lettori.</p><p>Scritto nel 1886 poi pubblicato in Italia nel 1966 per la collana “ Il pesanervi” di Bompiani tradotto da J. R. Wilcock e Giorgio Agamben con un saggio introduttivo di Stéphane Mallarmé, “ Eva futura” di Villiers de L’Isle Adam è il titolo di oggi.</p><p>Una storia effettivamente difficile da classificare ma che possiamo definire nel genere del romanzo.</p><p>Definirlo come tale ci dà l’idea, se non altro, della fiction o saremmo costretti a chiederci se tutto ciò è successo davvero, data la minuzia di particolari.</p><p>Ciò che più stupisce però è la quantità di riflessioni che questo libro è in grado di suscitare.</p><p>La storia potrebbe apparire come l’ennesimo anzi uno dei più risalenti tentativi di convincersi di quanto l’uso delle macchine possa giovare agli esseri umani ma è in realtà un’aspra critica al fatto che l’uomo non faccia altro che ingannare se stesso e sostituirsi a tutto, spesso in modo inquietante e ponendosi al di sopra “ del cielo e della terra”.</p><p>E’ una critica anche agli stessi esseri umani e a quanto siano pronti a gettare in pasto all’insoddisfazione le loro vite. Insomma, un libro che per i motivi di cui sopra (e non solo) critica il suo tempo e anche il nostro.</p><p>Lord Ewald, nobile inglese, vuole togliersi la vita per essersi innamorato di una donna, a sua detta, stupida e mediocre ma bellissima. A fermare lord Ewald dal compiere il folle gesto sarà il famoso scienziato Thomas Edison che, unito al nobile uomo da un senso di profonda gratitudine, gli proporrà una soluzione a dir poco incredibile.</p><p>Un dono folle in cambio di un gesto folle.</p><p>La follia così come la fede cieca (in cosa lo scoprirete), la mitomania data dal successo e la misoginia della società sono solo alcuni degli elementi che compongono questa storia, attuale nell’intento a quei tempi così come ai nostri.</p><p>“Eva futura” dopo l’edizione del 1966 è stato ripubblicato nel 2021 per la “Letteratura universale Marsilio” di Marsilio editore (grazie alla scrittrice Chiara Valerio) e tradotto da Chetro de Carolis con introduzione di Ivana Bartoletti.</p><p>Ora sta al lettore decidere: Eva o Eva futura?</p><!--kg-card-begin: embed--><figure class="kg-card kg-embed-card"><iframe width="200" height="113" src="https://www.youtube.com/embed/LOLwjwzaxZs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></figure><!--kg-card-end: embed-->]]></content:encoded></item></channel></rss>