<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[Alfredo Cremonese - ilPostScriptum]]></title><description><![CDATA[News, calcio, sport, società, cultura, economia, diritto, innovazione e molto altro]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link><image><url>https://www.ilpostscriptum.it/favicon.png</url><title>Alfredo Cremonese - ilPostScriptum</title><link>https://www.ilpostscriptum.it/</link></image><generator>Ghost 2.31</generator><lastBuildDate>Tue, 07 Apr 2026 17:46:55 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.ilpostscriptum.it/author/alfredo/rss/" rel="self" type="application/rss+xml"/><ttl>60</ttl><item><title><![CDATA[HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI]]></title><description><![CDATA[<p>Uno scorcio sul romanzo più enigmatico del mondo</p><p>di Alfredo Cremonese</p><p>Se cercassimo una conferma della grandezza del Rinascimento italiano, magari frugando in una biblioteca - come la Marciana di Venezia, appunto, ad esempio - cosa troveremmo?</p><p>Troveremmo l’Hypnerotomachia Poliphili, ovviamente.</p><p>Chi si nasconde dietro questo parolone così astruso?</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/hypnerotomachia-poliphili/</link><guid isPermaLink="false">60a1cd1d44dc876d7386de2a</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Mon, 17 May 2021 02:08:47 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/Histoire_artistique_des_ordres_mendiants_299-1.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/Histoire_artistique_des_ordres_mendiants_299-1.jpg" alt="HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI"><p>Uno scorcio sul romanzo più enigmatico del mondo</p><p>di Alfredo Cremonese</p><p>Se cercassimo una conferma della grandezza del Rinascimento italiano, magari frugando in una biblioteca - come la Marciana di Venezia, appunto, ad esempio - cosa troveremmo?</p><p>Troveremmo l’Hypnerotomachia Poliphili, ovviamente.</p><p>Chi si nasconde dietro questo parolone così astruso? Innanzitutto potremmo azzardare una traduzione del titolo - scritto in greco, è evidente - come “La lotta del sogno d’amore di Polifilo”. Ma per rispondere correttamente alla domanda di cui prima, dobbiamo porcene un’altra; cos’è?</p><p>Si tratta di un “incunabolo”, ossia di un libro stampato a caratteri mobili nella seconda metà del ‘400, precisamente fra il 1455 (anno dell’invenzione della stampa a caratteri mobili) e il 1500 compreso.</p><p>Chi lo stampò?</p><p>Su questo non residua dubbio alcuno; fu il grande Aldo Manuzio, visionario e coltissimo umanista e tipografo del ‘400 e ‘500 veneziano, il quale introdusse una serie di innovazioni in gran parte ancora insuperate, quali il formato in ottavo - ossia una sorta di libro “tascabile” - e il carattere corsivo, rendendo in questo modo la stampa più economica e la diffusione dei libri più agile.</p><p>Tutto il mondo gliene sarebbe stato grato fino ai giorni nostri (e ben oltre).</p><p>L’Hypnerotomachia Poliphili fu data alle stampe nel 1499, ma chi era l’autore? Nei secoli, l’opera venne attribuita a più persone, personaggi del calibro di Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Lorenzo de’ Medici o addirittura lo stesso Aldo Manuzio. Questa confusione deriva dal fatto che l’opera venne stampata anonima, vi era il timore che potessero esserci delle ritorsioni. In realtà, leggendo l’acrostico dato dalla combinazione della prima lettera di ogni capitolo, ne viene fuori:<br></p><p>POLIAM FRATER FRANCISCVS COLVMNA PERAMAVIT<br></p><p>Ossia: “frate Francesco Colonna amò intensamente Polia”.</p><p>In questo Francesco Colonna si sono volute vedere due distinte persone, un frate libertino nato a Treviso (o più probabilmente Venezia), o un nobile romano signore di Palestrina. L’attribuzione non è ancora certa, anzi, ma il campo dei possibili autori si è notevolmente ristretto.</p><p>Neppure riguardo le 170, bellissime xilografie che corredano il testo vi è un’attribuzione specifica… Mantegna? Carpaccio? Pinturicchio? Bellini? In questo caso i dubbi non possono ancora essere fugati.</p><p>Si può notare come - e d’altro canto non avrebbe potuto essere diversamente - le questioni dibattute sono molte. Se poi consideriamo quanto sia ermetico il testo… a maggior ragione! Si tratta infatti di un romanzo allegorico, le cui tematiche sono care anche all’Amor cortese, e del quale si dilettavano molto le corti rinascimentali. Il protagonista, Polifilo - che significa “colui che ama tutto” - intraprende infatti un complessissimo viaggio iniziatico verso vari e più livelli di amore, fino a giungere a quello che noi definiremmo l’amore platonico per la sua ninfa Polia. Elemento fondante di tutto il romanzo allegorico sono le architetture, anche vegetali. A fare da sfondo è l’isola di Citera, circolare e di 3 miglia di diametro, identificata da molti come Venezia stessa. Il fulcro della narrazione, come ben evidenziato dall’architetto Mara Filippi, è la fontana di Venere, ma le descrizioni delle architetture sono numerose, e si tratta, più che di questo, di vere e proprie visioni, di forme platoniche - come il cerchio, forma geometrica più pura in quanto avente infiniti assi.</p><p>Gli echi dell’architettura romana, anche nella descrizione della vegetazione, sono evidentissimi e molto raffinati, e richiamano la passione tipicamente rinascimentale per questo tipo di costruzione. Si passa dalla spiaggia esterna, sulla quale si infrange dell’acqua salmastra, fino alle opere musive, ai prati, ai viali lastricati di marmo ed a 20 (ben 20!) boschetti di vegetazione. E poi fiumi, animali e quanto di più raffinato e bizzarro si possa immaginare, tutto in funzione dell’opera centrale, che è una costruzione lapidea e vegetale: la fontana di Venere con relativo anfiteatro a contornarla. Esso è edificato in stile ionico, che ricorda più di ogni altro la delicatezza delle forme femminili, e si presenta come una costruzione a 3 ordini di colonne.</p><p>Jung pensò addirittura si trattasse di un libro che anticipava gli archetipi. Si tratta (senza alcun dubbio) di una selva di metafore, figure retoriche, neologismi germinati dal greco e dal latino.</p><p>Lo schema narrativo è addirittura simile a quello della Divina Commedia, i cui echi dovevano essere ancora presenti e persistenti nella memoria degli autori rinascimentali, i quali avevano di certo qualche dimestichezza con il finalismo teleologico (e non già teologico) dei loro predecessori. Quindi nell’Hypnerotomachia Poliphili vi è non una consolazione divina ma una visione pagana ed arcaica della natura. Insomma, non tutto si conclude col prendersi cura dell’anima per liberarla dai sensi umani, ma intraprendendo un percorso inverso per temperare i sensi mediante l’esperienza dionisiaca e paganeggiante.</p><p>Molto è stato detto e scritto a margine di questo testo, che mantiene pure la sua centralità rispetto a tutto quanto elucubrato in proposito (ricordiamoci che forse si tratta di un testo più “sperimentale” che “ideale”)... ed alcune di queste opere, come “Il Codice del Quattro” di Caldwel e Thomason, hanno perfino riscosso successo!</p><p>Un elemento bizzarro ed atipico di questo incunabolo - una frazione più in là dei manoscritto e più in qua dei libri stampati - è come esso sia riuscito a sopravvivere nei secoli. Forse, più del contenuto - che pochi hanno realmente letto - ha giocato forte il suo fascino immortale, nonché il fatto di essere finito nelle mire della autorità ecclesiastiche. In ogni caso, a proposito di vegetazione, l’Hypnerotomachia Poliphili è un fiore all’occhiello della nostra cultura, italiana, e perché no, anche europea e mondiale. <br><br></p><p>FONTI:<br></p><p><a href="http://www.unabibliotecaunlibro.it/video?ID=267&amp;PID=75">http://www.unabibliotecaunlibro.it/video?ID=267&amp;PID=75</a></p><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Hypnerotomachia_Poliphili">https://it.wikipedia.org/wiki/Hypnerotomachia_Poliphili</a></p><p><a href="http://ingegnografico.com/hypnerotomachia-poliphili-il-libro-bello-e-impossibile/">http://ingegnografico.com/hypnerotomachia-poliphili-il-libro-bello-e-impossibile/</a></p><p><a href="https://www.liberliber.it/mediateca/libri/c/colonna/hypnerotomachia_poliphili_etc/pdf/hypner_p.pdf">https://www.liberliber.it/mediateca/libri/c/colonna/hypnerotomachia_poliphili_etc/pdf/hypner_p.pdf</a></p><p>QUI IL PDF DELL’INTERO ROMANZO: <a href="https://marciana.venezia.sbn.it/sites/default/files/repositoryfile/mostre-virtuali/aldo-al-lettore/polifilo.pdf">https://marciana.venezia.sbn.it/sites/default/files/repositoryfile/mostre-virtuali/aldo-al-lettore/polifilo.pdf</a></p><p>BIBLIOGRAFIA: Francesco Colonna, <em>Hypnerotomachia Poliphili</em>, con traduzione e commento a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, Milano, Adelphi, 2004</p><p>IMMAGINE DAL SITO: <a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7c/Histoire_artistique_des_ordres_mendiants_299.jpg?uselang=it">https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7c/Histoire_artistique_des_ordres_mendiants_299.jpg?uselang=it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[IL LIBRO DI KELLS]]></title><description><![CDATA[<p>Di certo sappiamo che è il simbolo dell’orgoglio nazionale irlandese; e non è poco, considerando che si tratta “del libro più antico del mondo”, come ebbe a scrivere in occasione del suo furto, nel 1874, il Birmingham Daily Post and Journal, che riportava per lo stesso il valore di</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/il-libro-di-kells/</link><guid isPermaLink="false">6093ed3844dc876d7386dcf5</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[Letteratura]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Thu, 06 May 2021 13:28:55 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/KellsFol292rIncipJohn.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/KellsFol292rIncipJohn.jpg" alt="IL LIBRO DI KELLS"><p>Di certo sappiamo che è il simbolo dell’orgoglio nazionale irlandese; e non è poco, considerando che si tratta “del libro più antico del mondo”, come ebbe a scrivere in occasione del suo furto, nel 1874, il Birmingham Daily Post and Journal, che riportava per lo stesso il valore di 12.000 sterline suonate. L’UNESCO lo ha inserito nel Registro della Memoria del Mondo, qualcuno lo definisce addirittura “l’oggetto più prezioso del mondo occidentale” (Christopher de Hamel). Per avere un’idea dell’importanza del testo di cui stiamo trattando, basti pensare che è presente su di un taglio commemorativo da 20 euro emesso nel 2012, che ogni pub irlandese si ispira, bene o male, poco o tanto, alla sua scrittura; persino le decorazioni dei canovacci e sui francobolli presentano scorci delle sue magnifiche miniature…</p><p>In occasione del predetto furto del 1874, l’opera venne precisamente datata al 475 d.C., o in alternativa, secondo la datazione paleografica odierna, ad un più impreciso VIII secolo d.C.; il Libro di Kells rimane quel che è: un manoscritto dei quattro Vangeli, di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, nella traduzione latina di San Girolamo (Sofronius Eusebius Hieronymus) con alcune varianti e testi di prefazione. Conservato nell’ala est della biblioteca del Trinity College di Dublino, con la segnatura MS 58, il libro fa bello, meraviglioso sfoggio di sé ai turisti in una teca oscurata denominata “Il Tesoro”; una teca che non solo è a prova di muffe ed agenti patogeni ed ossidanti, ma pure a prova di ladro, già, perché il libro venne trafugato anche nell’Anno Domini 1007, come appare negli Annali dell’Ulster, pare da una banda di vichinghi interessati più all’oro della copertura che al contenuto magistralmente elaborato. Il Libro di Kells (detto anche “Leabhar Cheanannais” in Gaelico, ove Cennanas è l’antico nome di Kells, cittadina famosa per l’antica abbazia, fondata da monaci originari della località di Iona) è stato realizzato da monaci irlandesi nell’ambito dell’arte insulare, ed è davvero uno dei massimi capolavori dell’arte cristiano-occidentale, al punto che le misure di sicurezza adottate per la sua protezione sono paragonabili a quelle per un capo di stato.</p><p>In realtà, più che di “Libro”, sarebbe opportuno parlare di quattro “Libri”, uno per ogni Vangelo, conservati nella cassettiera progettata da Roger Powell, il più famoso artigiano legatore britannico del novecento, chiusi da molle a balestra in rame. Il testo è in pergamena (cartapecora o carta pecudina) di alta qualità e di spessore irregolare, composto da 340 carte o folia, la maggior parte dei quali è parte di più ampi fogli, i cosiddetti <em>bifolia</em>, piegati in due e cuciti. Alcuni fogli invece sono inseriti singolarmente. È scritto in inchiostro nero, rosso, porpora e giallo, in maiuscola insulare, una scrittura tipica dell’Irlanda e della Gran Bretagna.</p><p>Incredibile appurare come in un volume così raffinato vi sia pure spazio per degli errori, dei refusi dei copisti. Ad esempio; nella genealogia di Gesù, Vangelo di Luca, è stato aggiunto un antenato in più, o meglio un antenato è stato… diviso in due.</p><p><a href="https://www.sacred-texts.com/neu/celt/bok/bok20.htm">https://www.sacred-texts.com/neu/celt/bok/bok20.htm</a></p><p>Inoltre, come riportato erroneamente dal Vangelo di Matteo, Gesù dice di sé stesso, <em>non veni pacem mittere, sed gaudium</em> (<em>non sono venuto a portare la pace ma la gioia!</em>).</p><p>Esistono altri codici, alcuni anche in possesso dello stesso Trinity College di Dublino, come ad esempio il Libro di Mulling, il Dimma, il Durrow, la Ghirlanda di Howth (Codex Usserianus Secundus), ed il Codex Usserianus Primus, per un totale di 6 codici straordinariamente elaborati; ma nessuno dei predetti può competere realmente con il Libro di Kells, neppure il celeberrimo Evangeliario di Lindisfarne, custodito al British Museum di Londra. Il Libro di Kells rimane l’indiscussa superstar, anche se è vero che libri di siffatto pregio ed imponenza dovevano già costellare il panorama artistico ed intellettuale del Medioevo. Fu il tempo, con il suo lento logorio, a trasformare il volume più importante del Trinity College nel volume più importante del mondo! Giraldo Cambrense (grande intellettuale gallese vissuto fra il XII e il XIII secolo) ebbe modo di vedere un codice molto simile a Kildare, e lo descrisse come quasi eccessivo nelle decorazioni, ed in effetti lo era senza dubbio.</p><p>Ciò che più colpisce, o meglio, ciò che più vi è di importante in questo testo, secondo Cristopher de Hamel, non sono tanto le splendide miniature, dagli echi orientali (come orientale è il cristianesimo del quale è impregnato) ma le pagine scritte, molto elaborate, con una calligrafia semionciale – detta “maiuscola insulare” - pregiatissima, data con tocco sicuro e magistrale.</p><p>Le immagini rappresentate nelle miniature sono in alcuni casi molto sgraziate (si veda l’immagine della Vergine col Bambino, ritenuta essere peraltro la prima rappresentazione in questo senso nell’arte europea), ma tale condizione è forse dovuta più a motivi iconografici che ad una scadente esecuzione tecnica, perché poi, in effetti, i motivi ad ornamento del bordo dell’immagine sono di una raffinatezza unica.</p><p>Il contenuto del Libro di Kells è ancora più antico del supporto fisico sul quale è scritto. Se sappiamo che esso venne vergato e forgiato nell’VIII secolo d.C., è pur vero che le idee ivi contenute sono davvero molto antecedenti a tante formulazioni teologiche susseguitesi nei secoli (anche quelli “bui”). De Hamel riporta quanto evidenziato nel primo, serio studio paleografico condotto da John Westwood, nella sua <em>Palaeographia Sacra Pictoria</em>, nella quale afferma che “le diverse lezioni di questo manoscritto sono altrettanto importanti dei suoi capilettera ornamentali”. Come dice De Hamel:</p><p><em>Westwood attirò l’attenzione su una frase contenuta nel testo di Giovanni 3,5-6. È il passo in cui Nicodemo chiede a Gesù in che modo si possa rinascere spiritualmente, e Gesù gli risponde che quel che è nato dalla carne è carne, ma quel che è nato dallo spirito è spirito. Il Libro di Kells aggiunge “quia deus spiritus est et ex deo natus est”, “poiché Dio è spirito ed è nato da Dio”.</em></p><p>Queste parole sono una citazione da Tertulliano, che non fu mai Padre della Chiesa a motivo della sua vicinanza ad alcune eresie, ma fu comunque uno dei più grandi apologeti ed intellettuali della prima cristianità (basti pensare all’introduzione del concetto di “Persona” nella Trinità, o il motto <em>Credo quia absurdum</em>); in ogni caso nella Bibbia moderna – cioè quella stampata negli ultimi secoli – le parole non sono più riportate, in quanto la frase è stata estrapolata dal Vangelo ariano, che non riconosceva la Trinità. In questo senso possiamo anche notare le enormi influenze latine sul testo stesso, e sull’Irlanda in generale, lungi dunque dall’essere la terra isolata che spesso crediamo!</p><p>L’errore cui si accennava sopra, nel Vangelo di Luca, riguardo la genealogia di Gesù, ossia quella relativa all’antenato “Maat, figlio di Mattatia”, reso in latino come “Maath, qui fuit Matthathiae”; può darsi che nel manoscritto che funse da “originale” per la copia il lungo nome di Matthathiae fosse spezzettato in due righe, e che il copista del Libro di Kells abbia ben pensato (forse in buona fede) si trattasse di un antenato in più! Dunque il Libro di Kells è un testimone abbastanza mediocre del contenuto del Vangelo in sé. E quindi perché è tanto famoso?</p><p>I codici miniati dell’epoca erano opere d’arte, prima di tutto… e non necessariamente un’opera d’arte veicola un messaggio vero o coerente. I codici erano soggetti ad una venerazione assoluta, per il pregio e per la raffinatezza iconica. Dobbiamo considerare che l’Europa non fu soggetta alla ventata iconoclasta che colpì l’Oriente bizantino in quel periodo, anzi, fu proprio papa Gregorio IV (come un certo numero di papi prima di lui), nell’843 a fermare la spregiudicata distruzione delle immagini, le quali sarebbero state usate molto spesso come mirabile strumento pedagogico, apologetico e di proselitismo. Il Libro di Kells non faceva eccezione da questo punto di vista, e non fa eccezione tuttora… basti pensare che la stragrande maggioranza dei turisti che si affaccia alla teca, ammira le immagini, le miniature, ma non si adagia certo a consultare il testo!</p><p>Del Libro di Kells vennero fatte numerose copie, ne possedeva una pure James Joyce, il quale notò che pur essendo un testo di altissimo pregio, era davvero… troppo… troppo tutto, e che quindi non si poteva neanche leggere come una narrazione. Lo stile di Joyce nel descrivere la cosa è unico e originalissimo, come riportato da De Hamel: “<em>la quantatroppità di tutte quelle emme quadrupedi; e perché scrivere dio mio con una dhee grande e grossa (perché, o perché, o perché?): la banalità della acca e la forma assennata della semifinale ; e, per diciottesima o ventiquattresima cosa, ma almeno, grazie a Maurice, quando finalmente fu detto e fatto, la pazienza penelopiànica della paràfa finale, un colophon di non meno di settecentotrentadue tratti con la coda di un legante lasso…</em>”</p><p>Il Libro di Kells ispirò questo e molto altro; per quanto discutibile sotto il profilo del contenuto “evangelico”, in esso, perdonate la ridondanza, è contenuta la memoria della nostra civiltà, la memoria dell’Occidente; ricordiamocene, poiché senza memoria – soprattutto scritta - non c’è futuro…</p><p>A.     Cremonese</p><p>Ecco una risorsa multimediale interessantissima; il Libro di Kells digitalizzato!</p><p><a href="https://digitalcollections.tcd.ie/concern/works/hm50tr726">https://digitalcollections.tcd.ie/concern/works/hm50tr726</a>?</p><p>FONTI:</p><p><em><u>Storia di dodici manoscritti</u></em> – Cristopher De Hamel – Mondadori, 2017, pg.  98-141</p><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Iconoclastia">https://it.wikipedia.org/wiki/Iconoclastia</a></p><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Kells#CITEREFMeehan_1994">https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Kells#CITEREFMeehan_1994</a></p><p>Immagine di copertina da <a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/8e/KellsFol292rIncipJohn.jpg">https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/8e/KellsFol292rIncipJohn.jpg</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L’IMPERATRICE PROIBITA]]></title><description><![CDATA[<p><strong>Uno sguardo sulla reggente Cíxi e sulla rivolta dei Boxer in Cina.</strong></p><!--kg-card-begin: image--><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="file:///C:/Users/marco/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image002.gif" class="kg-image"></figure><!--kg-card-end: image--><p><strong>L’imperatrice Cíxi in portantina.</strong></p><p><strong>PREAMBOLO:</strong></p><p>Quando, all’inizio del 1900, il colonnello montebellunese Vincenzo Garioni si apprestava a partire alla volta di Pechino, per domare la rivolta della setta degli “Yehequan”, poi divenuta “Yehetuan”, ossia “Società della</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/limperatrice-proibita/</link><guid isPermaLink="false">608dc0c644dc876d7386d7f0</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[Storia e Filosofia]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Sat, 01 May 2021 20:59:51 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/cixi1.png" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/cixi1.png" alt="L’IMPERATRICE PROIBITA"><p><strong>Uno sguardo sulla reggente Cíxi e sulla rivolta dei Boxer in Cina.</strong></p><!--kg-card-begin: image--><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="file:///C:/Users/marco/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image002.gif" class="kg-image" alt="L’IMPERATRICE PROIBITA"></figure><!--kg-card-end: image--><p><strong>L’imperatrice Cíxi in portantina.</strong></p><p><strong>PREAMBOLO:</strong></p><p>Quando, all’inizio del 1900, il colonnello montebellunese Vincenzo Garioni si apprestava a partire alla volta di Pechino, per domare la rivolta della setta degli “Yehequan”, poi divenuta “Yehetuan”, ossia “Società della Giustizia e della Concordia”, detti anche “Boxer”, non pensava che forse, dietro e dopo tutto, il suo più grande avversario sarebbe stata una donna; l’imperatrice madre Cíxǐ. E non pensava che avrebbe combattuto nell’evento più importante della storia del moderno Oriente, evento spesso derubricato a semplice, misconosciuto incidente.</p><p><strong>IL CONTESTO STORICO:</strong></p><p>Era stata proprio l’Italia a pretendere e non ottenere la cessione dello scalo navale della Contea di Sanmen, provincia del Zhejiang. Gli italiani non lo pretesero per reali necessità navali, quanto perché dopo la Guerra dell’Oppio, la terrificante rivolta dei Taiping e la guerra sino-giapponese del biennio 1894-1895, le potenze occidentali si erano abituate a suddividere il Paese di Mezzo (così si definiva la Cina, per rimandare ad una idea di centralità, cui si opponeva la barbarie del mondo, fuori) in zone d’influenza.</p><p>La tensione fra l’Occidente e la Corte di Pechino si era fatta più forte ed ambigua. Una serie di eventi quali siccità e carestie scatenarono nei contadini l’impressione che il Cielo, ed il mandato che esso aveva rimesso nelle mani del suo Figlio prediletto (l'imperatore)  stesse vacillando, anche a causa degli occidentali. Se poi consideriamo che la dinastia Qing che governava il paese dal 1644, non era propriamente cinese ma proveniva da nord, dalla Manciuria in particolare, ed era vista da molti come usurpatrice; possiamo capire quale fosse la psicologia con la quale il cinese medio, cioè il contadino, si approcciava all’Occidente da un lato, ed alla propria realtà interna dall’altro.</p><p>Fu dalla provincia dello Shandong, allora sotto il controllo dei tedeschi, che prese vita la setta dei Boxer, xenofobi, che usavano solo armi tradizionali e credevano di essere invincibili alle “diavolerie” occidentali. Ma i Boxer non erano semplicemente xenofobi; erano anche fortemente anti-cristiani, forse reduci di quell’evento che fu la variante “cristiana” della terrificante rivolta dei Taiping.</p><p>Quei Boxer che poco timidamente si affacciavano sulla scena storica del Paese di Mezzo, avrebbero determinato ben più di una crisi dinastica, ma una crisi di un’intera civiltà, che sarebbe completamente sfuggita di mano alla reggente Cíxǐ.</p><p><strong>L’IMPERATRICE MADRE </strong><strong>CIXI:</strong></p><!--kg-card-begin: image--><figure class="kg-card kg-image-card"><img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/05/cixi2.png" class="kg-image" alt="L’IMPERATRICE PROIBITA"></figure><!--kg-card-end: image--><p><strong>L’imperatrice madre Cíxǐ nei primi anni del ‘900.</strong></p><p>In un paese nel quale l’assolutismo aveva quasi il volto di una teocrazia, non fu difficile per la figura politicamente preminente delle tarda dinastia Qing, associarsi al bodhisattva Guanyin; la Luna. Pare che il fatto di essere stata una donna abbia giocato un ruolo fondamentale nella successiva damnatio memoriae che la colpì.</p><p>L’imperatrice madre Cíxǐ fu una figura straordinaria, certamente una delle donne più potenti e controverse mai vissute.</p><p>Nata ufficialmente il 29 novembre 1835 in un quartiere di Pechino, da un mandarino manciù, o forse adottata ed affrancata da una poverissima famiglia di contadini di Xipo - come affermato da LiuQi, il direttore dell'Ufficio di cronache locali della città di Changzhi, nel suo “Decifrando il mistero della giovinezza di Cíxǐ” - crebbe in bellezza ed intelligenza tanto da riuscire ad entrare a Corte come concubina dell’imperatore Xianfeng, e dando a quest’ultimo un erede maschio, il futuro imperatore Tongzhi. Il marito morì nel 1861 ed a Cíxǐ venne conferito il titolo di 聖母皇太后, ovverosia “Santa Madre Imperatrice Vedova”, co-reggendo l’Impero con la prima consorte di Xianfeng, ossia l’imperatrice Ci’an. Il giovane imperatore Tongzhi morì nel 1875; fu allora che Cíxǐ e Ci’an fecero nominare sovrano il nipote della prima, il giovanissimo Guangxu.</p><p>L’imperatrice vedova Ci’an morì durante un’udienza di palazzo nel 1881; i sospetti di un avvelenamento da parte di Cíxǐ emersero solo dopo molti decenni.</p><p>Cíxǐ allora proseguì la reggenza da sola.</p><p>Il contributo della donna alla politica del paese fu alquanto contraddittorio; rafforzò i commerci con le potenze straniere, mantenne ottimi rapporti col personale diplomatico, sollecitò la costruzione di ferrovie, favorì l’introduzione del telegrafo, ma represse duramente il tentativo della “Riforma dei Cento Giorni” del giovane nipote Guangxu nel 1898, ponendolo agli arresti domiciliari e giustiziando i suoi collaboratori.</p><p>Fu una femminista ante-litteram, abolì l’odiosa fasciatura dei piedi, cui lei non era stata sottoposta in quanto manciù e non cinese, abolì la terribile “morte dei mille tagli”, etc.</p><p>Fu dunque una figura ambigua, anche e soprattutto durante la ribellione dei Boxer, che in seguito analizzeremo.</p><p>Morì il 15 novembre 1908, un giorno dopo il nipote Guangxu, e dopo aver messo sul trono Puyi, il bambino reso famoso dal film di Bernardo Bertolucci.</p><p>La dinastia Qing, ed il Celeste Impero le sopravvissero di soli 3 anni.</p><p><strong>LA RIVOLTA DEI BOXER:</strong></p><p>Ma quale fu il ruolo dell’imperatrice in questione nella rivolta dei Boxer?</p><p>L’imperatrice Cíxǐ, giunta ormai a 65 anni di età, dovette da un lato condannare i Boxer rivoltosi e la loro dilagante violenza, dall’altro dovette e volle arginare lo strapotere dei paesi occidentali, che stavano mettendo in crisi l’integrità del Paese di Mezzo, paese che non ebbe mai grandi mire espansionistiche. Da parte sua Ella garantì spesso buoni rapporti col personale diplomatico occidentale, ma il 20 giugno 1900, venne assassinato a Pechino l’ambasciatore tedesco von Ketteler, proprio mentre la situazione, degenerando, aveva costretto l’imperatrice a far evacuare i diplomatici occidentali da Pechino sotto apposita scorta; ma questi rifiutarono.</p><p>A quel punto, anche in assenza di parte del suo staff, confuso ed incerto, in assenza dei suoi maggiori consiglieri, ma persuasa dal principe Duan (grandissimo sostenitore dei Boxer), la sovrana fece la mossa peggiore che avrebbe potuto fare, un errore, comprensibile per un umano, intollerabile per un’imperatrice con potere di vita e di morte su centinaia di milioni di persone: appoggiò i rivoltosi.</p><p>La sua idea era che questi ultimi avrebbero potuto contrastare, almeno in parte, la crescente violenza degli occidentali. Dobbiamo precisare che mentre nelle guerre fra europei, ad esempio, vigeva un codice d’onore molto rigido, nelle guerre contro “l’altro”, il diverso relativo o assoluto (come era accaduto con i nativi americani), nessun codice poteva tenere; la spietatezza diventava l’unica regola.</p><p>Poco dopo arrivarono i distaccamenti dell’Alleanza delle Otto Nazioni (Russia, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Germania, Italia, Giappone e Austria).</p><p>Il 21 giugno 1900 Cíxǐ arrivò perfino a dichiarare guerra alle potenze succitate, le quali ebbero rapidamente la meglio, come avevano previsto, peraltro, i vecchi consiglieri della sovrana. L’evento più preclaro di tutto ciò fu quando i diplomatici asserragliati nei quartieri delle Legazioni, riuscirono a resistere in pochi contro un numero enorme di Boxer per ben 55 giorni! Fino cioè al 15 agosto, data di arrivo a Pechino delle truppe occidentali. Era evidente che i rivoltosi erano male armati, fanatici, illusi convinti di essere invincibili. Le perdite fra di essi furono enormi, e le atrocità compiute dai novelli “conquistadores” furono, come prevedibile, assolutamente spaventose.</p><p>Cíxǐ dovette fuggire si dice travestita da contadina, o indossando un abito celeste, caricata su un carro trainato da un mulo, eppure, nonostante fosse apparentemente priva di sostegno, moltissimi governatori, generali e parte della popolazioni le mandarono aiuti ingenti, e le rimasero fedeli; donandole cibo, nascondendola e conducendola incolume fino a sud, a Xi’an. Anzi, Ella sfruttò la crisi per crearsi una nuova opportunità di affermare il proprio potere.</p><p>Al suo rientro a Pechino, nel 1901, l’imperatrice Cíxǐ dovette comunque sottoscrivere il Protocollo dei Boxer, accettando condizioni pesantissime per la Cina, soprattutto in termini risarcitori verso l’Occidente. La sovrana “concesse” a molti degli esponenti del suo governo di “suicidarsi con onore” ed ammise con rammarico la sua responsabilità negli accaduti.</p><p>Incredibilmente, Cíxǐ continuò a governare, seppure con poteri più flebili, fino alla morte.</p><p><strong>CONCLUSIONI:</strong></p><p>Cíxǐ venne incolpata di aver fatto solo i suoi interessi e non quelli della dinastia, una sorta di “calcolo personale”; è pur vero che Cíxǐ era immedesimata nella dinastia, quindi tale affermazione non era del tutto errata. Pensò ai suoi interessi, che erano in parte quelli dei Qing.</p><p>Dobbiamo forse prendere in considerazione “l’alterità” nonché le responsabilità di una donna che teneva le redini di uno degli imperi più vasti ed antichi al mondo, nella sua fase di maggior crisi. Cíxǐ non mangiava occidentale, ma non disdegnava di stringere la mano alla moglie di un ambasciatore; era una fervente buddhista, ma teneva in considerazione il Cristianesimo; fece installare telegrafi in alcune città cinesi, ma proibì il telefono all’interno della Città Proibita; deprecava le scollature delle donne occidentali ma pare (pare) leggesse con interesse la riviste di moda europee. Era una donna caparbia, intelligente che viveva in una Cina antichissima e tentava, con tutti i suoi limiti di entrare nella mente e nel cuore dell’Occidente. Pronunciava qualche parola di inglese e si scambiava regali con la regina Vittoria. E questo forse spaventò la Corte e spaventò anche lei.</p><p>La rivolta dei Boxer impedì per un periodo ragionevolmente lungo l’ammodernamento massiccio della Cina - come era avvenuto invece in Giappone - e quindi di parte maggioritaria dell’Estremo Oriente. Solo oggi pare che quel grande paese stia recuperando il posto che gli spetta nella scacchiera mondiale, ed abbia intrecciato relazioni proficue con gli stessi paesi coi quali fu in guerra.</p><p>Sulla grande, potente Cíxi, un vero giudizio non sarà mai facile. Forse Ella fu realmente artefice di parte della modernizzazione della Cina - come sostiene la scrittrice Jung Chang -, seppure con delle comprensibili zone d’ombra. In ogni caso rimarrà un personaggio che affascina e fa discutere ancora.</p><p>Alfredo Cremonese</p><p><em>Fonti</em>:</p><p>“<strong>L’imperatrice </strong>Cixi”, Jung Chang, ed. Longanesi, anno 2015</p><p><a href="https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer">https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer</a></p><p>Le fotografie sono tratte da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cixi">https://it.wikipedia.org/wiki/Cixi</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[LA CITTÀ D'ORO E... MATTONI]]></title><description><![CDATA[<p>Spesso le scoperte archeologiche più eclatanti avvengono per caso, ma questa volta più che di caso si dovrebbe parlare di evidente “serendipità” o, almeno, Horace Walpole avrebbe definito così una scoperta avvenuta mentre si cercava qualcos’altro.</p><p>Nemmeno tutt’altro, in questo caso, ma qualcosa di diverso, quello certamente sì.</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/la-citta-doro-e-mattoni/</link><guid isPermaLink="false">6088764b3ee4a340c98d4ba2</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[storia]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Tue, 27 Apr 2021 20:45:58 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/04/columns-420749_1280.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/04/columns-420749_1280.jpg" alt="LA CITTÀ D'ORO E... MATTONI"><p>Spesso le scoperte archeologiche più eclatanti avvengono per caso, ma questa volta più che di caso si dovrebbe parlare di evidente “serendipità” o, almeno, Horace Walpole avrebbe definito così una scoperta avvenuta mentre si cercava qualcos’altro.</p><p>Nemmeno tutt’altro, in questo caso, ma qualcosa di diverso, quello certamente sì.</p><p>Nel settembre del 2020, in piena pandemia di Coronavirus, che ha colpito anche l’Egitto - il paese dei faraoni, fossero essi nubiani, assiri o tolemaici, - un team di archeologi guidati dal celebre Zahi Hawass stava cercando il tempio funerario del (più storico che leggendario) faraone Tutankhamon e ha trovato... un’intera città.</p><p>Proprio così.</p><p>“<em>Il Sorgere di Aton</em> (o Aten, volendo rammentare che la vocalizzazione della lingua egizia è una convenzione tutta moderna)”; così è stata ribattezzata dagli studiosi.</p><p>La sua edificazione risalirebbe al regno di Amenhotep III (Nebmaatra Amenofi, rispettivamente <em> praenomen </em>e<em> nomen </em>del faraone, che di nomi ne aveva addirittura 5), XVIII dinastia, un periodo di pace e stabilità eccezionali per il Paese, così come non poteva che essere eccezionale il ritrovamento dell’insediamento più grande dell’antico Egitto. Si tratta di una scoperta la cui importanza è seconda solo a quella della tomba intatta di Tutankhamon nel 1922, dice l’archeologa Betsy Brian, docente di Egittologia all’Università John Hopkins di Baltimora.</p><p>La città sorgeva sulla sponda occidentale del Nilo, nella zona di Luxor, a sud del Paese, nella regione della Tebaide. Proclami a parte, il Ministero della Antichità egiziane ha parlato di una vera “Città d’Oro”, quasi una miniera, certo, non di nobile metallo però, ma di informazioni riguardo la vita degli antichi egizi, trattandosi di un vero e proprio insediamento industriale e produttivo, con muri quasi completi, alti fino a 3 metri, atti a delimitare stanze piene di oggetti ed utensili di uso quotidiano! La città presenta un solo accesso e strade a zig-zag, elementi che fanno pensare ad un elevato livello di sicurezza.</p><p>La città fu attiva e popolata dal regno di Amenhotep III fino a quello del successore Akhenaton - il cosiddetto “faraone eretico” - e pare che lo studio de “<em>Il Sorgere di Aton</em>” potrebbe gettare nuova luce sullo spostamento della capitale del Paese ad Akhetaton, l’odierna Amarna. Dopo la parentesi monoteista di Amenofi IV (il succitato Akhenaton), la città venne ripopolata sotto i regni di Tutankhamon ed Ay.</p><p>Come è possibile che gli archeologi siano in possesso di queste informazioni? Grazie al ritrovamento di numerose iscrizioni su scarabei rituali, mattoni ed i più svariati oggetti.</p><p>Dopo l’imponente parata delle mummie, trasferite dal museo di piazza Tahrir del Cairo, fino al nuovo NMEC (National Museum of Egyptian Civilization), l’Egitto seguita quindi a sorprenderci, ed a vivere (e farci vivere) il fascino dell’antichità.</p><p>A. Cremonese</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[IL RAGNO DELLE PIOGGE]]></title><description><![CDATA[<p><br></p><p>Di certo sappiamo che costruiscono ragnatele di seta, forse portano guadagno, come vorrebbe un adagio popolare, ed alle volte… finiscono sui murales di qualche antica civiltà sudamericana. Stiamo parlando dei ragni.</p><p>Proprio così; siamo in Perù, nel dipartimento di Lambayeque, in provincia di Virú, in quello che fu il cuore</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/il-ragno-delle-piogge/</link><guid isPermaLink="false">608302643ee4a340c98d4695</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Fri, 23 Apr 2021 17:27:43 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/04/peru-1177687_1280.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/04/peru-1177687_1280.jpg" alt="IL RAGNO DELLE PIOGGE"><p><br></p><p>Di certo sappiamo che costruiscono ragnatele di seta, forse portano guadagno, come vorrebbe un adagio popolare, ed alle volte… finiscono sui murales di qualche antica civiltà sudamericana. Stiamo parlando dei ragni.</p><p>Proprio così; siamo in Perù, nel dipartimento di Lambayeque, in provincia di Virú, in quello che fu il cuore della cultura <strong>Cupisnique</strong>, fiorita fra il 1500 ed il 500 a.C. circa, nei siti di Caballo Meurto, Kuntur Wasi etc. Dei Cupisnique, sappiamo che riuscirono addirittura a fabbricare degli specchi di notevole qualità tecnica, e che eressero monumenti in terracotta e mattoni adobe.</p><p>Ed è proprio su questo supporto stuccato che è stata rinvenuta una raffigurazione di un ragno di enormi dimensioni, ormai ridotto quasi ad un rudere privo di leggibilità dai suoi stessi scopritori, che non furono né archeologi né tombaroli, ma contadini del luogo che aravano la terra per coltivare canna da zucchero e avocado.</p><p>Il sito, prontamente ribattezzato “<strong>Tomabalito</strong>”, era forse parte di un complesso sacro, nel quale si venerava il pantheon dei Cupisnique, soprattutto durante il periodo delle piogge, fra Gennaio e Marzo. È importante ricordare che le civiltà precolombiane non erano civiltà “idrauliche”, non disponevano cioè, in genere, di lunghi corsi dai quali attingere l’acqua, come in Antico Egitto o nella Cina imperiale… la pioggia era allora l’unico mezzo per procurarsela. Da qui la forte connotazione sacra della stessa.</p><p>Per i sudamericani pre-ispanici il ragno era associato alla creazione dell’Universo, con la straordinaria complessità della sua ragnatela. E il sito in questione è una rappresentazione di tutto ciò.</p><p>I contadini del luogo hanno scoperto e (purtroppo) seriamente danneggiato il 60 percento di Tomabalito, e la raffigurazione della divinità in forma di ragno che probabilmente era connessa al culto della pioggia, dell’agricoltura e della fertilità. Tale tipo di rappresentazione non è affatto rara fra le culture della zona. In questo caso, forse, l’elemento più bizzarro ed originale è che l’aracnide regge fra le zampe dei coltelli. Il murale misura circa 15 x 6 metri, dipinto su un fondale di fango con ocre gialle, bianche e grigie.</p><p>Ad accorrere sul posto dopo la parziale distruzione del graffito è stato <strong>Régulo Franco Jordàn </strong>direttore archeologo dell’associazione no-profit “Augusto Wiese”; ora il sito è protetto e segnalato, ed i ricercatori hanno potuto recuperare parte dei resti e metterli in sicurezza. <br></p><p>A. Cremonese</p><p>FONTI:<br></p><p><a href="https://it.sputniknews.com/mondo/2021032910341850-peru-scoperto-il-dio-ragno-di-3200-anni-fa---foto/">https://it.sputniknews.com/mondo/2021032910341850-peru-scoperto-il-dio-ragno-di-3200-anni-fa---foto/</a><br></p><p><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Cultural_depictions_of_spiders">https://en.wikipedia.org/wiki/Cultural_depictions_of_spiders</a><br></p><p><a href="https://tech.everyeye.it/notizie/peru-riportato-luce-graffito-bizzarro-dio-forma-ragno-511634.html?fbclid=IwAR369z07etcXU1rBzF_2USX5atrj2Vr7MfvE_Dkc0tZZJr6pnWzq7hYqkuw">https://tech.everyeye.it/notizie/peru-riportato-luce-graffito-bizzarro-dio-forma-ragno-511634.html?fbclid=IwAR369z07etcXU1rBzF_2USX5atrj2Vr7MfvE_Dkc0tZZJr6pnWzq7hYqkuw</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[UN PROSIT! LUNGO I MILLENNI]]></title><description><![CDATA[<p>La birra… si è affermato che con essa sia nata la civiltà, ossia la “sedentarietà”, certo è che la birra ha segnato profondamente la storia, dagli albori dell’Egitto faraonico e della Mezzaluna Fertile fino ai giorni nostri. Fu nel 1912 che l’archeologo Eric Peet scavò nei pressi di</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/un-prosit-lungo-i-millenni/</link><guid isPermaLink="false">604f8b2378bee56d9a6bcdd1</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Mon, 15 Mar 2021 16:36:40 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/03/cheers-839865_1920.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/03/cheers-839865_1920.jpg" alt="UN PROSIT! LUNGO I MILLENNI"><p>La birra… si è affermato che con essa sia nata la civiltà, ossia la “sedentarietà”, certo è che la birra ha segnato profondamente la storia, dagli albori dell’Egitto faraonico e della Mezzaluna Fertile fino ai giorni nostri. Fu nel 1912 che l’archeologo Eric Peet scavò nei pressi di Abydos - una antichissima cittadina distante 450 chilometri dal Cairo - una serie di strutture nell’area del cosiddetto “cimitero D”. Il primo impianto sarebbe databile al tardo periodo predinastico o al massimo alla I dinastia dell’Egitto faraonico, in sostanza agli albori dell’antico Regno.</p><p>Sappiamo che la prima menzione della birra si ha in una tomba risalente alla terza dinastia, di poco successiva al regno del faraone Netjerykhet-Djoser (quello della grande piramide a gradoni di Saqqara), ma l’inizio della sua produzione, e quindi anche la sua scoperta, si perdono nella notte dei tempi. Probabilmente la birra veniva bevuta durante i rituali funebri e sacrificali, ma nella scoperta del birrificio di Abydos c’è qualcosa di più. Peet aveva trovato otto strutture disposte in file ordinate che chiamò “forni per il grano” ma la cui esatta funzione non era chiara bensì solo ipotetica; in realtà Peet ci era andato vicino. Strutture simili erano state scoperte in altri siti risalenti alla stessa epoca come ad Hierakonpolis, e dall’analisi dei composti chimici effettuata è emerso che quelle 40 vasche presenti in ognuna delle 8 sezioni rinvenute da Peet, servivano proprio per scaldare il grano assieme all’acqua e produrre così la birra. Peet non aveva fatto un buco nell’acqua ma un tuffo nella birra!</p><p>L’esatta ubicazione delle 8 strutture con vasche annesse era andata perduta col tempo, sotto la sabbia impietosa, ma scavi effettuati nel 2018 da Matthew Adams della New York University e da Deborah Vishak dell’Università di Princeton hanno ritrovato la posizione del presunto birrificio a nord di Abydos.</p><p>Abydos è una delle più antiche città dell’Alto Egitto (posta cioè a sud), una città dal grande valore culturale e cultuale. Ed è proprio su questo aspetto che si gioca l’importanza della scoperta. Le ricerche effettuate hanno persino permesso di risalire alla ricetta per la produzione della birra.</p><p>L’impianto di Abydos poteva produrre l’enormità di 22.000 litri alla volta di bevanda; esso non è il più antico laboratorio di produzione della birra, ma è il più grande birrificio regale risalente al periodo Naqada III (detto anche “semainiano”, 3500 - 3150 a. C., periodo importantissimo per la nascita del geroglifico, l’uso del serekht, antenato del cartiglio per racchiudere il nome del sovrano, e per le prime sepolture regali): esso era un’espressione del potere regale in fase di unificazione, collegato ai rituali sacrificali e di sepoltura.</p><p>La produzione di birra di Abydos spicca proprio per queste caratteristiche, le proporzioni e l’impronta regale. La birra veniva probabilmente usata nei rituali sacrificali.</p><p>A quanto ci è dato sapere, pare che la birra accompagnasse la vita degli antichi egizi dalla nascita alla morte… essa veniva addirittura usata nell’alimentazione neonatale (soprattutto quando le donne non riuscivano a svezzare il bimbo) con un misto di acqua, farina d’orzo, miele e birra chiara. Il consumo di birra al di fuori di questo contesto era sottoposto ad un rigido protocollo rituale, vi era la birra di consumo esclusivo del faraone, la birra da usare nei rituali di iniziazione, al passaggio all’età adulta e… la birra per i defunti. Sappiamo tutti quanto l’aldilà rivestisse un ruolo fondamentale e fondante nella mente e nel cuore degli antichi egizi, basti pensare che quasi tutto ciò che si conosce di quella grandiosa civiltà, lo si deve alle sepolture. Ed in queste sepolture sono state trovate delle anfore che contenevano birra! Essa era importante almeno quanto il pane. Di più, pare che la birra scorresse realmente a fiumi fra le piramidi ed i pilastri dei templi, e nel caso del grande faraone Tutmosis III - che depose anfore stracolme di birra sotto la cinta muraria della città fenicia di Yoppo, per attirare i nemici e farli ubriacare, - addirittura come “cavallo di Troia”.</p><p>La birra dell’epoca era più simile in gusto ad un vino di buona gradazione alcolica (circa un 10% in volume), e veniva prodotta col farro o con l’orzo; non era stato ancora introdotto il luppolo, e le birre più antiche erano di produzione predinastica sumera... la birra “Kurunnu” e la “Sikaru”, come riportato nelle tavolette cuneiformi. Ed è proprio in questo connubio fra scrittura e bevanda che si può ravvisare il legame di quest’ultima con la civiltà, quasi che a voler essere conviviali si debba prima di tutto essere un po’ sedentari.<br></p><p>Si invita ad un consumo moderato e responsabile di qualunque bevanda alcolica.</p><p>A. Cremonese<br></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[LE "NUOVE" ORIGINI DELLA CIVILTÀ]]></title><description><![CDATA[<p>In parte esse sono tanto nuove quanto quelle vecchie; eppure queste origini non smettono mai di lasciare stupiti noi, che ne siamo il prodotto.</p><p>Prima di tutto mettiamoci d’accordo sull’etimologia del termine “civiltà”. Esso deriva dal latino “civitas” ossia “città” o “cittadino”. Possiamo dunque dire che la civiltà</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/le-nuove-origini-della-civilta/</link><guid isPermaLink="false">602570fc1661547dea322fd6</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Fri, 12 Feb 2021 21:33:42 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/02/articolo-civilt--1.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/02/articolo-civilt--1.jpg" alt="LE "NUOVE" ORIGINI DELLA CIVILTÀ"><p>In parte esse sono tanto nuove quanto quelle vecchie; eppure queste origini non smettono mai di lasciare stupiti noi, che ne siamo il prodotto.</p><p>Prima di tutto mettiamoci d’accordo sull’etimologia del termine “civiltà”. Esso deriva dal latino “civitas” ossia “città” o “cittadino”. Possiamo dunque dire che la civiltà nacque con la città e viceversa? Se la risposta è affermativa, quando e come nacque allora la civiltà?</p><p><strong>LA STORIA PRIMA DELLA STORIA?</strong></p><p>Forse fu la rivoluzione agricola a permettere all’umanità di fare il balzo, insomma, il passo più importante, e non la scrittura, come si è comunemente pensato per molto tempo. E per molto tempo si era creduto che la Storia (con la “S” maiuscola) fosse nata con la scrittura. Ma che dire della battaglia del Tollense, vicino ai laghi di Meclemburgo? Essa si combatté nel XIII secolo a.C. determinando la nascita dell’Europa storica, come la conosciamo in parte anche oggi (<em>Si vis pacem, para bellum</em>, avrebbe scritto il romano Vegezio). A parlare per essa sono i rilievi archeologici – a partire da un omero sfregiato da una punta di selce o di bronzo -, e ci raccontano di una battaglia combattuta fra popoli forse non stanziali ma aggregatisi per un qualche motivo, probabilmente per il controllo della Via dell’Ambra. Non è stata lasciata alcuna testimonianza scritta dell’avvenimento; eppure ciò non toglie nulla alla sua <u>storicità</u>per il nostro continente. Grandi porzioni di stati del Medio Oriente e della Mezzaluna Fertile si stavano già dando battaglia da millenni, forti di grandi strutture socio-politiche e cittadine evolute; ma nulla del genere c’era in Europa all’epoca. In questo senso, la battaglia del Tollense è un avvenimento straordinario che va sottolineato<a href="#_ftn1">[1]</a>, non solo alla luce della sua portata storica ma anche alla luce della sua portata antropologica e del mito, ancora esistente, del <em>buon selvaggio Rousseviano.</em> Volendo con questo intendere che i nostri antenati non erano né selvaggi né buoni! <em></em></p><p>Sappiamo che nel Paleolitico i popoli erano essenzialmente composti da cacciatori e raccoglitori. Fu verso il 10.000 a.C. (o forse molto prima) che qualche gruppo umano iniziò ad organizzarsi per produrre ciò che la natura prima offriva, diciamo così, “casualmente”. Vi fu un incremento della popolazione umana, o l’agricoltura nacque proprio alla luce delle buone condizioni climatiche e demografiche delle popolazioni?<a href="#_ftn2">[2]</a> <a href="#_ftn3">[3]</a>Comunque, da quel momento, vi fu la necessità di aggregarsi in comunità <u>stanziali</u>per meglio coltivare e proteggere il cibo. Col termine “agricoltura” si intende però non solo la coltivazione di piante ma anche l’allevamento di animali. Essa è in generale associata alla sedentarietà.</p><p>Pare che i centri indipendenti di origine dell’agricoltura siano stati ben 11 in tutto il mondo, dalla Nuova Guinea, all’America centrale passando per il Medio Oriente. Di nessuno pare dunque l’esclusiva di averla scoperta od inventata, come invece si credeva un tempo; cioè che essa avesse avuto origine nella Mezzaluna Fertile e da lì si fosse irradiata.</p><p>L’agricoltura, contrariamente a quello che si è sempre pensato, <u>non</u> sarebbe neppure all’origine dei culti divini dell’Egitto o della Mesopotamia, ad esempio. In questo senso è eloquentissimo il caso di Göbekli Tepe, il tempio sito fra la Siria e la Turchia, databile al X millennio a.C. secondo Klaus Schmidt<a href="#_ftn4">[4]</a>; detto tempio venne costruito da popolazioni non ancora stanziali, ed anzi, secondo Valerio Sofia<a href="#_ftn5">[5]</a>fu proprio la necessità di edificare e mantenere il tempio che portò alla nascita dell’agricoltura, sfruttando i terreni circostanti alla costruzione.</p><p>È nato prima l’uovo o la gallina? Non è dato saperlo per certo. Come non è dato sapere neppure quale sia stata la prima città edificata in assoluto.</p><p><strong>CHI È LA PIÙ VECCHIA DEL REAME?</strong></p><p>Uruk!... avrebbero detto Loftus e Noldeke, che scavarono per primi Uruk. Se noi consideriamo la stratificazione sociale e la specializzazione del lavoro come presupposti per quella che possiamo definire la “città”, allora Uruk (che secondo alcune illazioni avrebbe dato il nome all’intero Iraq) può definirsi certamente la prima città al mondo<a href="#_ftn6">[6]</a>. È da come ci poniamo le domande che otteniamo le risposte.</p><p>Eppure, esattamente come per l’evoluzione della scrittura, anche l’urbanizzazione non ha un’esclusiva, per lo meno non seguendo la diacronia dello sviluppo umano: non solo lungo il Tigri e l’Eufrate, e lungo il corso del Nilo, ma anche lungo il corso del Fiume Giallo e Azzurro, e in India (per esempio Mohenjo Daro), ma anche nei Balcani e nelle Americhe, così come in Turchia, sorsero insediamenti stabili un po’ dappertutto. E non a torto, possiamo considerare la “città” come la cellula, o il mattoncino base della “civiltà”. E forse la città voleva simboleggiare l’ordine contro il caos esterno.</p><p>Se noi offriamo uno spaccato riguardo le grandi civiltà idrauliche, non possiamo fare a meno di notare che la civiltà si è formata lungo il corso di grandi fiumi, a carattere torrentizio e non solo; come ad esempio il Nilo, il Tigri e l’Eufrate, il Fiume Giallo e l’Azzurro in Cina, il Gange in India etc. ma anche questa visione è stata messa in discussione, seppure non nella sua interezza. Il caso di Ebla, la città scoperta da Paolo Matthiae nel 1964, fu capitale di una grandissima civiltà senza alcun rilevante corso d’acqua nei paraggi<a href="#_ftn7">[7]</a>. E lo stesso dicasi per molte città del Centro America, per le quali esistevano delle fonti d’acqua, come i “cenote” dei Maya, ma non si può parlare certo di civiltà idrauliche. La definizione di Wittfogel nel suo discusso <em>Dispotismo orientale</em> consiste in una visione secondo la quale per gestire le grandi opere idrauliche è necessario un apparato burocratico imponente, fortemente centralizzato e dotato di… scrittura.</p><p><strong>SAPER LEGGERE, SCRIVERE E FAR DI CONTO… UN PO’ DAPPERTUTTO</strong></p><p>Legno, pietra, papiro, ceramica, argilla, pelle, ossa animali e umane e quant’altro… i supporti usati per la scrittura furono (e sono moltissimi). Quasi certamente essa ebbe un’evoluzione strettamente correlata a quella della matematica, ed anch’essa nacque in più luoghi separatamente ed in tempi diversi, dall’Egitto all’America preispanica; l’esclusiva non ce l’ha nessuno, ma ancora una volta i pionieri in questo senso sono da ricercarsi nella Mezzaluna Fertile, in particolar modo in Iraq, ad… Uruk, di nuovo, ove sorsero la prima città propriamente tale e la nozione di imprimere delle idee mediante simboli su di un supporto di varia natura. Anche qui la situazione è sfumata rispetto al passato, ora, come nel caso dell’Osso di Ishango in Congo (calcolatore matematico, calendario lunare?), pare che già nell’età della pietra, certi simboli impressi in antichissimi documenti fossero forme di proto-scrittura (esistette anche una forma di proto-storia, quindi?). Pare che la scrittura come la intendiamo noi, dal cuneiforme in poi (lingua franca in tutto il Medio Oriente, anche in Egitto, per moltissimo tempo), sia nata per risolvere problemi amministrativi e di contabilità. Proprio così; essa dovrebbe la sua origine alla burocrazia, ossia quando si presentò la necessità che il contenitore spiegasse il contenuto, cioè quando si cominciò a riportare sulle etichette esterne ai contenitori la descrizione di ciò che vi era contenuto, sino al punto di poter inviare ai mercanti e burocrati vari l’etichetta stessa priva del contenuto di un sigillo, ad esempio. La scrittura nacque proprio così, sviluppandosi di pari passo con la matematica; dalle equazioni di primo e secondo grado, al teorema di Pitagora (molto più antico di Pitagora), sino al sistema posizionale dei Babilonesi, e che ancora oggi noi usiamo.</p><p>Quindi, forse, l’Uomo non ha fatto di necessità virtù ma, al contrario, prima ha pensato cosa gli tornava utile e poi è andato a prenderselo… o se l’è inventato.</p><p>Chiedere come e quando nacque la civiltà vuol dire forse porre una domanda inficiata in partenza; abbiamo visto che nessuno ha l’esclusiva di nulla, diverso è il discorso se ci poniamo il quesito di dove e come nacque <em>una</em> o la <em>prima</em> civiltà… l’ipotesi di un’origine comune non è così scontata come sembra.</p><p>A.     Cremonese</p><p></p><p></p><p><br></p><!--kg-card-begin: hr--><hr><!--kg-card-end: hr--><p><a href="#_ftnref1">[1]</a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=bAp1cp29uDc">https://www.youtube.com/watch?v=bAp1cp29uDc</a></p><p><a href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="https://www.focus.it/cultura/storia/agricoltura-origine-cacciatori-e-raccoglitori">https://www.focus.it/cultura/storia/agricoltura-origine-cacciatori-e-raccoglitori</a></p><p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <a href="https://www.vitantica.net/2019/04/15/perche-e-nata-agricoltura/">https://www.vitantica.net/2019/04/15/perche-e-nata-agricoltura/</a></p><p><a href="#_ftnref4">[4]</a> Klaus Schmidt, “Costruirono i primi templi” Oltre edizioni, 2011, p. 80.</p><p><a href="#_ftnref5">[5]</a> “Conoscere la storia” n.ro 56, Sprea editori, p. 25.</p><p><a href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="http://www-9.unipv.it/orientpv/htm/citta/uruk.html">http://www-9.unipv.it/orientpv/htm/citta/uruk.html</a></p><p><a href="#_ftnref7">[7]</a> <a href="http://www.ebla.it/eindex.html">http://www.ebla.it/eindex.html</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[FANTARCHEOLOGIA: La piramide antartica.]]></title><description><![CDATA[<p>Le tecnologie e le applicazioni web come Google Earth hanno una indubbia utilità nei più disparati campi; tanto nelle ricerche archeologiche, quanto nello spionaggio del giardino dei vicini; dal serio al faceto, anche se questa volta il faceto ha sbancato al botteghino.</p><p>Si tratterebbe dell’ennesima pillola di archeologia “alternativa”</p>]]></description><link>https://www.ilpostscriptum.it/post/fantarcheologia-la-piramide-antartica/</link><guid isPermaLink="false">601b203f8bdae04d94d93aaa</guid><category><![CDATA[Cultura]]></category><category><![CDATA[Arti e spettacoli]]></category><dc:creator><![CDATA[Alfredo Cremonese]]></dc:creator><pubDate>Thu, 04 Feb 2021 13:53:24 GMT</pubDate><media:content url="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/02/antarctica-3093274_1280.jpg" medium="image"/><content:encoded><![CDATA[<img src="https://www.ilpostscriptum.it/content/images/2021/02/antarctica-3093274_1280.jpg" alt="FANTARCHEOLOGIA: La piramide antartica."><p>Le tecnologie e le applicazioni web come Google Earth hanno una indubbia utilità nei più disparati campi; tanto nelle ricerche archeologiche, quanto nello spionaggio del giardino dei vicini; dal serio al faceto, anche se questa volta il faceto ha sbancato al botteghino.</p><p>Si tratterebbe dell’ennesima pillola di archeologia “alternativa” (perché definirla “piramidiozia” sarebbe stato politicamente scorretto); cioè il ritrovamento di una piramide a facce lisce, perfettamente levigate, in Antartide, precisamente alle coordinate 79°58'39.25"S 81°57'32.21"W.</p><p>Si è subito favoleggiato che, non solo la piramide sarebbe di origine artificiale, ma che la sua scoperta sia stata tenuta nascosta per molto tempo. Davvero?</p><p>Sì, dai sostenitori delle cosiddette “teorie del complotto”. Che sembrano avere una particolare predilezione per le piramidi.</p><p>Le “teorie del complotto” – che riguardano pressoché qualunque ambito di scoperta, dalle “lampade” di Dendera in Egitto fino alle facce di roccia su Marte, passando per gli OOPArt - sono nate di recente, dal tragico omicidio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963. Il termine “teorie del complotto” venne usato a partire dall’anno successivo proprio in merito all’assassinio del Presidente degli USA.</p><p>Quali sono le caratteristiche di una teoria cospirazionista?</p><p>-        Non è mai sostenuta da prove sufficienti</p><p>-        Viene formulata in modo tale da non essere verificabile</p><p>-        È spesso incomprensibile</p><p>A queste caratteristiche si aggiunge probabilmente il fatto che le teorie di questo genere sono in netto contrasto fra loro. La piramide in questione infatti sono state ripetutamente additate come artefatto umano, o umanoide, o alieno, o come base segreta dei nazisti durante la II Guerra Mondiale addirittura.</p><p>Ma vediamo un po’ in dettaglio le caratteristiche della piramide e della sua vera scoperta.</p><p>Tra il 1910 ed il 1913 la zona antartica di Terranova venne visitata da una spedizione scientifica guidata da Robert Scott, l’equipaggio fece menzione della struttura, chiamata semplicemente “The Pyramid”, nella Catena montuosa di Ellsworth; si tratta di un solido di roccia dalle quattro facce levigate in modo stupefacente. Ma già nel 2016 Eric Rignot, dell’Università della California, aveva specificato che la forma piramidale non è affatto insolita in natura, magari i versanti leviganti possono essere 1 o 2 ma in effetti raramente 4. La forma piramidale è in effetti molto comune in tutte le strutture, è sufficiente prendere una clessidra ed osservare la sabbia che si distribuisce a forma, appunto, piramidale; tale struttura è prediletta in natura proprio a motivo della sua economicità strutturale, è inoltre la più ovvia sotto il profilo della gravità. Forse è una forma archetipica (forma primordiale e preesistente di un pensiero); ne sarebbero un esempio le piramidi edificate nel corso dei secoli, anche in contesti completamente diversi; i Maya in America e gli Egizi nel Vecchio Mondo. A questo proposito vale la pena notare che la “piramide” antartica sarebbe alta decine e decine di volte la piramide più alta conservatasi attualmente, ossia quella di Cheope a Giza. Con quali tecnologie (e chi?) avrebbero mai potuto edificarla, considerando che l’Antartide si trovava in una posizione favorevole all’insediamento umano 100 milioni di anni fa, quando cioè l’uomo – prove paleoantropologiche alla mano – neanche esisteva?</p><p>Gli esperti hanno ribattezzato queste strutture scoperte e isolate, che sorgono sia nell’Artico che nell’Antartide, come “Nunatak”, un termine inuit.</p><p>Il fatto è che noi vediamo piramidi un po’ dappertutto; può anche darsi che la base della piramide sia stata preservata dall’erosione perché protetta dai ghiacci che, non proteggendo la parte alta, hanno lasciato ai venti l’erosione di quest’ultima; dando appunto alla struttura una forma “piramidale”. Si sarebbe trattato di cicli di congelamento e scongelamento; di giorno l’acqua, liquida sarebbe penetrata nelle fessure e di notte, ghiacciandosi, si sarebbe espansa, allargando la frattura che, col tempo, avrebbe causato il cedimento di interi settori della struttura; giusto per citare parte di quello che sostiene Mauri Pelto, docente di Scienze Ambientali al Nichols College del Massachussetts. Quello appena citato è solo un esempio: questa complessa e probabile spiegazione scientifica è meno comoda delle più semplici teorie della cospirazione. Che danno tutto per certo senza spiegare nulla. La genesi di quella piramide non può essere più complessa o inspiegabile delle genesi del corpo umano, un'opera straordinaria di Madre Natura per la quale non serve certo chiamare in causa agenti artificiali, o alieni perfino. A radersi col rasoio di Guglielmo di Occam (per il quale la teoria più plausibile è anche la più semplice) si rischia di tagliarsi.</p><p>A.     Cremonese</p><p>FONTI:</p><p><a href="https://www.montagna.tv/173953/i-nunatakker-e-il-mistero-della-piramide-dantartide/">https://www.montagna.tv/173953/i-nunatakker-e-il-mistero-della-piramide-dantartide/</a></p><p><a href="https://www.focus.it/cultura/mistero/misteri-e-complotti-nunatak-la-piramide-in-antartide">https://www.focus.it/cultura/mistero/misteri-e-complotti-nunatak-la-piramide-in-antartide</a></p><p><a href="https://www.lastampa.it/viaggi/mondo/2017/12/18/news/in-antartide-c-e-una-piramide-di-roccia-cosi-perfetta-da-sembrare-aliena-1.34084562">https://www.lastampa.it/viaggi/mondo/2017/12/18/news/in-antartide-c-e-una-piramide-di-roccia-cosi-perfetta-da-sembrare-aliena-1.34084562</a></p><p><a href="https://www.livescience.com/57009-antarctica-pyramid-mountain-explained.html">https://www.livescience.com/57009-antarctica-pyramid-mountain-explained.html</a></p><p><a href="https://www.iflscience.com/editors-blog/the-truth-about-the-mysterious-pyramid-discovered-in-antarctica/">https://www.iflscience.com/editors-blog/the-truth-about-the-mysterious-pyramid-discovered-in-antarctica/</a></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>