<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Davide Morelli - ilPostScriptum]]></title><description><![CDATA[News, calcio, sport, società, cultura, economia, diritto, innovazione e molto altro]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link><image><url>https://www.ilpostscriptum.it/favicon.png</url><title>Davide Morelli - ilPostScriptum</title><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link></image><generator>Ghost 2.31</generator><lastBuildDate>Sat, 09 May 2026 01:26:43 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.ilpostscriptum.it/author/davidemorelli/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[Recensione a "In luogo pubblico" di Paolo Gera...]]></title><description><![CDATA[<p></p><p>Questo libro di Paolo Gera è la dimostrazione che si può fare dell'autentica poesia solo quando si utilizza come meccanismo di difesa la sublimazione della sofferenza e non come fanno in molti oggi la razionalizzazione dei propri disturbi psicologici o del proprio disagio esistenziale. Molti sono tutti tesi a scrivere</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/untitled-131/</link><guid isPermaLink="false">69b839a1481ec30dcacad556</guid><category><![CDATA[paolo gera]]></category><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[atelier poesia]]></category><category><![CDATA[recensione]]></category><category><![CDATA[in luogo pubblico]]></category><category><![CDATA[poeta italiano]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 16 Mar 2026 17:13:43 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1773182124517-74acd640727d?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDV8fHx8fHx8fDE3NzM2ODExMjZ8&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1773182124517-74acd640727d?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDV8fHx8fHx8fDE3NzM2ODExMjZ8&ixlib=rb-4.1.0&q=80&w=2000" alt="Recensione a "In luogo pubblico" di Paolo Gera..."><p></p><p>Questo libro di Paolo Gera è la dimostrazione che si può fare dell'autentica poesia solo quando si utilizza come meccanismo di difesa la sublimazione della sofferenza e non come fanno in molti oggi la razionalizzazione dei propri disturbi psicologici o del proprio disagio esistenziale. Molti sono tutti tesi a scrivere delle loro paturnie e dei loro parossismi, mentre invece il Nostro descrive l'acme febbrile della nostra civiltà occidentale con le sue contraddizioni insanabili. Il suo sguardo è volto verso l'esterno e non è mai introspettivo. In Gera spicca prima di tutto una sensibilità morale e sociale. Con le sue prose poetiche, che non sono mai microstorie (non avendo struttura narrativa tradizionale), dimostra anche di avere il gusto del paradosso, senza mai forzare la mano e finire nell'artificio o nella retorica. Difficile dire se in futuro sarà antologizzato o meno nei manuali di letteratura: la periodizzazione del secondo Novecento e dei primi anni Duemila sarà un argomento quanto mai controverso per gli italianisti futuri. In questa sede non voglio fare una disamina del linguaggio poetico e neanche della sua cultura. Posso intuire al primo colpo d'occhio che ha appreso bene la lezione del Manganelli di "Centuria", rimanendo però sempre ancorato alla realtà odierna, che metabolizza e  restituisce al lettore sotto forma di straniamento. Il suo sguardo straniante e le sue giustapposizioni (cioè le associazioni tra gli elementi più disparati del reale) indagano sul grottesco senza alcuna bonomia. Gli unici elementi residuali dell'io restano la visione del mondo e lo stile, ma l'autore non si perde mai nei rischi della Neoavanguardia a mio avviso, ovvero quello di fare un'epica del quotidiano oppure di perdersi nella pura oggettualità. La bontà di questa raccolta è dovuta al fatto che l' autore non ha la pretesa di compiere alcun  itinerario della mente né di fare delle pretestuose astrazioni. Non cerca il gioco combinatorio né si volge agli infiniti possibili; piuttosto vuole immortalare l'hic et il nunc, il mondo come è adesso. Le sue amare verità vengono sempre disvelate dalle sue invenzioni. Come sottolineato da Mauro Macario nella Prefazione descrive "le moltitudini" della società odierna. Lo fa senza soffermarsi sulle analisi sociologiche. Poco importa sapere se siamo tutti piccolo borghesi perché come pensava Pasolini la classe operaia si è imborghesita oppure perché come pensa Walter Siti si è proletarizzata la borghesia. La poesia vera ha il dono di sondare la realtà, mentre invece un documento sociologico o una indagine ISTAT ci offrono solo un’analisi o dei freddi dati. Gera è alieno da qualsiasi intellettualismo. La sua non è neanche una lingua "cannibale". Non fa un discorso di natura prettamente generazionale, non privilegia "la sfera del mentale", non si pone in modo antiautoriale come invece fanno i cannibali secondo il critico Tommaso Pomilio. Eppure senza strizzare l'occhio alle mode letterarie riesce a contaminare i generi e a mischiare i codici. Bisogna avere talento, vocazione e aver sperimentato molto letterariamente per riuscire a rendere senza alcuna indulgenza un  quadro della situazione così raggelante e sconcertante. Questa opera a tratti è cruda. D'altronde è doveroso scrivere sporcandosi un poco le mani per immergersi nel reale. Un artista non può evitare le brutture del mondo. Deve lordarsi di fango, di sangue e di merda. Deve essere sempre testimone ma mai discepolo del suo tempo.  Questo libro è come collirio per gli occhi dei lettori: offusca momentaneamente la visione per poi renderla più nitida. Cito testualmente alcune sue righe: "La scena è un condominio di un caseggiato in centro città. Ci si saluta veloci e non una parola oltre. Se qualche volta ci si parla sono commenti sul tempo, suddivisione di compiti per la raccolta differenziata, commenti sulla pulizia delle scale. L'uno non conosce dell'altro che la soglia. Gli zerbini a forma di gatto sono frontiere, la cornice delle porte d'ingresso metal detector. C'è l'aria tranquilla che precede il complotto". In poche frasi e in estrema sintesi, senza  decostruzioni e senza leziosismi, viene descritta quella che gli scienziati sociali definiscono società senza più comunità. L'umanità è provata e deumanizzata. Siamo in un vicolo cieco. Il mondo è un gigantesco uroboro. Gera con dovizia di particolari ci ricorda che siamo in quella che Ferlinghetti chiamava l'Epoca dell'Autoapocalisse. Molto probabilmente il nostro autore la pensa allo stesso modo del saggista e scrittore Franco Del Moro, ovvero che la fine avverrà non per una catastrofe ma "ci sarà una lenta e progressiva implosione della civiltà in nome del progresso". In questa sede comunque non ci importa della rielaborazione ideologica o politica del Nostro. Gera è estremo perché rivela la terribilità del mondo e allo stesso tempo è anche enigmatico. Purtroppo però a questo mondo agli "interrogativi ultimi" di Popper si può solo rispondere con altrettante domande allo stato attuale delle conoscenze. La definizione più calzante di straniamento a mio modesto avviso è quella di Carlo Ginzburg, ovvero di "un espediente letterario volto a combattere l'automatismo delle percezioni e degli atteggiamenti". L'autore finisce quindi per spiazzare, facendo vedere il mondo da angolature e prospettive nuove. Gera talvolta fa anche dell'ironica metapoesia, mettendo alla berlina la vanità e la smania di grandezza di molti verificatori attuali. Da una parte però Gera certifica che "ci sentiamo smarriti perché la gloria è morta", mentre dall'altra scrive che le poesie sono "l'unico rimedio contro l'obsolescenza": croce e delizia della comunità letteraria. A ogni modo molti magnificano il nulla oggi. L'autore con questa opera forse vuole esorcizzare il vuoto della società attuale, ma non cerca mai la quadratura del cerchio. Molti guardano al loro ombelico. Gera assolutamente no. Molti creano planisferi con le loro opere, ma nessuna superficie bidimensionale renderà mai fedelmente una realtà tridimensionale. Questo libro invece ha il pregio di essere un mappamondo e di essere perciò più vicino al vero. In definitiva Gera non tratta di salvezza ultraterrena o di aldilà ma rappresenta mirabilmente i nostri inferni reali. Ci indica i problemi del mondo e della vita (certo restano le sue impronte, ovvero la sua chiave interpretativa), ma lascia tirare le somme ad altri. Ha il buongusto, la discrezione e il buonsenso di lasciare ai lettori il giudizio e le soluzioni. Come scrive Vittorio Sgarbi "si impara soltanto da chi non vuole insegnarci niente". Anche per questa ragione questo è un libro di qualità che si legge tutto d'un fiato. Dopo averlo letto sorge spontaneo il dubbio che l'essenza della vita consista nella sua assurdità. Per Caproni si ha poesia quando lo scavo individuale trova l'universale. Questo libro perciò è poesia. Quindi è assolutamente consigliato. Questo è quanto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Su web reputation e visibilità mediatica...]]></title><description><![CDATA[<p>In principio molti anni fa vi erano molti motori di ricerca; il web era una giungla. Si navigava di sito in sito, affidandosi spesso e volentieri ai link. C'era anche chi riteneva che Internet fosse casuale, non lineare, rizomatico per tutti questi link grazie a cui ci affidavamo. Google prima</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/su-web-reputation-e-visibilita-mediatica/</link><guid isPermaLink="false">69a7ff36481ec30dcacad2b2</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[wrb reputazion]]></category><category><![CDATA[crisi reputazionale]]></category><category><![CDATA[visibilità]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 04 Mar 2026 09:48:56 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1516321318423-f06f85e504b3?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDIwfHxXZWJ8ZW58MHx8fHwxNzcyNjE3NjM4fDA&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1516321318423-f06f85e504b3?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDIwfHxXZWJ8ZW58MHx8fHwxNzcyNjE3NjM4fDA&ixlib=rb-4.1.0&q=80&w=2000" alt="Su web reputation e visibilità mediatica..."><p>In principio molti anni fa vi erano molti motori di ricerca; il web era una giungla. Si navigava di sito in sito, affidandosi spesso e volentieri ai link. C'era anche chi riteneva che Internet fosse casuale, non lineare, rizomatico per tutti questi link grazie a cui ci affidavamo. Google prima scandagliava il web e offriva i risultati in base alla link popularity,  successivamente in base al Page Rank. Un tempo chi aveva un sito doveva registrarlo su tutti i motori di ricerca esistenti nel web. Oggi invece assistiamo al monopolio di Google e le aziende si affidano a esperti per posizionare il loro sito nelle prime pagine del suddetto motore. Per parlare in termini "internettiani" le aziende si rivolgono a professionisti che faranno la SEO, ovvero una search engine marketing per giungere ad un'ottima SERP, cioè una pagina dignitosa dei risultati del motore di ricerca. Lo stesso Google metteva un tempo a disposizione degli utenti alcuni strumenti online, come Grow my site (ricevi la valutazione del tuo sito e una guida per migliorarlo), Test my site (per sapere quanto è veloce il proprio sito), Google Trends (trends.google.com). Un tempo per valutare la popolarità del sito web c'era il Traffic Rank di Alexa,  che però chiuse i battenti il 1 maggio 2022. Google Trends è un modo per verificare la popolarità di qualsiasi persona, brand, azienda. Se pensate di avere una buona web reputation,  questa non basta per affermarsi. Bisogna anche vedere se le persone vi cercano sul web. Le persone veramente famose fanno tendenza quotidianamente o quasi, hanno molti argomenti correlati e molte query associate: tutto ciò è rilevabile su Google Trends, che è un sito molto utilizzato dai giornalisti per vedere quali sono le ricerche più gettonate su Google. Inoltre i vip sono cercati in tutte le regioni d'Italia. Se invece siete emiliani, scrivete poesie, constatate che le poche ricerche le hanno fatte nel Lazio e la maggioranza dei giorni nessuno digita il vostro nome allora potete essere tranquilli di godere ancora dell'anonimato. Comunque quasi tutti coloro che scrivono poesie godono dell'anonimato, tranne quelli considerati più bravi, che sono invece semi-noti. Ci sono società che puliscono la web reputation, eliminando link e recensioni negative, garantendo il diritto all'oblio, monitorando la reputazione su internet. Addirittura ci sono società che promettono di eliminare su Google la notizia di una condanna penale. I professionisti di questo settore si chiamano reputation manager e si occupano di eliminare contenuti diffamanti o almeno negativi sul web. Non sempre le persone che hanno una buona web reputation sono famose, anzi sono un’esigua minoranza. Non tutti i vip godono di una buona web reputation. Mi stavo sbizzarrendo su Google. Per quanto riguarda persone celebri come il filosofo Diego Fusaro, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, il giornalista Paolo Brosio nelle prime pagine di Google si può trovare degli articoli negativi su di loro. Selvaggia Lucarelli e Rula Jebreal pagano lo scotto di qualche polemica di troppo. E che dire di Silvio Berlusconi e Flavio Briatore, che sono ricchissimi e popolarissimi, ma tra i primissimi risultati di Google si trova la loro pagina Wikipedia con tutte le loro controversie giudiziarie? Ho fatto solo questi esempi, ma se ne potrebbero fare altri.  In America la web reputation è molto importante per trovare lavoro. Molti datori di lavoro fanno surfing, digitando nome e cognome del candidato su Google oppure vanno a visitare i suoi profili social. Ma forse in Italia non siamo ancora a questi livelli. Poi con tutta la grande disoccupazione esistente nel nostro Paese i datori di lavoro impazzirebbero se dovessero fare così con tutti. Però la web reputation non è una cosa da sottovalutare. In America basta che un imprenditore trovi su un profilo Facebook le foto delle ultime ubriacature o delle dichiarazioni imprudenti per non dare un lavoro a un candidato, ritenuto poco credibile e poco serio. Probabilmente stiamo andando in questa direzione anche qui da noi. Sicuramente è sempre meglio non attraversare quella che gli esperti chiamano crisi reputazionale. Da alcuni datori di lavoro comunque i social sono considerati un test di personalità,  un modo per esaminare il carattere del candidato.  Il web è strano.  Lo scrivo francamente: gli algoritmi di Google non sempre si dimostrano impeccabili,  anche se spesso sono ottimi, studiati benissimo, ma fornire un servizio a chi naviga nel web come quello di Google è molto difficile. Se da un lato è vero che se facciamo una ricerca riguardante la medicina non sempre Google dà come risultati nella prima pagina i siti più attendibili e affidabili, è altrettanto vero che internet è davvero un mare magnum e moltissime persone chiedono a Google anche consigli di vita (un tempo avevo un sito e ero impressionato dalle ricerche bislacche che facevano gli utenti). Per avere una buona popolarità nel web bisogna essere presenti in diversi siti, essere indicizzati su Google, avere una buona visibilità sui social come Facebook, Instagram,  Linkedin. Alcuni sostengono che oggi Facebook sia da vecchi, che i giovani vanno tutti su Instagram,  che i giovanissimi vanno su Tik Tok. Ciò nonostante Facebook è ancora molto utilizzato. È vero che oggi è più facile crescere su tutti questi social network sopraelencati che su Facebook, ma è sempre meglio non cancellarsi da Facebook. Tutto ciò spinge a una breve riflessione: un tempo il potere voleva il nostro tempo e il nostro corpo, oggi si accontenta con il capitalismo di sorveglianza di fornirci servizi gratuiti online in cambio dei nostri dati (ogni tipo di dati, a partire da quelli biometrici per finire con i nostri gusti ed interessi). Insomma non ci si può neanche lamentare perché ormai molti ne sono consapevoli e nessuno fa niente, nessuno muove un dito. Che dire? È il web, bellezza!</p><p>Su un vecchio muro di una struttura fatiscente di Pontedera, vicina alla biblioteca comunale, un tempo si trovava scritto: “La visibilità è il cancro del secolo”. Tralasciando il fatto che quella strada l'hanno chiusa ormai, perchè quell'area è pericolosa, e  che chi l'ha scritto non sa veramente cos'è il cancro, ebbene la cosa mi ha fatto riflettere, al di là dell'espressione cruda: un fondo di verità c'è. Anzi molto più di un fondo.  Questa frase rozza picchettava nella mia mente. Cercavo di scacciarla dai pensieri, ma ritornava a disturbarmi. Era diventata un tarlo nella testa, un piccolo pensiero fastidioso. E mi sono messo un poco a riflettere.   Oggi c’è una spettacolarizzazione totalizzante. Già negli anni ‘90 i processi giudiziari erano mediatici. Durante il Covid gli infettivologi sono diventati delle star.  Tutti sono a caccia di visibilità mediatica. D'altronde oggi siamo nel villaggio globale, più precisamente nel mondo della comunicazione globale. Oggi è un must avere impatto sulla pubblica opinione, essere rappresentativi di una certa realtà o di un dato gruppo di persone, diventare riconoscibili. L'apparire viene prima dell'essere o meglio solo chi appare esiste.  Oggi sono sempre più importanti il personal branding, la web reputation,  diventare di tendenza, occupare la mente delle persone,  far parlare di sé. Negli anni Settanta buona parte dei giovani volevano cambiare il mondo insieme e non volevano diventare famosi ad esempio. Negli anni Ottanta indicativamente una fetta dei giovani cercavano una raccomandazione per avere un posto fisso, magari nello Stato o comunque perseguivano le tre m (mestiere, macchina, moglie).  Oggi il posto fisso è un miraggio, la rivoluzione è considerata impossibile e il lavoro comune è visto come un ripiego. Un tempo buona parte dei giovani contestava il sistema e con esso anche il mondo dello spettacolo. Esistevano dei contestatori,  una generazione, un movimento collettivo, dei momenti e dei luoghi di aggregazione. Esisteva una realtà antagonista di pensiero e d'azione, che oggi non esiste più. Fino ai primi anni Duemila restava intatto uno zoccolo duro di scettici e critici nei confronti del mondo dello spettacolo. Oggi lo showbusiness regna incontrastato e l'unico dissenso rimasto è patologico oppure fatto passare per patologico dal potere. Oggi il pubblico tollera qualsiasi spettacolo spazzatura e le persone sono più suggestionabili di un tempo, non essendoci più forze contro il sistema a fare da contrappeso, a controbilanciare tutto: esiste solo una narrazione egemone, difficilissima da contrastare, da scalfire.  Se un tempo esistevano sostanzialmente le categorie degli impegnati politicamente e dei disimpegnati, oggi esistono solo i famosi e gli invisibili; invisibili siamo noi persone comuni, non più solo i barboni. Oggi l'immagine è tutto. Se un tempo erano importanti i curatori d'anime, oggi sono importanti i curatori di look. Secoli fa erano fondamentali nell'arte la forma e l'estetica, mentre oggi predominano gli artisti concettuali e conta soprattutto la kunstwollen. Ma al di fuori dell'arte, ovvero in gran parte del mondo l'apparenza è tutto. Eppure Rostand con il suo Cyrano e Oscar Wilde con il suo Dorian Gray ci avevano avvertito che  può esserci discrepanza tra apparire ed essere. Emanuele Severino in “Sortite” l'aveva scritto  che tutti oggi sono sileni rovesciati: belli fuori e brutti dentro. Oggi i contenuti da soli non costituiscono più l'identità di una persona e una persona non viene presa né premiata solo per i contenuti ma soprattutto per l'immagine e per il ruolo che ricopre nella società.  Questa è l'epoca del narcisismo di massa, del profitto a tutti i costi, dell'apparire. Non è più tempo di anime belle. Certo ci sono delle eccezioni ma sono molto rare.  Oggi si deve essere presentabili anche da morti, tant'è che la cosmesi funebre è diventata obbligatoria.  Ora  tanti vogliono un passaggio televisivo, vogliono diventare influencer, vogliono diventare delle celebrità.  Se un tempo la fama era un modo per diventare ricchi, oggi molti desiderano la visibilità fine a sé stessa; vogliono a tutti i costi la visibilità,  pur sapendo che con essa a volte non si mangia, perché non sempre si riesce a monetizzare per l'appunto la visibilità. Gianluca Vacchi ed Elettra Lamborghini potevano vivere di rendita, ma hanno voluto la notorietà, anche se poi ciò ha avuto un ritorno economico. La visibilità prima era un lasciapassare per l'agiatezza, oggi da mezzo è diventata un fine. Non a caso le persone cercano di arricchirsi per rifarsi i denti, per fare un trapianto di capelli, per farsi ritoccare dal chirurgo estetico, per iscriversi nella migliore palestra della città.  Ci sono persone che si rivolgono a dei professionisti, ai social media manager per crescere su Instagram. Essere famosi è molto piacevole perché la gente ti riconosce e ti ferma per strada e guadagni tanti soldi con le pubblicità. Essere un personaggio televisivo o una star del web significa essere ammirato da noi comuni mortali: significa avercela fatta, aver svoltato, essere arrivati. Per alcuni la ricerca della notorietà è vista come una scorciatoia, un modo per fare soldi facili, non calcolando le mille insidie e i mille pericoli insiti nel diventare vip. Insomma ci sono onori e oneri. Web e televisione ormai sono sempre più due vasi comunicanti: i personaggi televisivi guadagnano molto con i social, le influencer diventano nazionalpopolari dopo aver fatto delle ospitate nelle reti televisive generaliste. Ma è così brutto essere anonimi? Se essere anonimi è meno appagante a livello socioeconomico, anche godere dell'anonimato ha i suoi vantaggi. Chi non è nessuno, chi non ha gloria, né responsabilità non deve rendere conto a nessuno. Una persona anonima ha più libertà di azione e di espressione di un vip. Al mondo d'oggi si sanno vita, morte e miracoli dei vip. È difficile per un vip mantenere il riserbo su alcuni aspetti privati. Viene quasi sempre tutto fuori e viene dato in pasto a tutti. Tutti sanno debolezze ed eccessi dei vip. Ma molti, pur avendo degli scheletri dell'armadio, cercano comunque a tutti i costi la visibilità perché ormai niente alla fine fa più scandalo e niente fa più notizia. L'importante è apparire e solo chi appare esiste al mondo d'oggi. La gente dimentica in fretta gli scandali e le brutte figure. L'importante è essere dei vip. Sono lontanissimi i tempi in cui Coppi e la Dama Bianca facevano scandalo nazionale.  Sono lontanissimi i tempi di Mina che venne cacciata dalla RAI perché era rimasta incinta senza essere sposata. Oggi piccoli e grandi scandali si susseguono senza sosta, ma non c'è più il comune senso del pudore, non c'è più niente di osceno, l'asticella della rispettabilità viene abbassata sempre più e niente desta particolare interesse nel pubblico che oramai si abitua a tutto. In fondo nessuno si scandalizza più di niente. Un tempo Pasolini veniva processato per i suoi film.  Oggi non esiste più alcuna censura.  Giovani ragazze creano contenuti porno su Onlyfans oppure diventano camgirl, strafregandosene completamente della reputazione. Molte di loro al massimo arrotondano lo stipendio, ma alcune riescono davvero ad arricchirsi e a lasciare il lavoro di barista, commessa, impiegata: magari finiscono per avere pure il loro quarto d'ora di celebrità su qualche trasmissione televisiva. Oggi niente fa più scandalo. Un tempo il sistema per le persone scomode azionava la cosiddetta macchina del fango. Oggi le crisi reputazionali sono passeggere e la peggior cosa per un vip è solo l'oblio. La mia è una pura e semplice constatazione di fatto, senza alcun tipo di moralismo. Scandalizzarsi per questo andazzo generale significherebbe solo essere dei perbenisti d'antan. In definitiva oggi le persone sono divise sostanzialmente in due categorie: influencer ed esibizioniste oppure influenced e voyeur. Ma le cose vanno per ora meglio d'un tempo. Se nel Novecento il culto della personalità ha prodotto dittature sanguinarie, oggi in Occidente il culto dell'immagine dà solo troppa importanza a personaggi superficiali e spesso  privi di talento. Un rischio c'è comunque,  ovvero che l'intelligenza artificiale possa creare modelle bellissime, scrittori bravissimi, influencer con maggiore consenso, psicoterapeuti più preparati. A  ogni modo più che l'epoca della post-verità mi sembra l'epoca della totale indifferenza, perché niente ci tocca più nel vivo e nel profondo.  E poi il vero scandalo sarebbero le guerre e chi muore di fame nel mondo, ma neanche questo ci indigna più, anche a questo ormai ci siamo abituati, rassegnati. Questo è il tempo dell'assuefazione totale. Il sovraccarico di notizie produce un caos indifferenziato e una memoria molto labile, non perché soffriamo di amnesia ma perché pochissimo è importante e prioritario da passare dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Forse abbiamo perso per strada l'anima. Infine chi diventa famoso spesso non mette in conto che popolarità e guadagni non durano tutta la vita, che bisogna risparmiare, che è meglio non vivere nel lusso, che gli artisti non hanno grandi pensioni e che pochi riescono ad avere soldi con la legge Bacchelli. Insomma diventate pure famosi ma non vendete l'anima allo showbusiness e non vi fate inebriare troppo dalla fama.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quel Qualcosa o Qualcuno che forse ci trascende...]]></title><description><![CDATA[<p>Tutti vorremmo essere presi e amati per quello che siamo. La massima aspirazione di ognuno sarebbe quella di essere amato per quello che è. In realtà oggi se si è amati, si è amati per quello che si ha o per come si appare. Oh certo molti uomini arrivati pensano</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/quel-qualcosa-o-qualcuno-che-forse-ci-trascende/</link><guid isPermaLink="false">67ff7399b6f2942d4aa3f320</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[materialismo]]></category><category><![CDATA[spiritualità]]></category><category><![CDATA[addio]]></category><category><![CDATA[Religione]]></category><category><![CDATA[neocapitalismo]]></category><category><![CDATA[consumismo]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 16 Apr 2025 09:10:59 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1741851373499-e2c10ed2eeb3?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDh8fHx8fHx8fDE3NDQ3OTQ1NjN8&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1741851373499-e2c10ed2eeb3?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDh8fHx8fHx8fDE3NDQ3OTQ1NjN8&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Quel Qualcosa o Qualcuno che forse ci trascende..."><p>Tutti vorremmo essere presi e amati per quello che siamo. La massima aspirazione di ognuno sarebbe quella di essere amato per quello che è. In realtà oggi se si è amati, si è amati per quello che si ha o per come si appare. Oh certo molti uomini arrivati pensano di essere amati per quello che sono. Ma se avessero tutte le sventure di Giobbe, si ritroverebbero soli, senza nessuno. La storia di Amore e Psiche è lontanissima dalla realtà di oggi. E d'altra parte cosa siamo? E poi siamo? Siamo il nostro Sé sfuggente e inattingibile nel profondo? Siamo i nostri pensieri frammentari? Siamo le nostre associazioni mentali casuali? Siamo le nostre fantasie più segrete? Siamo i nostri complessi, le nostre frustrazioni, i nostri sogni non realizzati? Siamo il nostro combattimento interiore e incessante? E poi quello che siamo, quello che pensiamo, quello che desideriamo è veramente nostro o esclusivamente frutto dei condizionamenti esterni di ogni sorta che subiamo fin dalla tenera età? Come cantava Gaber ne “Il comportamento” poi alla fine se cercassimo veramente chi siamo, forse non troveremmo niente. Bisognerebbe allora scegliere la via buddista, secondo cui la realtà non esiste e il mondo è illusione? Bisognerebbe scommettere in Dio e nell'aldilà, come fece Pascal? Bisognerebbe fare esercizi spirituali in attesa di una teofania, che molto probabilmente non arriverà? Ma lo spirito, Dio, l'aldilà non è detto che esistano. Oggi ciò che è vero, lo dice la scienza. Per la scienza non c'è prova, non c'è riscontro oggettivo dell'anima, dell'aldilà, di Dio. E poi per le grandi religioni la carnalità è peccato, bisogna rinunciare ai piaceri fisici in nome di un aldilà, di un Dio, di una ricompensa eterna, di cui non c'è alcuna certezza che esistano. I preti hanno un bel dire con “è la parola di Dio, esiste la Bibbia”. Ma qualsiasi religione è un credere perché è assurdo, è un immenso atto di fede, è una resa della ragione, è un atto di umiltà, ma in questi tempi di razionalismo e di scientismo chi è disposto a fare ciò? Oggi tutti vogliono prove e certezze, ma Dio non dà prove e certezze ma solo dubbi.  E poi quale fede? Quella scelta liberamente o quella inculcata forzatamente da bambini? Quella del perbenismo interessato, fatta di abitudine e paura di cui cantava Guccini? Quella di chi considera i valori delle semplici regolette,  non andando oltre il carattere normativo e prescrittivo? Quella della bigotta ottusa di chi giudica gli altri, sentendo Dio dalla sua parte? Che esempio danno gli stessi fedeli e gli stessi religiosi talvolta al prossimo? Intendiamoci: in tutte le epoche gli uomini sono stati anche realisti e materialisti perché questo fa parte della natura umana, ma oggi il realismo e il materialismo hanno raggiunto vette ineguagliabili. Le cause delle nostre stesse azioni dipendono dal sesso, dalla neurochimica oppure c'è dietro un movente economico: tutto è determismo sessuale, biologico o economico. Tutto oggi deve avere una spiegazione logica e scientifica,  tutto deve avere una causa. L'interpretazione soggettiva è considerata poca cosa. La comprensione, ovvero la ricerca di un senso ultimo o almeno più profondo, non è ammessa scientificamente. E ancora una volta l'anima, Dio? Per molti oggi si deve ricercare il piacere ed evitare il dolore. La spiritualità,  l'aldilà, Dio sono anticapitalisti e anticonsumisti perché il capitalismo e il consumismo si fondano sul piacere immediato, sull'edonismo.  Il dolore aumenta la conoscenza interiore, iniziando da Eschilo e passando da Leopardi. Il dolore e la solitudine sublimati creano la grande arte. E poi come scriveva Plotino neanche Dio conosce i confini dell'anima umana e tutto oggi secondo la scienza deve essere misurabile. E l'animo umano, se non volete chiamarlo anima, è incommensurabile,  insondabile.  Le stesse passioni, come scrive Remo Bodei, sono sempre state condannate in nome della ragione. Nel Novecento inoltre è avvenuta anche la crisi non solo delle passioni ma della ragione: questa è l'epoca del pensiero debole, della società liquida, della post-verità,  degli infiniti maestri del sospetto.  Per molti oggi quindi  non ne vale minimamente la pena di riflettere,  pregare, cercare di essere. Ecco allora che molti si aggrappano unicamente al realismo e al materialismo. Il nichilismo occidentale ha inghiottito, fagocitato Dio e con esso la spiritualità. Dio è morto, già prima che lo scrivesse Nietzsche. È rimasto un grande vuoto nella cultura occidentale,  che cerchiamo di riempire con falsi idoli, con i vitelli d'oro. E che si sia materialisti o spirituali, in un modo o nell'altro questo mondo è comunque diventato favola, come scriveva ancora Nietzsche.  E poi parte dello spiritualismo è confluito nell'esoterismo, gran parte dell'idealismo ha trovato modo di esistere nelle ideologie, ma oggi quest'epoca è diventata post-ideologica. A tutto questo pochi ci pensano, molti si sforzano di non pensarci. Le persone producono e consumano. Cercano di non pensare ai problemi,  distraendosi con i divertimentifici. Come scrive Guia Soncini si invecchia, restando eterni Peter Pan, senza mai diventare adulti. Tutto ciò che resta concretamente è il materialismo. Gli stessi nostri pensieri sono dovuti solo al nostro cervello, che è materia. Parafrasando Lorenzo il magnifico, di Dio non c'è certezza, mentre invece della carne, della materia, del piacere c'è certezza. Ma Platone nel Convivio avverte che gli amanti, dopo una vita passata insieme,  non riescono a esprimere ciò che sentono l'uno per l'altra né con l'atto sessuale né con le parole. Non è forse questo bene inesprimibile la prova che Qualcosa o Qualcuno ci trascende?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sul perché "Il nipote di Rameau" di Diderot è ancora attuale...]]></title><description><![CDATA[<p>La crisi della ragione, esplosa nel Novecento, era già iniziata nel Settecento francese. Già lì si erano viste le prime avvisaglie. Già in quel periodo si erano manifestati i primi sintomi. Prendiamo ad esempio Rousseau con le sue Confessioni. Questo grande autore, così razionale e logico, non si lascia forse</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/sul-perche/</link><guid isPermaLink="false">67e7e7269d689f2e5b65ae5e</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[nipote di rameau]]></category><category><![CDATA[Diderot]]></category><category><![CDATA[Illuminismo]]></category><category><![CDATA[abuso di potere]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 29 Mar 2025 12:31:48 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1578302302942-10cfe0c4cf93?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDM0fHxKb2tlcnxlbnwwfHx8fDE3NDMyNTE0NTB8MA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1578302302942-10cfe0c4cf93?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDM0fHxKb2tlcnxlbnwwfHx8fDE3NDMyNTE0NTB8MA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Sul perché "Il nipote di Rameau" di Diderot è ancora attuale..."><p>La crisi della ragione, esplosa nel Novecento, era già iniziata nel Settecento francese. Già lì si erano viste le prime avvisaglie. Già in quel periodo si erano manifestati i primi sintomi. Prendiamo ad esempio Rousseau con le sue Confessioni. Questo grande autore, così razionale e logico, non si lascia forse andare a un grande sfogo dell'animo? Prima di lui c'erano stati Sant'Agostino e Montaigne ad esempio, ma non erano certo illuministi! Non credevano certo  nel progresso culturale e nell'intelligenza, ponendola al centro di tutto e creandone un culto, come gli illuministi (per quanto Rousseau poi si distaccò dall'Illuminismo). Prendiamo allora Diderot. Ebbene costui aveva lavorato per anni e anni alla monumentale Enciclopedia, scrivendo molte voci. Aveva fatto da collante perché gli altri illuministi erano stati coordinati e ispirati da lui stesso. Però in questo edificio sistematico della ragione  Diderot aveva visto delle grandi crepe. Pubblicato in forma anonima, da giovane, aveva scritto “I gioielli indiscreti”, opera in cui per una magia i sessi femminili si mettevano a parlare e raccontavano le loro avventure. In fondo aveva fatto una sineddoche, che fanno molti uomini (la vagina per rappresentare totalmente la donna), e con ironia e acume Diderot mostrava a tutti il mistero della donna, l'inconoscibilità del desiderio femminile, il fatto che di una donna non si poteva sapere mai totalmente la verità,  costretta com'era da convenzioni, imposizioni e inibizioni della società borghese, patriarcale e  maschilista,  che la assoggettava da ogni punto di vista, sia fisicamente che psicologicamente. Ma Diderot con “Il nipote di Rameau” aveva posto l'accento anche sul rapporto controverso tra estetica ed etica, tra i valori a cui intellettuali e artisti dovrebbero aspirare e perseguire e invece il compromesso morale, a cui devono spesso sottostare per tirare a campare. Il nipote di Rameau, questo musico fallito, cortigiano, immorale e cialtrone, non era altro che un venduto (si direbbe oggi), che racimolava gli avanzi della buona società parigina. Ma “Il  nipote di Rameau”  non era solo il ritratto dei salotti buoni della Parigi dell'epoca, ma anche il contrasto stridente tra le idee e la realtà,  tra la cultura e la sua corruzione. Gli intellettuali,  gli artisti dovrebbero cercare verità, bellezza, giustizia, ma devono fare i conti con i loro simili. Molti per mettere insieme il pranzo con la cena sono costretti ad adattarsi a costo di snaturarsi e diventare incoerenti. Ma questo personaggio,  il nipote di Rameau, con il suo cinismo e la sua aria scanzonata, disquisisce,  filosofeggia senza sensi di colpa, rivendicando serenamente e beatamente il tradimento del suo mandato. Il problema di molte persone di cultura ieri come oggi non è quindi quello di vendersi o meno ma quello di scegliere a chi vendersi, trovando il migliore offerente, e quello di  trovare potenti a cui vendersi. Inoltre “Il nipote di Rameau” ci svela anche l'inganno di un cortigiano senza remore morali, la cui maschera indossata finisce per diventare la sua essenza più intima perché nella società borghese finiamo per essere ciò che facciamo. Da una parte abbiamo il dovere di dire la verità degli intellettuali e dall'altra abbiamo il dovere sociale di ometterla, di dissimularla per adattarsi. La cultura è sempre la risultante tra queste due forze in gioco, da questa lotta incessante, da questo combattimento interiore. Così come il contratto sociale è possibile solo barattando un poco di libertà in nome della sicurezza, la cultura può esistere nella società solo barattando un poco di verità in nome dell'adattamento.  Il nipote di Rameau non tratta del problematico rapporto dell'uomo con l'essere, l'eterno, l'infinito,  il nulla, la morte, Dio, ma ci ribadisce quello che scriveva Kant, ovvero che l'uomo è un legno storto e che da esso non può nascere niente di interamente diritto. Non solo la ragione quindi è limitata ma anche l'etica umana all'atto pratico è limitata perché c'è sempre una grande discrepanza tra dover essere e essere, tra valori e condotta di vita. Il bravo attore Silvio Orlando ha dichiarato quanta difficoltà e quante resistenze aveva trovato a mettere in scena quest'opera, in un'Italia in cui intellettuali e artisti si prostituiscono intellettualmente spesso, indossando la casacca del berlusconismo o dell'egemonia gramsciana, venendo meno all'obiettività,  all'indipendenza di giudizio, alla libertà interiore. Insomma questi dialoghi di Diderot sono sempre attuali e danno fastidio ancora oggi perché in essi si trova il rapporto dubbio tra intelligenza,  verità e potere e ne svelano le dinamiche.  Ma quest'opera ci dice anche che i nostri pensieri, così casuali, sono come le puttane (testuali parole),  che vanno e vengono in un giardino. Insomma la cultura umana è basata su fondamenta instabili o come scriveva Popper è una palafitta in una palude. Di fronte a tutto ciò Diderot non può altro che fare una satira:  una satira che non è solo politica o sociale ma anche e soprattutto culturale. Laddove la ragione e l'etica falliscono molti si abbandonano alla fede o entrano in una crisi irreversibile, ma Diderot ci invita a fare una risata o quantomeno a sorridere a denti stretti. Insomma Diderot, illuminista, l'aveva già capito che esistevano dei limiti non solo conoscitivi ma etici e civili alle magnifiche sorti e progressive, ai  Lumi.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Nota sulla poesia di Giovanni Giudici]]></title><description><![CDATA[<p>Maurizio Cucchi in “Cronache di poesia del Novecento” e più recentemente nell'introduzione a “Giovanni Giudici. Tutte le poesie”  (Oscar Mondadori) scrive che appunto la poesia di Giudici si caratterizza per l'autoironia, la doppiezza (il tema del doppio o del sosia), l'originalità.  A livello formale il poeta alterna versi sciolti a</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/nota-sulla-poesia-di-giovanni-giudici/</link><guid isPermaLink="false">67c1e36acf752062d9040a42</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category><category><![CDATA[giovanni giudici]]></category><category><![CDATA[poeta italiano]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Fri, 28 Feb 2025 16:26:53 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1515104882246-521e5ba18f5e?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDN8fFBvZXRyeXxlbnwwfHx8fDE3NDA3NTk5OTJ8MA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1515104882246-521e5ba18f5e?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDN8fFBvZXRyeXxlbnwwfHx8fDE3NDA3NTk5OTJ8MA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Nota sulla poesia di Giovanni Giudici"><p>Maurizio Cucchi in “Cronache di poesia del Novecento” e più recentemente nell'introduzione a “Giovanni Giudici. Tutte le poesie”  (Oscar Mondadori) scrive che appunto la poesia di Giudici si caratterizza per l'autoironia, la doppiezza (il tema del doppio o del sosia), l'originalità.  A livello formale il poeta alterna versi sciolti a quartine e ottave. Dal punto di vista della poetica e dello stile il poeta non si lasciò mai irretire dagli ismi che attraversarono il secolo e spesso diventarono mode culturali e letterarie. Infatti si tenne alla larga dall'ermetismo, dal neorealismo, dalla neoavanguardia,  dal neosperimentalismo. Riuscì sempre a essere coerente e fedele a sé stesso, riuscendo anche a ricercare, a rinnovarsi. Giudici entrò in scena nel panorama della poesia italiana per diventarne un protagonista e avendo come interlocutori e amici fedeli grandi letterati del calibro di Ottieri e Fortini (si veda il carteggio). Cucchi rileva anche l'apparente linearità e semplicità di Giudici. Infatti è solo apparente: la poesia di Giudici dal tono dimesso si gioca su diversi registri linguistici e concettuali e il fatto che non sia oscura, criptica, oracolare non significa che sia semplice. È vero che l'essere si dice in molti modi, come scriveva Aristotele,  e che il linguaggio dell'essere di solito è oscuro, come scriveva Heidegger. Come scrivevo prima a ogni modo la poesia di Giudici è multistrato, è un grande millefoglie.  Non solo ma  da questo punto di vista il poeta squarcia il velo, illumina, talvolta con i suoi simboli, talvolta con le sue sentenze. È una poesia quindi che cerca l'essenziale, evitando orpelli inutili, accessori inconsistenti come virtuosismi e leziosismi, ma mai rinunciando alla complessità dell'animo umano e delle cose. È una poesia innanzitutto che, utilizzando la medietà verbale, rende poetico ciò che prima di allora era ritenuto impoetico senza se e senza ma. Inoltre Giudici tocca vette ineguagliabili di lirismo, che esprimono l'insondabilità dell'animo, l'assurdità del vivere, il mistero della morte. La sua poesia è di primo acchito, superficialmente neocrepuscolare, ma analizzata più attentamente è metafisica e ontologica, si interroga sul rapporto tra io, mondo, linguaggio ed essere, come i crepuscolari non fecero mai di fatto. Da questo punto di vista Giudici è un poeta ad alto coefficiente di intellettualità, però privo di intellettualismi, in un mondo poetico, in cui molti fanno l'esatto contrario: si perdono in intellettualismi senza avere intellettualità. La poesia di Giudici, come notano tutti i critici, si basa sulla quotidianità ma senza autocommiserazione e autogogna. Giudici descrive la quotidianità alienata, il minimalismo esistenziale. Qualcuno potrebbe obiettare che il poeta rappresenta quasi fantozzianamente la vita impiegatizia. Se così fosse, Giudici sarebbe datato, come i film di Paolo Villaggio, perché oggi le classi sociali non esistono più e con esse nemmeno la coscienza di classe, gli impiegati oggi sono dei signori rispetto ai tanti disoccupati, sottoccupati, precari a vita, etc etc. No. Non è così. Sarebbe troppo riduttivo e fuorviante.  La  condizione di impiegato e di piccoloborghese del poeta è la chiave di accesso per il grigiore esistenziale, per il torpore, la noia tout court.  La datità storica, economica, sociale diventa elemento astorico e universale, diventa “caro sgomento di esistere”. In Giudici non è presente l'odio di chi è piccoloborghese per estrazione e intellettuale per formazione. In Giudici non c’è la mistura infelice del solito cattocomunismo di quegli anni, fondato su utopie irraggiungibili, spinta rivoluzionaria che diventa legittimazione della violenza, clientelismo, tradizione,  invidia per chi ha di più, ma c’è  un connubio ben ponderato di socialismo e cattolicesimo, basato principalmente sul senso di colpa per chi ha di meno e sull'umanesimo. Nella sua poesia non c'è senso di supponenza né di superiorità perché il poeta si sente uomo comune, uomo in mezzo agli uomini, pur intravedono molto lucidamente le ombre e non solo le luci del boom, del miracolo economico. Giudici fa una contronarrazione del boom economico e in questo senso compie la stessa operazione, seppur con stile ed esito diverso, del Bianciardi de “La vita agra”. La poesia di Giudici non si fonda sulle sovrastrutture intellettuali,  culturali, religiose. Non si fonda sulla struttura economica.  Non si fonda sull'infrastruttura psichica. Non si fonda sulla molteplicità fenomenica. Non si fonda sull'ambiguità semantica, che in taluni non diventa mai polisemia vera e propria.  Tutte queste cose sono presenti ma nella giusta dose, senza difettare né eccedere, perché il poeta conosceva benissimo il peso specifico di ogni verso che scriveva. La sua poesia è invece basata sul rapporto tra esistere ed essere, ben sapendo, come scrive Bufalino che essere non implica necessariamente esistere e viceversa. In un'epoca in cui l'avere e l'apparire dominano sull'esistere e sull'essere dovrebbero affidarsi in molti alla sua poesia, la poesia di un uomo apparentemente comune con una vita comune ma con il grande dono della parola e non avendo in testa luoghi comuni, che visse, come Montale, al 5%, senza grandi traumi, senza grandi slanci vitali, non abbandonandosi alla tristezza né ai facili entusiasmi. Ma il poeta è importante anche per l'imprendiscibilità e l'irrinunciabilità del dire, che è per lui momento di riflessione e di chiarificazione interiore. Oggi si fa un grande parlare nella comunità poetica del rapporto tra autorialità e autenticità.  Ebbene molti dovrebbero prendere esempio dal poeta che era un autore autentico, senza pose e senza infingimenti. Giudici insegna che “essere è più del dire”, ma anche che “talvolta non dire è anche non essere”. Per tutte queste ragioni è uno dei più grandi poeti del Novecento.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["La stanza del vescovo" di Piero Chiara]]></title><description><![CDATA[<p>“La stanza del vescovo” è il romanzo più celebre di Piero Chiara e ne è stata fatta anche una trasposizione cinematografica da Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella Muti. Quest'opera descrive uno spaccato di provincia. I libri di Chiara hanno come tema predominante la provincia con le sue chiusure</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/la-stanza-del-vescovo-di-piero-chiara/</link><guid isPermaLink="false">6798a054642dc93b3bc59b0c</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[la stanza del vescovo]]></category><category><![CDATA[romanzo italiano]]></category><category><![CDATA[piero chiara]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 28 Jan 2025 09:18:40 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1549342058-aa364054334e?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDJ8fExhZ298ZW58MHx8fHwxNzM4MDU1ODMwfDA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1549342058-aa364054334e?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDJ8fExhZ298ZW58MHx8fHwxNzM4MDU1ODMwfDA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt=""La stanza del vescovo" di Piero Chiara"><p>“La stanza del vescovo” è il romanzo più celebre di Piero Chiara e ne è stata fatta anche una trasposizione cinematografica da Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella Muti. Quest'opera descrive uno spaccato di provincia. I libri di Chiara hanno come tema predominante la provincia con le sue chiusure mentali, le sue ristrettezze di vedute, la sua noia. Anzi nelle sue opere non è la provincia a fare da semplice sfondo, ma addirittura il contesto socioeconomico diventa protagonista assoluto, seppur essendo declinato ogni volta in modo diverso, con sfumature modali differenti. Ne consegue che lo scrittore di Luino ha rappresentato in modo eccellente e con sobrietà il mondo angusto, chiuso della provincia di quegli anni. Se ne “Il piatto piange” i giocatori della bisca vivono anteguerra, ne “La stanza del vescovo” i personaggi vivono nel dopoguerra immediato. Chiara mescola realismo e fantasia. Nella sua scrittura però raramente ci sono tracce di espressionismo. Questo romanzo tratta di una passione amorosa, quella della presunta vedova Matilde, sposata per procura. Dovrebbe essere letto da molti scrittori e scrittrici odierne, veri/e o aspiranti,  perché non esistono in queste pagine pornografia, esibizionismo sessuale, volgarità.  La dimensione erotica viene spesso taciuta con discrezione oppure allusa con garbo. Però non è la sfera carnale che interessa allo scrittore ma l'antagonismo, la rivalità, intrisa di amicizia e di cameratismo maschile, tra il protagonista e Orimbelli. Il primo è un aspirante Casanova fallito, che desidera Matilde, il secondo è il Don Giovanni kierkegaardiano, cinico, machiavellico, seduttore senza scrupoli che usa l'inganno per “rubargliela”. Da un lato abbiamo l'inganno seduttivo, ma senza alcuna componente ludica come ne “La mandragola" di Machiavelli e ne “La locandiera” di Goldoni. Qui avviene il dramma e l'opera diventa un giallo: un giallo in cui il delitto non avviene all'inizio dell'opera e in cui ogni riga ha pregevolezza letteraria. Questo romanzo è anche una contronarrazione della borghesia nordica operosa. I personaggi sono tutti inetti, agiati, oziosi, che hanno ormai soddisfatto i loro bisogni primari. Ne “La vita agra” di Bianciardi il protagonista doveva tradurre a ritmi forsennati per campare. Qui al contrario regnano l'ozio,  ma non l'ozio latino né quello di H.Hesse, ma l'improduttività infeconda, sterile, sintomo del male di esistere, segno inequivocabile di vuoto interiore. Si può provare il vuoto per poca vita come la protagonista di “Casa d'altri” di Silvio D'Arzo, che chiede al prete se si può suicidarsi perché non si ha più niente da chiedere alla vita. Si può anche provare il vuoto per troppa vita, per troppo arricchimento esperenziale. Ma il divertissement fine a sé stesso di Orimbelli è la maschera del Nulla, a forza di ingannarsi finisce per autoingannarsi. Il gioco si spinge troppo oltre e per sfuggire all'arresto si impicca. L'Orimbelli a differenza di Zeno non ha una coscienza. In queste pagine il lato psicologico,  esistenziale, metafisico non viene esplicitato. Chiara fa parlare la vita, senza attribuirle un significato. Il suo è una sorta di positivismo della narrazione. I fatti, la trama hanno la priorità.  Questo romanzo è la rappresentazione dell'alta borghesia di provincia, non caratterizzata dal solito calvinismo nordico ma dalla sterilità creativa. Chiara descrive fedelmente quell'alta borghesia. Se il piccoloborghese Mombelli de “Il maestro di Vigevano” era intriso di “catrame” dalla testa ai piedi, cioè dall'ossessione per il decoro, il perbenismo, la reputazione, l'alta borghesia di quest'opera si può concedere libertà e licenze che le classi sociali inferiori non possono permettersi. Orimbelli conosce regole, norme, valori, ma puntualmente li trasgredisce fino ad arrivare a uccidere la moglie. I ragazzi di vita pasoliniani, poveri e sottoproletari, vivevano in un mondo amorale. In quest'opera invece il desiderio sconfina nell'immoralità. La dimensione estetica del seduttore non combacia con la sfera etica, valoriale. Orimbelli non è un vero libertino che sa rispettare le donne e agisce in un quadro normativo, come gli antichi libertini fino ad arrivare a Vincenzo Cuomo. Questo bel romanzo ripropone anche l'antica dicotomia dei letterari latini tra epicureismo e stoicismo. Qui non c'è la recusatio onesta né l'idillio bucolico. Qui l'epicureismo è deteriore,  è  infelice, si tramuta in tragedia. Infine questo romanzo tratta del desiderio umano sempre sconfinato e mai appagato. Il protagonista vive per inerzia, facendosi trascinare dagli eventi. È un uomo passivo, che attende ma non sa neanche lui che cosa, di certo non attende Godot. Quando alla fine potrebbe vivere con Matilde parte per una nuova avventura perché l'oggetto del desiderio ormai è troppo facile da raggiungere. Come Casanova ha bisogno di conoscere ancora, di desiderare di nuovo e non può accasarsi, non può fermarsi: è un borghese che fugge dalla borghesia, così come all'inizio del romanzo si era preso una vacanza, una pausa prima di ritornare a lavorare. Nel libero mercato si può vivere con il salario, il profitto, la rendita, il welfare. Ma Chiara da autentico liberale ci insegna che anche chi vive di rendita può essere insoddisfatto e infelice. Insomma il solo determinismo economico non è sufficiente a spiegare l'umanità e il mondo. Chiara ci insegna che il male di vivere è connaturato. Ma questo libro è anche la rappresentazione ontologica del desiderio, questa forza soggiacente, che talvolta tracima e deborda, per quanto cerchi di essere contenuta negli argini della borghesia. Matilde non è una donna stilnovista, cioè idealizzata, né una donna elegiaca, cioè dominatrice, ma una donna borghese, quindi una preda da catturare e poi assoggettare al vincolo matrimoniale. “La stanza del vescovo” è perciò la rappresentazione di un mondo asfittico, dove la vita è un gioco a somma zero e le convenzioni, apparentemente rispettate, sono fatte per essere tutte trasgredite.  Il congegno narrativo di questo romanzo breve è ideato e realizzato in modo sapiente.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sul senso o nonsenso della vita...]]></title><description><![CDATA[<p>In un aforisma il critico letterario,  poeta e scrittore Giorgio Linguaglossa scrive che ci sono due categorie di persone: quelle per cui la vita non ha un senso e quelle per cui la vita un senso ce l'ha. Ci sono quindi sostanzialmente persone che vivono la vita in base a</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/sul-senso-o-nonsenso-della-vita/</link><guid isPermaLink="false">674da9841842f4702ac4d35b</guid><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 02 Dec 2024 12:39:28 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/12/xp9q9wpoy72d1.jpeg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/12/xp9q9wpoy72d1.jpeg" alt="Sul senso o nonsenso della vita..."><p>In un aforisma il critico letterario,  poeta e scrittore Giorgio Linguaglossa scrive che ci sono due categorie di persone: quelle per cui la vita non ha un senso e quelle per cui la vita un senso ce l'ha. Ci sono quindi sostanzialmente persone che vivono la vita in base a un senso e altre in base al nonsenso. Tutto si gioca sul discrimine senso e nonsenso. Nell'arco di ogni vita senso e nonsenso talvolta si alternano. A volte troviamo un senso in un periodo in cui pensavamo che niente avesse senso e viceversa. Diciamo che c'è chi privilegia che la vita abbia un senso e chi il contrario, salvo imprevisti, ripensamenti, tormenti, inquietudini, metamorfosi e metanoie esistenziali.</p><p>Da una parte, semplificando,  c'è  H.Hesse che scriveva che la vita non ha un senso, ma siamo noi che dobbiamo darle un senso,  e dall'altra ci sono Heidegger che tratta dell'inautenticità dell'esistenza e  il teatro dell'assurdo, che denuncia e rivela l'insensatezza e l'assurdità dell'esistenza.</p><p>Per il costruttivismo l'uomo è un ricercatore di senso e di coerenza. Ogni uomo costruisce un senso in base alla sua esperienza. In base a quelli che Kelly chiama costrutti personali anticiperebbe, determinerebbe e interpreterebbe  nuovi eventi. In questo senso come non ricordare Nietzsche, secondo cui  non esistono fatti ma solo interpretazioni? La mente di un individuo quindi  sarebbe una continua sommatoria di interpretazioni coerenti. Come affermava Piaget (1979), “l’intelligenza organizza il mondo organizzando sé stessa”. Però la psicologia contemporanea considera in modo inadeguato il fatto che l'uomo interpreta e dà un senso al mondo, alla vita in base alla metafisica.</p><p>Ricercare un senso significa poi alla fine interrogarsi sul “problema del senso dell'essere”, come fece Heidegger in “Essere e tempo”. Sappiamo che l'uomo è un animale ontico, che si interroga sull'essere, che l'essere potrebbe manifestarsi nel linguaggio, ma dobbiamo anche ricordarci che Heidegger non scrisse mai la seconda parte di “Essere e tempo” perché non riuscì a scrivere sull'essere con le parole e le idee della metafisica. Logica, linguaggio, cultura non possono andare oltre. Ogni tanto l'uomo tramite esse intravede la radura. Ma il nichilismo è una boscaglia fittissima, inestricabile.  Ci vorrebbe quindi forse una nuova metafisica oppure bisognerebbe rassegnarsi, pensando che ogni metafisica umana si ferma sulla soglia dell'essere, che l'essere è indicibile, che questi sono i limiti intrinseci della natura umana. Non sappiamo ancora se le nostre colonne d'Ercole sono fatte di natura o cultura.</p><p>Con il cogito cartesiano “io penso” diventava “io sono”. Ma il soggetto cartesiano è stato spodestato. Siamo tornati a “io  mento” di Epimenide. “L'io non è padrone a casa propria” per Freud. Noi non siamo padroni del nostro pensiero. Inoltre non si sa più se i pensieri siano davvero nostri o del potere incarnato dalle sovrastrutture culturali,  dai mass media, dalla televisione. La nostra soggettività è ridotta, nonostante la nostra libertà d'azione sia  aumentata. Ciò che viene imposto e propinato dal potere ci sembra oggettivo e vero (“è vero perché l'hanno detto alla televisione “).</p><p>Ogni paradosso è un cortocircuito della nostra logica e i paradossi spuntano a bizzeffe. Ma i paradossi peggiori sono quelli delle nostre vite. La Storia non può essere maestra di vita, come ci insegnano le critiche allo storicismo. E l'arte? Per alcuni filosofi come Vattimo l'arte, la letteratura non dicono niente di più sul mondo, non danno apporto di conoscenza, sono solo espressione di stati d'animo. L'arte quindi non aggiungerebbe nessun tassello al mosaico della conoscenza in una cultura il cui il pensiero si è fatto debole, anzi debolissimo. Per Heidegger l'arte apriva mondi, era “la messa in opera della verità”. Come ci ricorda Gadamer cosa sarebbe la Provenza senza Van Gogh e Cézanne? E “Se questo è un uomo” di Primo Levi non racconta e descrive il lager meglio di tanti libri di storia? E cosa sarebbe lo studio del nichilismo senza Dostoevskij e Turgenev? E J.Roth  con i suoi romanzi non ha rappresentato meglio di qualsiasi storico e sociologo la condizione degli ebrei orientali e la fine dell'impero asburgico? Ma oggi l'orrore del mondo è rappresentato solo dai mass media. L'arte è considerata solo pura soggettività.  L'unica verità è quella oggettiva, quella della scienza.  Secondo il decostruzionismo ogni segno oltre ad essere arbitrario è anche indecidibile e rinvia ad altri segni. Noi siamo obbligati a esprimerci e pensare con i segni. I pensieri, il linguaggio, la cultura sono  colmi di contraddizioni, aporie,  errori. Noi fraintendiamo perciò i segni, il mondo, il nostro stesso pensiero, noi stessi. Il significato è inattingibile. Noi fraintendiamo noi stessi. Ancora una volta “io mento”. La verità non è possibile. Noi comunque abbiamo il compito di cercare un senso, la verità,  la bellezza, a forza di distruggere e ricreare,  a forza di fare come Penelope che fa e disfa la tela, a forza di fare come Sisifo, ripreso proprio da Camus, guarda caso.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Alcuni nuovi estratti da "Su fondamenta instabili"]]></title><description><![CDATA[<p></p><p>Ecco alcuni piccoli brani di un'opera che sto ampliando:</p><p><br></p><p>AL BAR GIULIA</p><p>Il sole fa breccia nel mio animo questa mattina. Ho fatto due chiacchere con la vicina. Poi ho proseguito oltre, verso il bar. Conosco di vista diverse persone lì.  Conosco un gruppo di lavoratori albanesi molto simpatici, educati</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/alcuni-nuovi-estratti-da-su-fondamenta-instabili/</link><guid isPermaLink="false">66f144b9dba11702e6d1d0e9</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[Biblioteca pubblica d Pontedera]]></category><category><![CDATA[bar giulia]]></category><category><![CDATA[amico]]></category><category><![CDATA[babbo]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 23 Sep 2024 10:40:21 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1681167148311-85dfb65cbc9a?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDR8fExvbmVsZXNzfGVufDB8fHx8MTcyNzA4NzkzMXww&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1681167148311-85dfb65cbc9a?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDR8fExvbmVsZXNzfGVufDB8fHx8MTcyNzA4NzkzMXww&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Alcuni nuovi estratti da "Su fondamenta instabili""><p></p><p>Ecco alcuni piccoli brani di un'opera che sto ampliando:</p><p><br></p><p>AL BAR GIULIA</p><p>Il sole fa breccia nel mio animo questa mattina. Ho fatto due chiacchere con la vicina. Poi ho proseguito oltre, verso il bar. Conosco di vista diverse persone lì.  Conosco un gruppo di lavoratori albanesi molto simpatici, educati e senza grilli per la testa. Sanno sempre come comportarsi. Talvolta dialogo un poco. Parliamo del più e del meno.  In quel locale mi piace inebriarmi dei modi affabili dei titolari, della bontà del cappuccino,  del brusio della vita.</p><p><br><br></p><p>FLAIANO</p><p>Flaiano scriveva che in Italia l'arabesco è la linea più breve tra due punti. Questo vale anche per i letterati che dovrebbero smettere di complicare ulteriormente il già complesso. Nella comunità letteraria uno, anche se non dice niente, ci  passa bene se scrive in modo difficile,  astruso, illeggibile. Basta con il birignao!</p><p><br><br><br></p><p>CARO AMICO</p><p>Caro amico, non so chi tra noi due scenderà per primo alla fermata. Probabilmente io. Comunque sappiamo un poco cos'è la vita, anche se dubito che abbiamo imparato qualcosa, ammesso e non concesso che si possa imparare dalla vita.   Abbiamo visto presunti geni che sono affogati nei bicchieri d'acqua, uomini che si credevano padreterni morire miseramente, amici morire nel fiore degli anni, operai che avevano lavorato quarant'anni in fabbrica morire un anno dopo la pensione, belle sciantose sfiorire e invecchiare malamente. È il tempo che scorre inarrestabile,  è la vita che ferisce, è la morte che immancabilmente  colpisce. Tutto poi alla fine si riduce solo a questo: prendere o lasciare…Il resto, com'è scritto nell'Ecclesiaste, è vanità.</p><p><br><br><br></p><p>RENÉ CHAR</p><p>Char non c'entra niente. Char c'entra eccome, seppur inconsciamente e marginalmente. Certamente io non raggiungo i suoi vertici ineguagliabili di lirismo.  E non è l'unico a cui sono debitore!</p><p><br><br></p><p>IL NEGOZIO</p><p>Quando avevo il negozio scrutavo,  osservavo minuziosamente le passanti, i frequentatori abituali di quella piazza di cui sapevo vita, morte, miracoli. Pur avendo un negozio in centro non avevo amicizie, né amori. Mi ripetevo mentalmente che neanche se avessi vissuto mille vite in quella cittadina sarei stato felice. Mi ricorderò sempre il gioco di sguardi di una passante di cui mi invaghii e che amava carnalmente altri. Fu una presa di giro. Adesso è una donna attempata e sposata con prole. Allora scrutavo, osservavo tutto. Già intravedevo il vuoto, l'abisso, il Nulla all'orizzonte, ma rimuovevo la visione, facevo finta di niente. Adesso sono un uomo da nulla. Ma questo lo avevo già presagito.</p><p><br></p><p>COSA CERCO</p><p>Non cerco il nuovo o lo straniamento. So bene come si dovrebbe scrivere per farsi rispettare dai poeti di ricerca e me ne frego. Non cerco il successo. E allora cosa cerco nelle mie parole, con le mie parole? Cerco un poco me stesso, cerco un poco l'umanità,  cerco un poco il mondo, cerco un poco di Dio, se c'è. Non cerco forse l'impossibile? E allora perché lamentarsi?</p><p><br><br></p><p>CHIESA NUOVA</p><p>Ho mangiato una pizza con mio padre sull'Arnaccio. Prezzi modici, ottima pizza, personale gentile ed efficiente. I clienti erano camionisti e anziani. Tutte persone tranquille. Non c'era l'ombra di nessun fighetto. C'erano anche una cena aziendale e una piccola riunione di famiglia.  Era tutta gente che sapeva com'era veramente la vita e che non aveva più illusioni. La cameriera raccontava a un conoscente che un medico aveva rimesso al mondo suo marito che soffre di ernia del disco. Ci ritorneremo a Chiesa nuova. È una delle poche trattorie per camionisti rimaste insieme a Ivo vicino Cenaia e a Nonna Ilva a Fornacette. In questi locali si mangia casareccio ed è tutto economico.  Appena uscito ho guardato il brulichio di luci di Cascina in lontananza. Un tempo questa strada era l'unica che da Pontedera portava a Livorno. Ci sono stati centinaia di morti in quei decenni, prima dell'apertura della superstrada. Ho pensato a quegli incidenti,  a quei morti, ai loro familiari. Tutto a un tratto all'improvviso, come se niente fosse, arriva la morte. Poi siamo ritornati a casa, parlando di cosa avremmo potuto mangiare a pranzo. Eppure può essere sempre l'ultimo pranzo oppure l'ultima cena. Basta un niente, un istante, una distrazione alla guida o un malore. Mentre facevo questi pensieri, le immagini del giorno scorrevano fluide dentro di me.</p><p><br><br></p><p>IL BENE</p><p>Se dovesse succedermi qualcosa, ricordate la mia allegria di una sera in pizzeria, la  ricerca di un senso delle cose  che non ho mai trovato, il mio rammarico per un odio che non ho trattenuto, la mia malinconia per un amore che non ho avuto. Ricordatevi che vi ho voluto bene o che forse vi ho voluto e basta, vi ho voluto accanto a me invece di prendere un treno e fuggire dalla provincia in cerca della carriera. Questa rinuncia un poco mi è costata, ma mi avete ripagato e ricompensato a dovere. Già questo è sufficiente,  indipendentemente dal predicozzo funebre del diacono o del prete, che dovrà commentare, giudicare una persona, una vita intera che non ha mai conosciuto.</p><p><br><br></p><p>CARO BABBO</p><p>Caro babbo, io sono qui ad aspettarti da ore in questa sala d'attesa del pronto soccorso. Sto qui a fissare le piastrelle, le poltrone rosse, le pareti con i fogli affissi. Io sono qui a cercare di leggere i volti dei medici e degli infermieri. Ho preso un caffè al distributore automatico con i pochi spiccioli nelle tasche. Aspetto una risposta. Aspetto che il personale mi chiami e mi dica qualcosa.  Aspetto che tu esca da quella porta da cui sei entrato. Qui c'è gente che va e che viene e l'attesa è snervante. La mia mente è vuota. Gli intellettualismi li lascio volentieri agli altri questa notte. Nessun scintillio, nessun zampillo e una sola immagine: quella di te che guidi e di me che sono al tuo fianco in una domenica pomeriggio noiosa, mentre la tua utilitaria attraversa la pianura, bagnata dalla pioggia settembrina.</p><p><br><br><br><br></p><p>I FARMACI</p><p>Mi dici che ti hanno trovato gli enzimi del pancreas alti e che devono trattenerti fino al pomeriggio. Ti faranno altri controlli. Sono tutti educati, premurosi, scrupolosi qui. Vado a casa a prenderti i farmaci e poi te li porto. L'infermiera mi fa passare. Sei sdraiato su un lettino della terza stanza.  Alle 14:30 ti faranno altre analisi. Mentre mi congedo da te ti dico: “chiamaci che non ti costa nulla. Facci sapere”. Poi mi incammino sulla strada del ritorno in attesa di quella telefonata.  È afoso e allo stesso tempo nuvoloso. Sono previsti temporali. Oggi va così…</p><p><br><br><br></p><p>PROBABILITÀ, CROCE E DELIZIA</p><p>A volte la probabilità ti grazia: un vento nefasto molto probabile non si avvera. Altre volte la probabilità ti condanna: un evento altamente improbabile si avvera.</p><p><br><br></p><p>LA FELICITÀ</p><p>Per gli antichi era felice chi perseguiva la virtù. Oggi la felicità viene considerata nient'altro che uno stato d’animo. Basta poco per essere felici. Si è felici quando non si prova dolore, non si ha alcun dispiacere, ma non è detto che si debba provare un grande piacere. La felicità non è necessariamente uno stato di estasi o di godimento totale. È una beatitudine di un attimo. È un momento di pace interiore. È un istante di grazia. La noia è nemica della felicità. Tutto è abitudine e ci è familiare. Quindi per essere felici bisogna cercare di guardare con occhi nuovi le solite cose della nostra vita.  A mio modesto avviso la felicità non va confusa con la contentezza di chi ad esempio ha soddisfatto i suoi bisogni. La contentezza è un appagamento di tipo materiale a mio modesto avviso. La felicità è per me un istante o poco più. È qualcosa di transitorio e passeggero. Non è una condizione duratura.  Epicuro nella sua lettera della felicità parlava di come avere una vita felice. A mio avviso si può avere al massimo una vita serena, ma la felicità è un picco difficilmente raggiungibile. Certamente si può essere felici con poco ed essere insoddisfatti, pur avendo molto.  Questo è uno dei paradossi della felicità.</p><p>Un’altra cosa insolita è che la felicità altrui è spesso insopportabile. Al massimo si può solo godere della felicità dei propri cari. Ci sono alcuni che godono delle disgrazie altrui. Quindi anche ciò può essere causa di gioia per alcuni. Altra stranezza è che solo due tipi di persone, almeno secondo la saggezza orientale, possono essere felici spesso: gli sciocchi e i mistici.  Spesso viene considerato felice chi è libero. Lo esprime magistralmente in una sua canzone Lucio Dalla: “Ah felicità, su quale treno della notte viaggerai…”. Nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti la ricerca della felicità è un diritto inalienabile. Nei bugiardini degli antidepressivi c’è scritto che possono causare euforia. Può accadere ad esempio quando uno psicologo sbaglia diagnosi e scambia un maniaco-depressivo o un ciclotimico per un depresso. Quindi la felicità indotta e artificiale viene chiamata euforia? Oggi più che mai ci sentiamo in obbligo di essere felici. Ma le cause di insoddisfazione possono essere molteplici. Freud riteneva ad esempio che non si potesse ridere da soli. Il riso anche secondo Bergson è contagioso. Eppure ritengo che si possa anche essere soli e felici perché come in uno Short di Auden chi è solo ad una certa ora, una volta chiusa la porta di casa, non ha nessun ficcanaso che lo importuna. Non è necessariamente detto che essere ricchi significhi essere felici. Come scrisse Ezra Pound i ricchi hanno maggiordomi e non amici.</p><p><br></p><p>HUMAN TOUCH</p><p>Il gruppo svolge funzioni psicologiche fondamentali per l'equilibrio dell'individuo come il mantenimento dell'autostima,  il sostegno morale, la  comprensione dei problemi. Almeno questo è vero per la psicologia. Durante il quarto congresso internazionale di psicoterapia di gruppo, svoltosi a Vienna nel 1968, il gruppo venne concepito come "difesa contro l'ansietà che ci viene dal pensiero dei miliardi di individui che vivono sul nostro pianeta". È argomento controverso stabilire quali possono essere i fattori che sono cause di emarginazione di una persona dal gruppo. Il motivo più facilmente rintracciabile è la diversità dell'individuo emarginato rispetto alla comunità.  Una rassegna di studi ha rilevato infatti la contiguità tra somiglianza, credenze simili e amicizia. La diversità dell'emarginato può essere volontaria o involontaria. Nel primo caso il soggetto è spesso un deviante che non si conforma alle regole, alle idee, ai principi, ai valori del gruppo. Nella nostra società occidentale sono fondamentali i gruppi informali, che forniscono sostegno, solidarietà,  rimozione dell'ansietà individuale grazie alla coesione di più persone. Il grande poeta e sociologo Danilo Dolci, famoso per i suoi libri-inchiesta, per la sua lotta alla mafia, per le sue marce, per  i suoi digiuni, per  la sua non violenza scriveva: "Così la vita di gruppo, la vita comunitaria, è pure un indispensabile strumento di verifica e di costruzione personale e collettiva. La vicinanza fisica con gente autentica può generare chiarezza morale"; ma non scordiamoci che lo stesso autore scriveva anche: "Dove c'è un vivo, lì, palese o no, nasce una comunità". La stragrande maggioranza di noi hanno bisogno di essere in coppia; molti non riescono a concepire sé stessi da soli. Il primo motivo è che non riescono a stare bene da soli. Il secondo motivo è che hanno bisogno di trovare un'altra persona per essere soddisfatti sessualmente, per non soffrire di carenze affettive, per trovare un dialogo continuo, una compagnia. Esiste anche la pressione sociale che spinge le persone a cercare la dolce metà. Molti cercano una persona che li completi perché da soli non si bastano. Abbiamo bisogno per natura o per cultura di altra pelle oltre la nostra, di un altro corpo oltre il nostro, di altre parole, di altro udito, di un altro sguardo, di altra umanità oltre la nostra. O almeno così ci sembra di primo acchito. Forse è proprio perché la società ci impone la rottura della solitudine che questa ci sembra così innaturale e ci sembra infelice chi non sa o non può amare o stare in mezzo agli altri. Da giovani chi non ha un partner sessuale si sente irrimediabilmente solo perché il bombardamento pornografico impone l'estroversione sessuale a ogni costo e a ogni modo. Poco più che ventenne ho lavorato per un anno in un collegio di salesiani e in un ambiente più casto mi sono accorto che alcuni  miei impulsi sessuali erano socialmente indotti.</p><p>La verità comunque è che la stragrande maggioranza di noi cercano un human touch (un tocco umano) per dirla alla Bruce Springsteen. Quello che mi sono sempre chiesto è se il voler rompere la solitudine sia dovuto alla natura o alla cultura. Mi sono sempre chiesto quanto la socialità sia socialmente costruita e quanto sia fisiologica. Ma io mi chiedo, dopo essere cresciuti socialmente, culturalmente, umanamente quanto abbiamo bisogno sempre socialmente, culturalmente, umanamente degli altri, se non si è malati e si è autosufficienti? Per Rousseau e per Freud gli uomini hanno creato una civiltà, barattando buona parte della loro libertà per la loro sicurezza. Ogni test di personalità che si rispetti prevede la misurazione del grado di socievolezza del soggetto. Il MMPI prevede una scala che quantifica l'introversione sociale, che viene considerata negativamente, ovvero come difficoltà o meno a rapportarsi con gli altri. Il Big Five prevede la misurazione di due tratti di personalità a tal riguardo: l'estroversione e l'amicalità. Dietro a tutti questi costrutti psicologici c'è il retropensiero diffuso tra gli studiosi, che diventa molto spesso un postulato dato per certo, ovvero che l'uomo è un animale sociale. Sarà pure vero. Ma in me sorge spontanea una domanda: l'uomo può fare a meno degli altri, dopo che è stato istruito, educato e quindi gli altri li ha interiorizzati? Secondo la mistica cristiana e non solo l'uomo per cercare, pregare, trovare Dio sta meglio da solo e gli altri sarebbero una distrazione, addirittura un disturbo. Basta ricordarsi dei Padri del deserto oppure in epoca medievale degli stiliti. Talvolta ci si ritira dalla solitudine per fuggire dagli altri...</p><p>Anche in letteratura e nell'arte ci sono tanti esempi di persone che hanno scelto l'introspezione, la ricerca interiore, considerandole quasi come una necessità dell'animo, per creare. Si pensi solo a Proust che per scrivere il suo capolavoro si isolò per anni in una stanza con pareti ricoperte di sughero e dalle finestre sbarrate.  Alcuni psicologi, psicoterapeuti,  psichiatri, a torto o a ragione, ritengono che il bisogno di solitudine sia correlato significativamente con il livello di introversione dell'individuo. Ma alcuni artisti e religiosi si impongono la solitudine e il raccoglimento interiore per i loro scopi, mentre per altri la cosa è molto più spontanea e naturale. La realtà è che si potrebbe considerare patologico chi non sa stare da solo, ma, siccome il mondo va avanti grazie a chi fa figli (oggi il problema è casomai che stanno facendo troppi figli e la sovrappopolazione è un grave problema), viene molto spesso considerato patologico l'asociale, cioè colui che decide di non stare tra gli altri o colui che non sa stare tra gli altri.</p><p><br><br><br></p><p>IL FIGLIO SCEMO DI FABIO E GRAZIELLA</p><p>Io per i pontederesi sono soltanto  il figlio scemo di Fabio. Altri pensano che abbia qualche rotella che non va. Mio padre lo considerano tutti un uomo in gamba, uno che ha senso pratico. Mio padre è un uomo rispettabile. Mio padre è un perito che ha fatto l'impiegato alla Piaggio per sette anni, il consulente aziendale per più di trenta, seppur tra alti e bassi (perché in certi periodi il telefono non squillava e poi tutto a un tratto il mondo del mobile è finito), il consigliere di amministrazione di una piccola banca per trent'anni. Ma non vi venga in mente che sia benestante: ho solo i soldi per tirare a campare e lo stesso vale per mia sorella.  Qualcuno potrà pensare che mio padre è un uomo che ha fatto il suo tempo, ma ritengono comunque all'unanimità che mio padre ci ha saputo fare. E io con la mia laurea che ho combinato? Assolutamente nulla. Per i pontederesi sono solo un inetto, un incapace, un fallito. In alcuni noto un senso di rivalsa, che anni fa era invidia malcelata.  Io per i pontedersi sono il figlio scemo di Graziella, che ha fatto la terza avviamento, ma che è diventata assistente giudiziaria.  Io sono solo uno inutile, uno che non vale niente,  uno che non ha combinato mai niente di buono. Le persone che si sentono arrivate non mi lasciano parlare e mi stringono la mano debolmente e freddamente e talvolta fanno battute. Alcuni potrebbero aiutarmi, ma non lo fanno per antipatia. Alcuni ci godono che io sia uno sfigato e che le cose non mi vadano bene.  Poi non ho mai messo la testa a partito, come invece fanno in molti qui, per avere una vita facile. Alcuni ridono di me, anche perché sanno che un tempo scrivevo  versi. Ma non vi venga in mente che abbia voglia di lasciare la scena anzitempo o che abbia voglia di ritornare nel ventre.  In centro non ci vado più. Nel mio quartiere alla Sozzifanti conosco bene solo i vicini che sono bravissime persone. Al bar Giulia ci sono persone tranquillissime che si fanno gli affari propri. Per il resto ora, tranne Lele, non frequento nessuno. Ogni sera prendo il sonnifero e dormo senza rimuginare. La mattina sono sempre pronto per un nuovo giorno.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["Anima vagula, blandula", ovvero sul peso dell'anima...]]></title><description><![CDATA[<p>In Occidente regna incontrastata la scienza. In Occidente solo la scienza può dirci la verità.  Noi, uomini della strada, attendiamo sempre con trepidazione le scoperte, le conquiste della scienza. Meglio ancora: aspettiamo la loro divulgazione,  che poi banalizziamo e semplifichiamo ulteriormente. Vogliamo le nostre  verità  prêt-à-porter, pronte da portare, oppure</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/anima-vagula-blandula-ovvero-sul-peso-dellanima/</link><guid isPermaLink="false">66cae5f1bcbb202a472451ba</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[anima]]></category><category><![CDATA[peso dell'anima]]></category><category><![CDATA[nichilismo]]></category><category><![CDATA[razionalità scientifica]]></category><category><![CDATA[civiltà occidentale]]></category><category><![CDATA[nulla]]></category><category><![CDATA[niente]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Sun, 25 Aug 2024 08:10:07 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1600907055749-d6cc7e75efd4?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDE2fHxXb3JsZHxlbnwwfHx8fDE3MjQ1NzMyODJ8MA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1600907055749-d6cc7e75efd4?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDE2fHxXb3JsZHxlbnwwfHx8fDE3MjQ1NzMyODJ8MA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt=""Anima vagula, blandula", ovvero sul peso dell'anima..."><p>In Occidente regna incontrastata la scienza. In Occidente solo la scienza può dirci la verità.  Noi, uomini della strada, attendiamo sempre con trepidazione le scoperte, le conquiste della scienza. Meglio ancora: aspettiamo la loro divulgazione,  che poi banalizziamo e semplifichiamo ulteriormente. Vogliamo le nostre  verità  prêt-à-porter, pronte da portare, oppure se volete le nostre verità tascabili, da portare con noi (questo dipende dalla portata delle verità e dall'importanza che attribuiamo loro). In Occidente  ormai solo la scienza è verità. Accendiamo la televisione e rimaniamo incollati ad ascoltare i pareri degli esperti, dei medici, dei criminologi, degli psichiatri, dei ricercatori scientifici. Ci sorbiamo a piccole dosi quotidiane la scienza, che resta un mistero per noi profani. Oh certo anche la scienza ha i suoi paradossi, ma sono cose da esperti. Date tempo al tempo e questi paradossi verranno risolti. Ah le magnifiche sorti e progressive?!? La scienza ci dà comfort e benessere.  La scienza ci allunga e ci salva la vita. La scienza elimina o riduce il dolore. La scienza e la sua ancella, ovvero la tecnologia, ci fanno vivere bene. E allora perché lamentarsi? Cosa vi aspettate? Siamo figli dell'Illuminismo. E lo spirito? E Dio? E la scommessa di Pascal? Pascal sosteneva che bisognava scommettere sull'aldilà perché questa vita con i suoi piaceri effimeri era breve ed era ben poca cosa. Apparentemente la sua scommessa era basata sull'utilità attesa (così pensano tutti gli studiosi). La realtà è che questa vita è certa, mentre l'aldilà no. La realtà è che Pascal sminuiva l'aldiqua certo per l'aldilà incerto. In molti rimaniamo ancorati alla carne, al piacere. Pochi scommettono veramente su Dio, come voleva Pascal. E allora cosa resta? La scienza appunto e con essa la materia. Gli scienziati vogliono quantificare tutto. Husserl a suo tempo l'aveva scritto, ci aveva già avvertito. Ma noi non abbiamo seguito la via che ci aveva indicato: non abbiamo seguito la via dell'essenza. Tutto è sottoposto a quantificazione oggi. La civiltà occidentale è basata sullo scientismo, sul razionalismo, sul materialismo, sul pragmatismo, sull'utilitarismo, sull'efficientismo. La nostra mente? È solo un prodotto della neurochimica del nostro cervello. Ma l'essere è stato dimenticato.  Per l'essere non c'è più posto. Abbiamo quello che Heidegger chiamava l'oblio dell'essere. E se le fondamenta della civiltà occidentale fossero fatte dal nichilismo, ovvero fossero fatte di niente? La scienza per ora non ha ancora risposto alle domande cruciali dell'uomo: da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? C'è una vita dopo la morte? Esiste Dio? Nei secoli scorsi l'universo era considerato un orologio perfetto, ai tempi del meccanicismo. Oggi non pensiamo più al grande orologiaio. Dio è diventato solo il grande assente, morto o disperso, insomma non pervenuto.  Ma andiamo oltre. Le qualità della persona devono essere quantificate dalle scienze umane: non ci bastava limitarci a dire che esistono delle categorie dello spirito. No. Parlare di spirito non è oggettivo. Non è scientifico. Ci vogliono invece i riscontri oggettivi. Tutto deve essere provato. Tutto deve essere sottoposto a degli esperimenti. Ciò che non è riscontrabile, è opinabile. È anche per questa ragione che domina il relativismo. Tutto è relativo, tranne la scienza. Persino l'anima deve essere pesata. Siamo arrivati anche alla grammatura dell'anima. Il paziente pesava da vivo 74 kg. Da morto pesa 73,979 kg. Ebbene il peso dell'anima è 21 grammi, egregi signori.  Si veda il film “21 grammi” di Iñárritu. E l'umanesimo? Si adegua ai dettami della scienza. La filosofia? È diventata scienza filosofica. Avete presente l'enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche della Rai? Gli stessi umanisti accademici dicono di scrivere articoli scientifici. Nessuno contrasta più la scienza. Un tempo i filosofi mettevano in guardia sui pericoli della scienza e dello scientismo. Un tempo c'erano le due culture di Snow. Adesso ci sono tante culture,  tantissimi rami dello scibile, un sapere molto frammentato e la scienza che regna sovrana. E lo spirito? E Dio? Riposti in un angolo remoto, in un cassetto della coscienza, che ormai non rimorde più. Un cassetto da riaprire quando ormai la scienza non può fare nulla, quando la malattia o la morte nostra o dei nostri cari incombono. Solo in questi rari casi abbiamo bisogno dell'ascolto e ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a Dio.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Era meglio l'epoca analogica o quella  digitale?]]></title><description><![CDATA[<p>Era meglio l'epoca analogica oppure è meglio quella digitale odierna? Non si può  che rispondere così: “dipende!”</p><p>I più giovani sono nativi digitali e non sanno come erano gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Io allora c'ero, ma ero molto più giovane: quindi sono un cattivo giudice, perché il mio</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/era-meglio-lepoca-analogica-oppure/</link><guid isPermaLink="false">66b7862fdd82b762c5d18145</guid><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 10 Aug 2024 15:28:47 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/08/non-sapevo-di-essere-negli-anni-90-le-mode-piu-cool-blog.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/08/non-sapevo-di-essere-negli-anni-90-le-mode-piu-cool-blog.jpg" alt="Era meglio l'epoca analogica o quella  digitale?"><p>Era meglio l'epoca analogica oppure è meglio quella digitale odierna? Non si può  che rispondere così: “dipende!”</p><p>I più giovani sono nativi digitali e non sanno come erano gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Io allora c'ero, ma ero molto più giovane: quindi sono un cattivo giudice, perché il mio parere è inficiato dalla nostalgia per la mia gioventù. Adesso ci sono i social. Se vogliamo vedere cosa combina qualcuno, basta visitare il suo profilo. Siamo tutti connessi, tutti reperibili. Possiamo anche interagire e  conoscere persone molto lontane con i nostri stessi interessi: non tutto viene per nuocere, qualche pregio ce l'ha anche internet, indubbiamente. Era meglio ad esempio quando ci guardavamo ancora negli occhi oppure ora che siamo tutti a smanettare con i telefonini quando ci incontriamo? Era meglio allora quando c'erano grandi comitive oppure ora che siamo soli? Era meglio allora che per conquistare una ragazza dovevamo sudare sette camicie oppure sono meglio i giovani d'oggi che fanno sesso al primo appuntamento? Era meglio allora che c'era più omofobia, più razzismo? No. Questo no, eppure oggi che ci sono meno discriminazioni, non  si viene forse discriminati principalmente per l'aspetto estetico, per lo status socioeconomico? Era meglio allora che si andava in gruppo o in coppia al cinema o in discoteca oppure sono meglio i giovani oggi che stanno a casa ad ascoltare musica su youtube o su spotify? Era meglio allora che di AIDS si moriva oppure oggi i sieropositivi con le cure hanno un'aspettativa di vita di solo un anno inferiore al resto della popolazione? Era meglio allora che avevamo senso del pudore oppure è meglio ora che non esiste più nessuna forma di pudore? Era meglio allora che il titolo di studio contava qualcosa e non c'era la disoccupazione giovanile attuale? Era meglio allora che non avevamo alcuna forma di ecoansia, né di coscienza ambientale? Di certo ogni epoca ha i suoi pregi e i suoi difetti. Sbaglia chi mitizza il passato e condanna senza se e senza ma le nuove generazioni, ma sbagliano anche i giovani che ti dicono: “ok boomer”. Però sono al telefono con un mio carissimo amico e gli chiedo: era meglio venticinque o trent'anni fa quando ci telefonavamo molto raramente e ci vedevamo ogni giorno oppure oggi che ci telefoniamo ogni giorno e ci vediamo molto raramente? La domanda venuta così spontanea apre scenari inquietanti, è un interrogativo senza risposta certa. Siamo nel campo delle ipotesi. Si naviga a vista. Non abbiamo una bussola per orientarci. Ancora una volta l'unico abbozzo di risposta incerta, approssimativa,  stupida è: “dipende!”</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Due parole sull'omofobia...]]></title><description><![CDATA[<p>Tralasciamo la teoria del gender e gli studi intersezionali. Tralasciamo il fatto che per Freud il bambino è un perverso polimorfo. Tralasciamo i concetti di Animus e Anima di Jung. Tralasciamo i concetti di pansessuale e di educastrazione di Mario Mieli. Tralasciamo il fatto che anche gli uomini hanno ormoni</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/due-parole-sullomofobia/</link><guid isPermaLink="false">66aa6e818d9352394da83e42</guid><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 31 Jul 2024 17:10:46 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/07/06105820_WhatsApp_I.jpeg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2024/07/06105820_WhatsApp_I.jpeg" alt="Due parole sull'omofobia..."><p>Tralasciamo la teoria del gender e gli studi intersezionali. Tralasciamo il fatto che per Freud il bambino è un perverso polimorfo. Tralasciamo i concetti di Animus e Anima di Jung. Tralasciamo i concetti di pansessuale e di educastrazione di Mario Mieli. Tralasciamo il fatto che anche gli uomini hanno ormoni femminili e le donne ormoni maschili. Tralasciamo il fatto che basta leggere Virginia Woolf per capire che la mente è androgina.  Tralasciamo tutto questo. Vorrei fare una domanda: quante aggressioni omofobe ci sono ogni anno in Italia? Ve lo dico io: tante, troppe per un Paese civile! Se il progresso passa anche dalla conquista e dalla tutela dei diritti civili, perché i politici di tutti i governi fino a ora non hanno fatto una legge contro l'omofobia? L'unica spiegazione possibile è che sono omofobi! Gli italiani non fanno più figli perché ci sono più giovani appartenenti alla comunità Lgbt? No. Assolutamente no. Un tempo c'era molta omosessualità repressa, sommersa. Oggi rispetto a qualche decennio fa le persone hanno più libertà di vivere come meglio credono la loro sessualità. Era meglio forse quando c'erano tante coppie apparentemente eterosessuali e infelici con uno/a dei due omosessuale represso/a, che si sposava per non rovinarsi la reputazione? Per chi non lo sapesse per come sono  strutturate la società e la stessa psiche umana non c'è il rischio che tutti diventino omosessuali. La percentuale di omosessuali, bisessuali, lesbiche, transessuali è stabile. Coloro che oggi sono fluidi oppure omosessuali un tempo si nascondevano, si reprimevano. Allora è giusto reprimersi? Oppure è meglio vivere alla luce del sole il proprio orientamento sessuale? In nome di che cosa dovrebbero reprimersi? In nome della virilità e del gallismo italici? In nome dei cattolici che vedono ancora oggi l'omosessualità come peccato? In nome di cosa? Era meglio qualche decennio fa quando bastava mettere in giro la voce infondata che uno era gay per fargli terra bruciata ed emarginarlo? Bisogna tutelare, proteggere i maschi italici omofobi che aggrediscono coloro che ritengono diversi? Bisogna tutelare chi picchia, offende o fa battute volgari? Perché? Perché non cercare di cambiare una mentalità comune arretrata con delle leggi ad hoc? La civiltà non passa forse anche da una maggiore inclusività? Per chi non lo sapesse gli italiani non fanno più figli a causa della crisi economica.  Gli stipendi sono bassi. Il potere d'acquisto è diminuito. Anche il cosiddetto ceto medio si è impoverito. Ecco il vero motivo per cui le culle sono vuote! Non perché non ci sono più veri maschi! E poi quali sono i veri maschi? Quelli dei tempi andati? Quelli del delitto d'onore e del matrimonio riparatore?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Due parole sull'evoluzione poetica...]]></title><description><![CDATA[<p>In questi millenni è avvenuta un'evoluzione culturale ma non cerebrale. Abbiamo le stesse capacità intellettive dei cavernicoli Sapiens. Si pensi a come sarebbe difficile per noi vivere su un'isola deserta (creare attrezzi, pescare, cacciare, accendere il fuoco, insomma sopravvivere). H.Spencer scriveva che tutto ciò che è a posteriori per</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/due-parole-sullevoluzione-poetica/</link><guid isPermaLink="false">66969df8c102ae7e35ce6999</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 16 Jul 2024 16:29:31 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1473186505569-9c61870c11f9?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDF8fFBvZXRyeXxlbnwwfHx8fDE3MjExNDY5MjN8MA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1473186505569-9c61870c11f9?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDF8fFBvZXRyeXxlbnwwfHx8fDE3MjExNDY5MjN8MA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Due parole sull'evoluzione poetica..."><p>In questi millenni è avvenuta un'evoluzione culturale ma non cerebrale. Abbiamo le stesse capacità intellettive dei cavernicoli Sapiens. Si pensi a come sarebbe difficile per noi vivere su un'isola deserta (creare attrezzi, pescare, cacciare, accendere il fuoco, insomma sopravvivere). H.Spencer scriveva che tutto ciò che è a posteriori per la specie è a priori per l'individuo. Ma aveva totalmente ragione?!? Si può comunque  parlare di progresso scientifico che è sotto gli occhi di tutti. Le conoscenze scientifiche sono cumulative. Questo è indubbio. Per quanto riguarda il progresso etico ci sono state tante conquiste civili, però vanno considerati anche  orrori, guerre, nefandezze varie. Si potrebbe discutere per anni e non ne verremo mai a capo se ci sia stata un'evoluzione morale o se da qualche secolo stiamo utilizzando la tecnologia per ammazzarci più di prima.  Ma si può parlare ad esempio di evoluzione poetica? Nel caso di un poeta singolo è ammissibile. Leggendo le sue opere la critica può rintracciare evoluzione o involuzione, ma a livello generale è molto più azzardato, per alcuni improponibile. Però non sapremmo mai se si tratta di una evoluzione neurolinguistica,  culturale o stilistica del poeta in questione.  Bisognerebbe conoscere la letteratura di tutti i millenni in modo approfondito e non approssimativo per rispondere se ci sia stata un'evoluzione o un'involuzione poetica collettiva.  Ma persino gli studiosi più attrezzati, più capaci, più colti hanno degli interessi e la loro specializzazione.  C'è chi studia la Neoavanguardia e chi la poesia francese del Duecento. Per giudicare bisognerebbe avere un quadro d'insieme che è quasi impossibile avere, anche per gli italianisti migliori. L'unione fa la forza e tutti gli studiosi insieme danno un giudizio collettivo su questo o quel periodo. C'è  chi sostiene che siamo dei nani sulle spalle dei giganti e non commettiamo più certi errori, certe ingenuità degli antichi. C'è chi invece sostiene che non ci siano più grandi capolavori e che stiamo vivendo un declino culturale. Oggi non ci sono più nuovi Dante, nuovi Proust e nemmeno nuovi Montale e Pasolini. Perché? Si potrebbe affermare che il mondo è diventato troppo complesso da rappresentare. Si potrebbe dire che in questa civiltà dell'immagine sono altre le cose che contano. Chi perderebbe anni e anni a scrivere capolavori come  Dante e Proust? Ci sono le esigenze editoriali. La cosa non sarebbe remunerativa. Non esistono neanche più mecenati, re, imperatori e i poeti non possono più essere cortigiani nel vero senso della parola. Che io sappia nel secondo Novecento l'unico che ha impiegato anni e anni a scrivere un capolavoro è stato D'Arrigo con Horcynus Orca. È rimasto nella storia della letteratura italiana,  ma se chiedete a mille persone chi sia stato D'Arrigo,  pochissimi saprebbero rispondere. La verità è che siamo in altre faccende affaccendati,  come ad esempio leggere le ultime dichiarazioni di quell'influencer, di quella popstar, di quella onlyfanser, di quel calciatore.  È così che va il mondo e noi non ne siamo esclusi. Bisogna solo prenderne atto e forse rassegnarsi.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sull'omologazione, sulla civiltà e su un minimo sindacale di cultura...]]></title><description><![CDATA[<p>Per contrastare l'omologazione,  il conformismo,  la standardizzazione,  il livellamento l'unico rimedio/antidoto efficace è la cultura: non importa essere addottorati alla Normale o alla Sorbona, ma avere un minimo di cultura, cioè essere almeno persone dalle buone letture private. Una volta un mio amico mi disse: “io la mancanza di</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/sullomologazione-sulla-civilta-e-su-un-minimo-sindacale-di-cultura/</link><guid isPermaLink="false">6682bd6a43363d4b22bda711</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[Omologazione]]></category><category><![CDATA[civiltà]]></category><category><![CDATA[società civile]]></category><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[gente]]></category><category><![CDATA[acculturazione]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 01 Jul 2024 14:34:37 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1719255994080-61503a35a85f?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDF8fHx8fHwyfHwxNzE5ODQ0MjcxfA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1719255994080-61503a35a85f?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8YWxsfDF8fHx8fHwyfHwxNzE5ODQ0MjcxfA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Sull'omologazione, sulla civiltà e su un minimo sindacale di cultura..."><p>Per contrastare l'omologazione,  il conformismo,  la standardizzazione,  il livellamento l'unico rimedio/antidoto efficace è la cultura: non importa essere addottorati alla Normale o alla Sorbona, ma avere un minimo di cultura, cioè essere almeno persone dalle buone letture private. Una volta un mio amico mi disse: “io la mancanza di educazione e di civiltà la scuso perché dipende dalle differenze individuali. C'è gente che capisce poco”. A mio avviso tutto dipende dall'acculturazione e le differenze individuali non sono così grandi come la classe dirigente vorrebbe far credere per giustificare il suo potere e la sua ricchezza. Quindi essendo più democratico, mi incazzo di più con la gente. Prendiamo la mia cittadina,  ovvero Pontedera.  A mio avviso c'è molto consumismo, molta omologazione. Le persone seguono modelli, schemi, miti, stili di vita, comportamenti imposti dall'alto. Ma le volte che metto piede nelle librerie sono sempre vuote e le volte che vado a comprare libri usati alla Biblioteca Comunale sono l'unico ad acquistarli, sia che ci vada di mattina sia che ci vada di pomeriggio. Qualcuno potrebbe obiettare: Pontedera è di centrosinistra, immagina come sarebbe messa se fosse di destra!  Io non lo so e personalmente sono apartitico. Però registro e osservo la realtà della mia cittadina. È vero che la maggioranza dei laureati è di centrosinistra, secondo i sondaggi. È vero che gli insegnanti e le persone che lavorano all'università sono di centrosinistra e sono le categorie socioecomiche che acquistano più libri. È vero che la cultura è a grandi linee di sinistra, ma non dipende esclusivamente dell'orientamento politico. Per mia personale esperienza se dovessi valutare le persone meno omologate, metterei le mani sul fuoco che sono gli anarchici (che sono in maggioranza apartitici e trasversali) per modo di pensare alternativo, per la ricerca di fare controinformazione,  per modo di intendere e vivere la vita. Questo lo scrivo perché a mio avviso tra comunisti e progressisti è molto diffuso il  conformismo dell'anticonformismo. E non dipende neanche dalle classi sociali. Quando mi lamentavo con qualche amico/a degli episodi di inciviltà a Pontedera qualcuno/a mi diceva che nella mia cittadina sono tutti dipendenti e girano pochi soldi. Questa concezione classista non l'ammetto. È datata, sbagliata, fuori luogo!  Tra l'altro vorrei averlo io un contratto a tempo indeterminato come operaio alla Piaggio! Le classi sociali non esistono più. Da cosa dipende allora il livello di civiltà? Se le persone impiegassero una piccola parte del loro tempo libero a leggere qualche buon libro, questo sarebbe il primo passo di un progresso civile. La civiltà e la cultura per alcuni sociologi sono sinonimi, per altri no. A mio avviso la civiltà passa proprio dall'acculturazione. Un mio nuovo amico (almeno così suppongo, forse erroneamente) mi diceva di non generalizzare riguardo all'omologazione, perché in giro c'è tanta varietà,  tanti stili di vita e cognitivi alternativi al sistema. Io gli ho ricordato che lui viveva a Pisa, dove c'erano il turismo internazionale e un'ottima università.  Quindi Pisa non faceva testo, perché era intrisa di cultura. Bisogna comunque valutare non interi gruppi di persone ma singoli individui: ci sono molte persone omologate e ignoranti di sinistra, che aspettano il primo pretesto per menare le mani, e ci sono persone di centrodestra o di destra che sono originali liberi pensatori o addirittura intellettuali. È soltanto leggendo buoni libri che si sviluppa senso critico. Inoltre c'è una fruizione culturale impensabile rispetto solo a trent'anni fa. È vero che la cultura è frammentata; è sempre più settoriale, più specialistica. È vero che non ci sono solo le due culture di Snow ma mille culture e che neanche i ricercatori dello stesso dipartimento neanche capiscono gli studi dei loro colleghi. È vero che si parla tanto di interconnessione e di interdisciplinarietà, che riestano difficilissime da realizzare. Ma oggi l'ignoranza intesa come analfabetismo di ritorno è una colpa propria, indipendentemente dal livello di istruzione e dal lavoro svolto. Non ci sono scusanti, visti tutti i mezzi e le opportunità a disposizione. Molti si giustificano con il fatto che non hanno tempo. Eppure il tempo per cazzeggiare sui social e sui siti porno lo trovano sempre! Certamente resta una grande domanda da un milione di euro: è meglio leggere pessimi o non leggere? Questo non lo so. Per tagliare la testa al toro consiglio di leggere buoni libri. Comunque il miglior antidoto contro l'omologazione è un minimo sindadale di cultura.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sull'opinionismo]]></title><description><![CDATA[<p>Giuseppe De Rita, uno dei fondatori del Censis, recentemente ha dichiarato che oggi la cultura dominante è quella dell'opinionismo, che sta prevalendo sulla cultura umanistica. Scalfari, d'altro canto, sosteneva che da anni non esiste più l'opinione pubblica. Chi ha ragione? Potrebbero in parte avere ragione entrambi o le cose sono</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/sullopinionismo/</link><guid isPermaLink="false">666eb13671577d2177eb41af</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[opinionismo]]></category><category><![CDATA[opinione]]></category><category><![CDATA[opinion leader]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Sun, 16 Jun 2024 09:38:47 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1509281373149-e957c6296406?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDF8fFRlbGV2aXNpb258ZW58MHx8fHwxNzE4NTMwNjA0fDA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1509281373149-e957c6296406?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDF8fFRlbGV2aXNpb258ZW58MHx8fHwxNzE4NTMwNjA0fDA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Sull'opinionismo"><p>Giuseppe De Rita, uno dei fondatori del Censis, recentemente ha dichiarato che oggi la cultura dominante è quella dell'opinionismo, che sta prevalendo sulla cultura umanistica. Scalfari, d'altro canto, sosteneva che da anni non esiste più l'opinione pubblica. Chi ha ragione? Potrebbero in parte avere ragione entrambi o le cose sono mutuamente esclusive? Oggi si usa dire di alcuni: “Il tizio pensa di avere un'opinione su tutto e invece non sa niente”. Così pensando però ognuno dovrebbe esprimere opinioni solo ed esclusivamente nel proprio ambito di competenza, se ce l’ha. È vero, per esprimere un'opinione bisognerebbe essere informati, magari essersi documentati. È vero che un conto è sapere è un altro è pensare di sapere.  E questo non sarebbe comunque una sorta di espertismo antidemocratico, in fin dei conti e a ben vedere? La libertà di espressione, di qualsiasi espressione è il fondamento,  il sale della democrazia. La democrazia prevede la libertà di parola anche agli ignoranti e agli stupidi. E poi siamo tutti ignoranti in qualche ramo dello scibile e siamo stati tutti nella vita, almeno qualche volta, stupidi o ci siamo comportati da stupidi! Non solo ma esiste la psicologia degli atteggiamenti e delle opinioni, che ha dimostrato gli stereotipi, i pregiudizi, i luoghi comuni di tanti. Gli intellettuali dovrebbero cercare di sradicarli o almeno di combatterli invece di rafforzarli e di pubblicizzare i propri. Certamente noi persone comuni dovremmo ascoltare e leggere gli esperti. Gli studiosi si dovrebbero aprire maggiormente alla società civile. Talvolta questo circolo virtuoso non si attiva. Tutto viene delegato agli influencer su Internet e agli opinionisti, talvolta di bassa lega, in televisione. Un tempo esisteva l'opinionismo dal basso. Negli anni Settanta mio padre mi raccontava che dopo cena davanti al duomo di Milano c'erano degli oratori che parlavano di politica o di attualità e poi, detta la loro, veniva aperto il dibattito. La stessa cosa avveniva, sempre in quegli anni, a Bologna in Piazza Maggiore. Oggi ci sono la televisione. C'è Internet.  I dibattiti in piazza non si fanno più. Credo personalmente che se gli italiani uscissero dalle loro bolle e scendessero nelle piazze a conoscersi e parlare, le cose nel nostro Paese migliorerebbero notevolmente. Ma l'agorà non c'è più.  La polis non esiste più. La televisione è un medium di massa. Deforma le riflessioni degli intellettuali. Pasolini ne era ben consapevole e si autocensurava spesso. Isabella Santacroce, per rimanere ai giorni nostri, ha deciso di non andare più in televisione perché la TV deforma, costringe alla banalizzazione, non è la realtà ma una rappresentazione distorta della realtà. Su Internet esiste una maggiore diffusione della conoscenza, ma non tutti sono capaci di distinguere bene il grano dal loglio. Un grande problema non è l'opinionismo ma l'opinionismo di scarsa qualità. Prima cosa: se non si è dei pensatori originali, bisognerebbe leggere libri seri e non guardare la televisione. È meglio riconoscere di pensarla allo stesso modo di Umberto Eco che di Maria Teresa Ruta o di Alba Parietti (con tutto il rispetto per queste ultime). Seconda cosa: c'è stato negli anni uno scadimento generale degli opinionisti. Un tempo i grandi intellettuali andavano in tv. Oggi i maestri di pensiero sono di meno e non vanno in tv o sui social. Essendoci opinion leader di scarso livello, il dibattito peggiora.  I mass media inoltre ci incanalano in determinate scuole di pensiero sulla pandemia,  sulle guerre, su destra e sinistra, sull'inflazione, sulla crisi economica. Siamo davvero noi che pensiamo autonomamente oppure tutto è una rimasticatura di quello che ascoltiamo in tv e  che leggiamo sui giornali e su Internet? Esiste un problema gnoseologico di fondo: abbiamo un processo conoscitivo a imbuto. Il mondo è un insieme illimitato di cose e di fatti, noi immagazziniamo pochi stimoli a livello percettivo e li categorizziamo verbalmente una minima parte. Per non parlare del fatto che a livello mnestico tratteniamo poco. Rimaniamo incollati di fronte al grande, immenso bombardamento di notizie, talvolta di fake news. Esprimere opinioni significa dire la propria, cosa più che legittima e doverosa, e cercare di essere teste pensanti. Ma siamo davvero pensanti? Oppure siamo replicanti del già detto, del già pensato?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sulla guerra, sulla sua follia, ricordando Trilussa...]]></title><description><![CDATA[<p>Continuiamo a vivere le nostre vite, come se niente fosse, ma altrove c'è la guerra. Il pensiero della guerra quasi lo rimuoviamo o quantomeno rimane in noi sotto traccia. Il nostro pensiero della guerra è un fiume carsico, diventa cosciente, percepibile  ogni tanto in qualche nostra discussione con gli amici</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/sulla-guerra-sulla-sua-follia-ricordando-trilussa/</link><guid isPermaLink="false">665d913ac4c01d0daed331bf</guid><category><![CDATA[davide morelli]]></category><category><![CDATA[guerra]]></category><category><![CDATA[isaele]]></category><category><![CDATA[gaza]]></category><category><![CDATA[hamas]]></category><category><![CDATA[trilussa]]></category><dc:creator><![CDATA[Davide Morelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 03 Jun 2024 09:51:20 GMT</pubDate><media:content url="https://images.unsplash.com/photo-1645988639143-a0ef4d4d80a1?crop=entropy&amp;cs=tinysrgb&amp;fit=max&amp;fm=jpg&amp;ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDE4fHxObyUyMHdhcnxlbnwwfHx8fDE3MTc0MDgxMDR8MA&amp;ixlib=rb-4.0.3&amp;q=80&amp;w=2000" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://images.unsplash.com/photo-1645988639143-a0ef4d4d80a1?crop=entropy&cs=tinysrgb&fit=max&fm=jpg&ixid=M3wxMTc3M3wwfDF8c2VhcmNofDE4fHxObyUyMHdhcnxlbnwwfHx8fDE3MTc0MDgxMDR8MA&ixlib=rb-4.0.3&q=80&w=2000" alt="Sulla guerra, sulla sua follia, ricordando Trilussa..."><p>Continuiamo a vivere le nostre vite, come se niente fosse, ma altrove c'è la guerra. Il pensiero della guerra quasi lo rimuoviamo o quantomeno rimane in noi sotto traccia. Il nostro pensiero della guerra è un fiume carsico, diventa cosciente, percepibile  ogni tanto in qualche nostra discussione con gli amici oppure quando guardiamo il telegiornale e poi rimane nascosto, ripiomba nel nostro inconscio per tutto il resto della giornata. Ci sono gli impegni quotidiani,  le incombenze, le contrarietà: ci sono la noia, l'alienazione, la fatica giornaliere. Il bombardamento di notizie e gli opinionisti sguaiati nei talk show ci nauseano a lungo termine: si chiama sovraesposizione mediatica. Ma la guerra è lontana! E poi cosa possiamo fare noi semplici cittadini comuni, banali uomini della strada? Il nostro potere decisionale è nullo. Ma molti interrogativi assillano la mia mente. Mi chiedo per dirla alla Guccini “quando è che l'uomo vivrà senza ammazzare?”</p><p>Vedo tanta gente che prende posizione, come se in guerra ci fosse una parte totalmente giusta. Alcuni addirittura pensano che questa o quella guerra sia giusta. C'è un grande tifo da stadio, che non serve a nessuna causa. Ma c'è davvero empatia nei confronti delle vittime e dei familiari di ogni parte? Ci sono giornalisti di destra che giustificano i bombardamenti di Gaza con il 7 ottobre. Ci sono persone di sinistra che non sono state mai solidali con i familiari delle vittime del 7 ottobre. Scendere in piazza per la Palestina è più che legittimo, probabilmente giusto, ma è ignobile bruciare la bandiera di Israele e far sfociare l'antisionismo nell'odioso antisemitismo! I morti dovrebbero essere tutti uguali, ma la realtà è che ognuno piange sempre i suoi morti. Per molti ci sono i morti della parte giusta e i morti della parte sbagliata.  La mia opinione non conta, ma penso che bisognerebbe essere dalla parte dei civili innocenti  bombardati a Gaza e dei loro familiari, delle vittime del 7 ottobre e dei loro familiari, delle vittime russe e ucraine e dei loro familiari Bisognerebbe stare dalla parte delle vittime, di tutte le vittime e dei loro familiari. La nostra empatia dovrebbe essere trasversale. A mio avviso questa è umanità e non volgare qualunquismo cerchiobottista! Bisognerebbe pensare a tutte le perdite umane e a tutto il dolore causato dalle guerre. Mai generalizzare: 100000 israeliani sono scesi in piazza contro Netanyahu e bisogna ricordare che Hamas andò al potere con un'esigua maggioranza. Così come bisogna ricordare che il figlio di Netanyahu non è a combattere, ma si trova a fare la bella vita negli States. La stessa cosa vale per i leader di Hamas, che fanno la bella vita all'estero. È la solita vecchia storia: “Armiamoci e partite”. Riflettevo in questi giorni che il potere inebria spesso. Il potere dà scariche di adrenalina e di dopamina. Ma in alcuni casi il potere slatentizza la follia dei governanti e dei loro popoli. La domanda è come fermare questa crescita esponenziale di follia, che pervade intere nazioni. Purtroppo è impossibile rispondere! Nessun psicoterapeuta, nessun psichiatra ha la ricetta magica. È già molto difficile rispondere perché la follia diventa collettiva e coinvolge un intero popolo. Arendt parlò di banalità del male. Bonhoeffer mise a punto la teoria della stupidità.  Milligram dimostrò l'obbedienza acritica all'autorità. Lo psicologo Asch studiò la grande pressione esercitata dal gruppo sul singolo individuo. Ma c'è anche chi non riconosce la follia di Putin, dei leader di Hamas, di Netanyahu e taccia gli altri di psicologismo e dà esclusivamente spiegazioni geopolitiche, culturali, religiose, economiche, ideologiche, storiche, sociologiche, culturali alle guerre. È difficile stabilire cosa abbia causato l'orrore di ogni guerra. Forse ci sono tanti motivi. Anzi sicuramente. Adesso speriamo che per la Palestina e per l'Ucraina vadano avanti le trattative e si giunga finalmente a cessare il fuoco.</p><p>Riporto questa splendida poesia di Trilussa, musicata da Claudio Baglioni, che esprime in poche parole la follia di ogni guerra:</p><p><br><br></p><p>Ninna nanna, nanna ninna</p><p>Er pupetto vo' la zinna</p><p>Fa' la ninna, dormi, pija sonno</p><p>Che si dormi nun vedrai</p><p>Tante infamie e tanti guai</p><p>Ninna nanna, tu non senti</p><p>Li sospiri e li lamenti</p><p>De la pora gente che se scanna</p><p>Che se scanna e che s'ammazza</p><p>A vantaggio della razza</p><p>De la gente che se scanna</p><p>Per un matto che comanna</p><p>E a vantaggio pure d'una fede</p><p>Per un Dio che nun se vede (ninna nanna, ninna nanna)</p><p>Ma che serve da riparo</p><p>Al re macellaro che</p><p>Sa bene che la guerra (ninna nanna, ninna nanna)</p><p>È un gran giro de quattrini</p><p>Che prepara le risorse (ninna nanna, ninna nanna)</p><p>Pe' li ladri delle borse</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Fa' la ninna, fa' la nanna</p><p>Fa' la ninna, che domani</p><p>Rivedremo ancora li sovrani</p><p>Che se scambiano la stima</p><p>Boni amichi come prima</p><p>So' cugini e fra parenti</p><p>Nun se fanno i complimenti</p><p>Torneranno ancora più cordiali</p><p>Li rapporti personali</p><p>Senza l'ombra d'un rimorso</p><p>Sai che ber discorso</p><p>Ce faranno tutti 'nsieme (ninna nanna, ninna nanna)</p><p>Sulla pace e sul lavoro</p><p>Pe' quer popolo frescone (ninna nanna, ninna nanna)</p><p>Risparmiato dar cannone?</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p><p>Ninna nanna, ninna nanna</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>